Cultura, società - Intersezioni -  Redazione P&D - 01/10/2017

Un bambino a Natale - M.R.P.

Avevo pensato che fosse lui ad annunciarmi la maternità. Ognuno il suo angelo. Il mio era stato un angelo terribilmente sfigurato su questa terra. Ricordo bene la storia: un bambino afghano di sei anni venduto dai genitori eroinomani. Gli acquirenti lo usavano per mendicare e gli avevano tagliato braccia e gambe e strappato la lingua per impietosire di più.
Ne parlava il medico che l’aveva trovato, ma non era riuscito a salvarlo.
Tempo dopo ero rimasta incinta. Il concepimento era forse avvenuto il giorno in cui avevo saputo della breve esistenza di quel bambino e mi ero persuasa che quell’angelo mi avesse lasciato un regalo nella pancia. Succede così, per acquietare certe sofferenze grandi, si cercano consolazioni anche irrazionali.
Ma il bambino, o la bambina, nella mia pancia c’era.
Per poco, il seme maschio o femmina che fosse, a due mesi mi aveva lasciata e così avevo perso due speranze in una volta sola.
Ma la vita, si sa, prende strade solo sue e misteriose. Il bambino afghano, quello spiritello senza braccia e gambe, senza lingua, un dono me l’ha portato davvero. Però ha atteso 16 anni.
È stato proprio a dicembre, quasi a Natale, che lo spiritello e il mio semino mi hanno fatto un bello scherzo. Avevo da tempo deciso di aderire al progetto ”Rifugiato a casa mia” ed ero in attesa di ospiti. Nella mia zona arrivano soprattutto ragazzi africani, poche sono le ragazze e le donne. Eppure io nel mio pensiero, che non conosce freni, immaginavo una casa al femminile e magari addirittura un bambino piccolo.
E il bambino è arrivato, un bambino non proprio afghano, ma pakistano. Nato in Italia da una madre di etnia pashtun, della zona di Peshawar.
E così eccolo qui il regalo dello spiritello senza gambe e del semino: un bambino di un mese, un maschietto. Con la sua mamma di 24 anni.
Il gioco del destino mi ha fatto diventare nonna, senza essere mai stata mamma.
Il 31 gennaio il bambino è entrato nella mia casa.
Avevo paura del cambiamento enorme che mi aspettava. Ma quel piccolo era nato a dicembre, era un po’ il mio regalo di Natale.
Quando avevo perduto il mio semino ero stata molto male. Un aborto spontaneo è un lutto a tutti gli effetti, ma nessuno lo percepisce come tale. Solo la madre lo sa, solo lei sente il buco nella pancia. Solo lei sa che non è stata culla, ma bara.
Quando sono arrivati la mamma e il bambino, ho però scoperto la cosa più stupefacente del mondo: io non volevo essere la mamma del bambino, ma la sorella gemella. Io volevo essere come lui, sua coetanea. Volevo essere allattata, volevo essere cullata, volevo essere stupefatta.
E così è cominciata la nostra vita.
“Uqbah” dico scendendo le scale e lui ride e ora batte le manine che ha paffute, come devono essere le mani dei bambini.
Poi lo prendo in braccio e gli racconto delle favole.
A Uqbah, questo appunto è il suo nome, fin dall’arrivo in casa nostra ho raccontato storie. Raccontare è la mia specialità.
Gli ho raccontato di Ulisse e Pinocchio e Tarzan. Sono stata per lui l’anatra di Lorenz. La luna e lo spazio di Galileo Galilei. La macchina volante di Leonardo e persino il fascino della regina Eleonora d’Aquitania.
Gli ho enunciato la teoria della relatività e l’infinito di Leopardi.
Gli ho cantato Monteverdi e gli ho fatto sentire il carillon di Mozart.
Uqbah, quando gli parlo, mi ascolta. Lo so, lo sento dal suo corpo fermo. Posso dire anzi che mi ascolta con tutto il suo corpo. Le gambe che sempre ha in movimento si fermano e lui sta in attesa e il corpo si adagia contro di me, il corpo sente e capisce.
Io lo guardo e vedo nel suo cranio per poco ancora trasparente la primavera delle sinapsi: gemmano come fiori che non sanno di essere pensieri.
Guardo Uqbah ora che ha sette mesi e in effetti pare infine un essere umano. Prima no, prima poteva essere qualsiasi cosa, qualsiasi essere vivente, senza età. L’essere misterioso sdentato e senza capelli, dallo sguardo profondo di un vecchio e dal corpo liscio di chi è nuovo.
Lo guardavo quando aveva appena due mesi e sapevo per certo, con la bambina che anche io ero stata, sapevo per certo che lui ancora conosceva misteri che noi, adulti, non sappiamo più. Lui sapeva ancora di essere stato uovo perfetto, indiviso, lui era ancora nel mistero dell’essere unico indistinto. Vivo. Il suo sguardo si fissava chissà dove, come lo sguardo dei gatti, io non potevo più saperlo e anche lui avrebbe dimenticato.
Ma lo guardavo e si muovevano le mie cellule neonate, la mia parte primitiva di cervello, il mio inizio, il nocciolo intorno cui si è aggiunta la polpa degli anni.
Il neonato presto ha iniziato ad abbozzare un sorriso. Era un sorriso? Lo chiedevo in giro incerta. Quella increspatura nelle piccole labbra, quell’occhio che mi fissava obliquo e quasi sornione volevano dire che già a tre mesi il bambino mi sorrideva?
Non solo dormire e poppare e muovere un poco le manine. No, anche sorridere, cioè diventare uno della mia specie. Un homo sapiens.
Che aveva poi da sorridere? Mi guardava e sorrideva. Sentiva la mia voce e sorrideva. A tutti in verità sorrideva, aveva già un senso sociale pensavo tutta orgogliosa. Come fossi io la madre del bambino, anzi come fossi io quel bambino.
I mutamenti nei neonati sono troppo rapidi perché chi vive accanto li possa fissare passo dopo passo. Ora capisco le mamme che con rammarico non si ricordano più del primo sorriso o della prima parola.
Tutto capita, se il bambino è sano, perché deve capitare, perché il bambino deve crescere e mangiare e camminare e parlare e afferrare e lallare e gattonare eventualmente. L’emozione del suo primo ma-ma-ma. Io e mio marito ci guardiamo commossi: la parola, la prima parola.
Deve fare tutte queste cose perché ha un pollice opponibile e dunque afferra, perché è fatto per avere una postura eretta e dunque si alzerà e camminerà.
Ma che fatica. Uqbah muove in continuazione le gambe, agita le braccia, punta i piedi su di me, come uno scalatore che si stacca dalla parete, per distinguersi dal mio abbraccio e da quello della madre perché vuole essere messo giù e faticare. Vuole questa fatica che esprime con gemiti e sudore, vuole la fatica di afferrare, di gattonare, il pericolo di cadere. Vuole tutto questo.
Perché è curioso.
Vuole sapere. Vuole provare. Vuole stupefarsi.
Lo porto davanti alla porta chiusa del bagno. Ogni bambino deve avere una porta chiusa piena di mistero e di spavento. E lui la fissa in silenzio e sgrana gli occhi.
Porto in braccio il bambino davanti a un ramo. Lui tende le manine e agita le foglie e spalanca la bocca per lo stupore.
In strada segue con lo sguardo tutte le auto che sfrecciano e le biciclette e alza gli occhi. Alle nuvole? No, ai lampioni.
E poi lo stupore pieno, gaudioso, sonoro della vista degli animali. I gatti, ogni volta un nuovo reiterato stupore. E le mucche e i cavalli e i cani.
Lo stupore: perché da questa cosa rotonda - ma io neonato so cosa è rotondo? - esce della musica. Musica la chiamo io neonato? O semplicemente sensazione dolce alle orecchie? E non so di avere orecchie e non so cosa sia dolce se non forse il latte materno.
Lo stupore della madre, del volto della mamma. Il bambino, dopo un’assenza, guarda la madre come fosse Dio. È lei gli è dio in effetti, arbitra della sua vita e della sua morte.
La guarda tende le manine e la sfiora pensando che forse non c’è, che forse è un sogno bello della notte nel lettino. La guarda e le tocca il velo, che lei porta perché musulmana e io quando il velo è azzurro penso sempre alla Madonna.
La guarda con occhi stupefatti sì, ma d’amore. Solo a lei va questo sguardo e lei arbitra della vita e della morte del bambino diventa sua schiava. E sono un tutto unico da cui il mondo è escluso. Da cui io sono esclusa, con una punta piccola di dolore e tanta mia incredibile e gioiosa stupefazione.
Il bambino ora afferra le cose e ride. Ora ride a gola spiegata. Ride come un vecchietto sdentato, ma le guance piene diventano rosse come mele e vellutate come pesche. Ride perché io faccio cucù. E lo stupore di questo volto (ma io, neonato, non so ancora cosa è volto) che si nasconde eppure sempre ricompare.
E dice cucù con voce speciale, chi dice cucù? È davanti a me o dietro un telo? C’è o non c’è? C’è. Cucù. E io posso ridere felice.
Io neonato sento le voci sento i toni sento parole sento fame e sete. Sento ridere: chi? Loro e me. Me chi? Mi guardo tutto nello specchio e rido. Allungo la manina e tocco quell’altro che ride. Ora so anche che mi chiamo Uqbah e quando mi chiamano mi giro, ma non sempre. Quando sono occupato a urlare o a cercare di afferrare il cucchiaio non mi giro affatto.
Io sono Uqbah, sono io, chiudo la bocca se non voglio mangiare, allungo melodrammatico un braccino verso qualcuno per farmi prendere in braccio e fisso chi non conosco per capire dal mio ancestrale sentire se fidarmi o non fidarmi a fare un sorriso. E sorrido, quasi sempre sorrido.
Io sono Uqbah, sono io e apro occhi grandissimi da esploratore, da scienziato, da viaggiatore. Tutto questo io sono. Sono Uqbah, un bambino.