-  Redazione P&D  -  30/06/2007

UN IMMIGRATO MORTO IN UN REPARTO PSICHIATRICO - Massimiliano BOSCHI

La famiglia di Edmond è molto religiosa, appartiene alla forte comunità cristiana evangelica e la vittima pare fosse caduta in una sorte di "delirio mistico". 

Tutto era iniziato la sera di venerdì 25 quando Edmond e la moglie si erano recati presso il centro salute mentale di via Tiarini a Bologna. Valutata la situazione, il dottore aveva consigliato a Edmond di farsi ricoverare in ospedale, per riprendere la cura che aveva interrotto un anno prima. Giunto presso l´"Ottonello", il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura dell´Ospedale Maggiore di Bologna, veniva sottoposto a terapia farmacologica e ricoverato. I familiari hanno provato a contattare Edmond via cellulare per tutta la mattina seguente ma senza risultato. Mabel, l´altra sorella di Edmond, si è, quindi, recata in ospedale per portargli da mangiare. 

Arrivata in ospedale, nel tardo pomeriggio, incontra il fratello che sta cantando ad alta voce. Edmond chiarisce che ha già mangiato e chiede con insistenza di poter andare a casa. Un´infermiera lo comunica alla dottore di turno che decide per il Trattamento Sanitario Obbligatorio e gli impedisce di uscire. Edmond insiste, viene chiamata la polizia. Sono le 18.10 del 26 maggio, 

Arrivano le forze dell´ordine, e qui le testimonianze sono discordanti. La versione ufficiale fornita dalla Procura parla di una crisi cardiaca intervenuta mentre infermieri e poliziotti tentavano di portare il paziente sul letto di contenzione, per la famiglia, invece, tutto si svolge nel corridoio e mostra una foto scattata con un cellulare a sostegno della propria tesi. Nella sostanza non cambia molto.
Mabel, purtroppo, non parla italiano. Non capisce cosa stia succedendo, chiama la sorella Susan ed è quest´ultima a raccontarci la sua versione dei fatti. "Attraverso la porta a vetri mia sorella ha visto Edmond che barcollava, e i poliziotti che gli si facevano intorno. Poi lo ha visto per terra e sono sopraggiunti degli infermieri con una valigetta". 

E´ il personale medico con il defibrillatore. Tutto viene visto attraverso la porta a vetri della stanza in cui si trovavano Mabel e la Susan che nel frattempo l´aveva raggiunta. Le richieste di spiegazioni da parte delle sorelle restano inascoltate "Ci hanno chiuso nella stanza, fino a che non mi sono arrabbiata e ho imposto che la porta venisse lasciata aperta, poi, visto che non riuscivo a farmi ascoltare, ho chiamato un sindacalista amico di famiglia". 

Benjamin Adebiyi, della Cisl bolognese, giunge in ospedale attorno alle 21. Si presenta e chiede di poter parlare con un medico, ma ormai è intervenuta la magistratura e le notizie passano con il contagocce.
Finalmente riesce a parlare con un funzionario di polizia. "Ho chiesto spiegazioni ma mi è stato risposto che erano in corso delle indagini. Ho chiesto almeno di poter vedere Edmond ma mi è stato risposto che avrei potuto vederlo il giorno dopo in Certosa. Ho impiegato qualche secondo a ricordarmi che la Certosa è il cimitero di Bologna. E´ così che abbiamo imparato che Edmond era morto". Qualcosa non aveva funzionato nelle comunicazioni. 

Nelle ore successive i magistrati hanno chiesto a Susan la sua versione dei fatti. Senza ottenere molto "Io avevo portato mio fratello in ospedale non in questura o in tribunale, volevo parlare con i medici ma non ci riuscivo".
La famiglia ha fatto ritorno a casa a notte inoltrata, e alla moglie di Edmond, incinta di sette mesi, non hanno saputo fornire le dovute spiegazioni. Per questo il giorno dopo Susan con Benjamin e altri amici si sono nuovamente presentati all´Ottonello. Hanno suonato il campanello e chiesto che scendesse un medico a parlare con loro, ma dopo mezzora non si era ancora visto nessuno. Hanno insistito e alla fine è arrivata la polizia. 
E´ stato il sindacalista della Cisl a spiegare cosa stava succedendo: "il poliziotto appena arrivato mi ha chiesto se eravamo di nuovo lì a rompere. Gli ho spiegato che volevamo solo parlare con un medico e che non stavamo minacciando nessuno. A questo punto ha convinto qualcuno a scendere. Ma la risposta non è cambiata. Indagini in corso". 

Il chiarimento tra i medici e la famiglia è avvenuto solo qualche giorno dopo.
L´Istituto Psichiatrico Ottonello non è un reparto che impone il Tso con facilità, è una struttura psichiatrica trasparente e il personale è il primo a rammaricarsi per quanto avvenuto. Ma resta il fatto che "normalmente" si trovano tre o quattro infermieri (spesso donne) a gestire tra i 15 e i 18 pazienti, alcuni stranieri. Nessuna traccia di mediatore culturale che quando serve deve essere richiesto ad altre strutture. Dal reparto non intendono rendere pubblici i motivi del Tso di Edmond, per le indagini e per motivi di privacy, ma la legge sul Tso prevede che "chi vi è sottoposto abbia "diritto di comunicare con chi ritenga opportuno" e che gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori debbano essere "accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato". 

Quante strutture in Italia sono attrezzate per garantire questi diritti anche ai cittadini stranieri? E che senso può avere l´imposizione di cure se poi non si ha il personale adeguato a svolgere le terapie nel migliore dei modi? Edmond aveva una famiglia che lo accudiva e assisteva, ma per gli altri? E mediamente i reparti psichiatrici in Italia sono molto peggio di quelli dell´Ottonello che è una struttura nuova e moderna. 

Gli stranieri in cura presso i reparti psichiatrici nazionali sono in continua crescita ma in queste condizioni è ovvio che finiscano per fare da padrone l´utilizzo di psicofarmaci e le misure restrittive.
Così, la versione ufficiale che sostiene che Edmond è morto per arresto cardiaco, quindi per cause naturali date anche le complessive non ottimali condizioni di salute, non soddisfa i familiari di Edmond. Una versione che non convince, e non può convincere chi ha visto intervenire i poliziotti per curare un familiare, chi è stato chiuso in una stanza, chi non ha avuto le spiegazioni che voleva ottenere. E Susan ha ragione a lamentarsi dell´eccessiva presenza della polizia nella vicenda. Il malato voleva andare a casa, si è chiamata la polizia, i parenti volevano parlare con i medici, si è chiamata la polizia. L´Italia è l´unico paese al mondo con i mediatori culturali in divisa? La sorella di Edmond, comunque, non ha mai accusato i poliziotti di avergli ucciso il fratello. Ammette di non aver visto poliziotti malmenare il fratello e di aver unicamente scorto uno di loro riporre nella schiena un manganello. Da qui erano partite le prime, infondate, notizie di stampa. 

Per conoscere la verità, la comunità nigeriana di Bologna ha indetto una manifestazione per il 9 giugno, che partirà davanti all´ospedale Maggiore. Il Pm Enrico Cieri, invece, ha richiesto un´indagine tossicologica a seguito dell´autopsia per verificare che non si sia esagerato con i farmaci. 

Come chiarisce Maria Rosaria Oronzo, psicologa, presidente del telefono viola contro gli abusi psichiatrici di Bologna, che ha incontrato la famiglia Idehen "la somministrazione di psicofarmaci in dosi massicce può avere effetti negativi sul cuore, soprattutto se abbinata all´utilizzo di un letto di contenzione che, impedendo i movimenti, rallenta l´eliminazione delle tossine del farmaco. In ipotesi, non è da escludersi che gli psicofarmaci abbiano dato delle palpitazioni al paziente che si è spaventato e anche per questo abbia chiesto di poter tornare a casa". 
A chiedere di lasciare un ospedale perché non ci si sente bene si rischia di passare per matti, ma chiedere l´intervento della polizia per impedirlo è molto più razionale?




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