Cultura, società - Cultura, società -  Maria Beatrice Maranò - 12/01/2018

Un palazzo di poeti ..nella terra dei calanchi!

Festeggiare l’ultimo dell’anno tra poeti in un palazzo dedicato agli amanti e agli appassionati di poesia, poeti essi stessi , non è cosa di poco conto, ma è proprio questa l’esperienza, capitatami quest’anno, che voglio condividere con i lettori di “Persona e Danno”.
Ma cominciamo da principio: il percorso che si compie arrivando in questo luogo fatato, partendo dalla mia città Taranto è quello della SS 106, si svolta poi per Val Sinni. L ’agro tursitano, ( da Tursi cittadina della Basilicata), dove si approda, è racchiuso tra l’Agri ed il Sinni, con, all’orizzonte, le acque dello Jonio da una parte e le cime del Massiccio del Pollino dall’altra; Tursi si trova tra SS Maria d’Anglona e l’antica Rabatana e si offre con silenzi che sembrano volere salvaguardare il ricordo e la memoria dei tempi andati: tutti elementi fortemente rappresentativi e ricorrenti nella poesia di un conterraneo cresciuto in quei luoghi: Albino Pierro. I Pierro erano una famiglia di Tursi, molto nota, abitavano in un bel palazzo ("u paàzze"). Il giovane Pierro parlava, fin da bambino, un italiano, raffinato e colto d'una famiglia di giuristi e professori. Fuori delle mura, tuttavia, “era incantato" dal dialetto;Così lui stesso scrisse: "Mi piaceva ascoltarlo dai contadini: nei loro racconti, la descrizione d'un temporale, un evento naturale diventava un fatto terribile e misterioso, una fiaba". Così, si assiste ad una miscellanea autentica tra un “ signore, figlio di signori” ed il popolo e fu proprio quest’ultimo ad offrire ad Albino nutrimento con latte, poesia e magia. “Il 23 settembre del 1959, a Roma, di ritorno dalla Lucania, avvertii il bisogno di esprimermi in tursitano. Ero partito da Tursi prima del previsto e la partenza, ingenerando in me un senso quasi angoscioso del distacco, mi aveva turbato. Prima di lasciare la grande casa dei miei, m’ero affacciato a uno dei balconi e avevo contemplato con commozione intensa quanto inusitata quella che sarebbe divenuta per me “la terra del ricordo””: così Pierro spiegava la scelta fatta di utilizzare il dialetto del luogo natìo, ricco di elementi arcaici, caratterizzato da un bellissimo fonetismo musicale, per ricordare e raccontare. La casa nativa di Pierro è nel cuore del centro storico, a due passi da Piazza Plebiscito e dal vecchio municipio. Si arriva dall’antica Rabatana dopo aver percorso una lunga scalinata ed appare lì semplice e grandiosa insieme. Sulla scrivania del poeta troneggiano oggetti personali tra cui un paio di occhiali rotondi...forse magici anch’essi, capaci di vedere le cose ed il mondo intorno, con una rara sensibilità. La sua infanzia fu segnata dalla prematura scomparsa della madre, morta poco più che trentenne, quando il poeta aveva solo pochi mesi: un'esperienza che lo turberà in modo duraturo e irreversibile, e di cui vi è una nobile e malinconica traccia nella sua poesia. Trascorse la giovinezza in varie città italiane: Taranto, Salerno, Sulmona, Udine, Novara, e infine Roma, dove ha sempre vissuto a partire dal 1939 e dove si laureò nel 1944. Fu docente di storia e filosofia nei licei della capitale ( tra i suoi allievi si annovera Carlo Verdone ) e poeta, e nel 1959, dopo una serie di raccolte in lingua cominciò a scrivere in tursitano, l'arcaico idioma della sua infanzia. Quest’ultimo non aveva ancora conosciuto alcun tipo di trascrizione letteraria e Pierro, senza alcuna tradizione alle spalle, ne esaltò magistralmente le risorse foniche e simboliche, tanto da attirare l'attenzione e guadagnarsi la stima di studiosi come Contini, Folena, Marti, Migliorini, Petrocchi. Per la sua opera dialettale, più volte, fu candidato al Premio Nobel per la letteratura (le maggiori chances le ebbe nel 1990). Nel 1992 ricevette la laurea “honoris causa” dall'Università degli Studi di Basilicata, con la seguente motivazione "all'interprete di una condizione esistenziale che fa corpo tutt'uno con l'anima antica della civiltà lucana". Morì a Roma il 23 marzo 1995, lasciando tutti i suoi averi al Comune di Tursi. Diverse sue liriche (“U’ trappit, U municipie, ‘A posta, A’ Ravatene”) o alcuni semplici versi (“‘a campena di San Fuippe, ‘a chèsa d’u Barone”), riconducono tutti a spazi e luoghi dell’antica Rabatana, che ispira, quindi, quasi tutta la sua produzione poetica anche quando affronta altri temi. La Rabatana è un antico borgo millenario di Tursi, concepito e costruito come un grande castello, intorno ad un fortificato maniero. Qui avevano trovato sicuro rifugio i Goti prima (intorno al V secolo circa), poi i Saraceni (IX – X secolo) ed infine i Bizantini. Della sua origine gotica e della civiltà arabo-musulmana, il rione conserva i resti di un torrione dell’ampio fortilizio,un tempo inespugnabile e distrutto alla fine del ‘700. Dalla sommità di Rabatana, il profumo, l’aria e la vista sono magici e dominano le valli fluviali dell’Agri e del Sinni, la foce e l’arco dell’alto Jonio, e sono ben visibili undici paesi circostanti. Prevalenti e di impronta saracena, sono i cunicoli, le grotte, le strettoie, e gli archi incrociati (“a schiena d’asino”, con le cosiddette “volte a vela), le case ed i palazzi edificati in continuità e tutti tra loro comunicanti, con finestre e feritoie laterali, per poter guardare agevolmente senza essere visti dall’esterno. Caratteristica della struttura difensiva della Rabatana ( in origine denominata Arabetana, poi Arabatana, cioè “tana degli Arabi”, ma più probabilmente da Ribat: città fortificata), con un sistema di protezione a prova di sfondamento, sono le ripide piccole vie di accesso che corrono solo all’esterno dell’intero caseggiato, con sbarramenti aventi forma concentrica che salgono verso la sommità collinare. Controlli e interventi dall’alto, erano consentiti grazie a vicoli, simile a corridoi interni, che passavano necessariamente sotto un’arcata, quasi attraversando le costruzioni abitate al piano rialzato. Nel tempo, però, la Rabatana, cominciò a perdere la sua originaria rilevanza socio-economica, e fu abitata da un migliaio di abitanti, fino al 1970, mantenendo la caratteristica di essere presidio dei signorotti del paese, che vivevano circondati da una moltitudine di lavoranti, nei loro straordinari palazzi superbamente nobiliari ma privi di sfarzo esteriore, come quelli dei Cucari, Donnaperna, Siderio, Labriola, Picolla-Ferrauto, Vozzi. Persa la sua centralità, del più antico rione oggi conserva fascino, bellezza, mistero e suggestioni. Protagonista del borgo è la chiesa di Santa Maria Maggiore (elevata nel X secolo, ad opera dei monaci Basiliani), diventata collegiata grazie a Papa Paolo III nel 1546, dove si conservano numerose opere d’arte: il portale d’ingresso del ‘500, un Crocifisso e gli angeli lignei del XVI secolo ed un Trittico del XIV sec. (recentemente restaurato e adesso ricollocato), attribuito alla scuola Napoletana di Giotto, con al centro la Madonna e Bambino in trono e, ai lati, sei scene della sua vita; vi si conserva, pure, il sarcofago marmoreo, con il fregio di San Giorgio, del giovane figlio dei nobili De Giorgiis, originari di Anglona, i quali, consapevoli della prossima estinzione familiare, chiesero ed ottennero di affrescare i locali, probabilmente opera di Giovanni Todisco. Sulla frontale collina, ben visibile, dalla scalinata che scende, è posizionato il magnifico ex Convento di S. Francesco, dei frati Minori osservanti, costruito anche prima del 1441, ma abbandonato definitivamente all’inizio del secolo scorso. Ogni anno a Rabatana si tiene un presepe vivente: la rappresentazione animata della Natività, si svolge interamente proprio nel suggestivo scenario della borgo saraceno, nei giorni 26-27 e 28 dicembre, dalle ore 17,30 alle 21.30. Nella cripta della collegiata di Santa Maria Maggiore si trova il presepe in pietra di Altobello Persio, realizzato tra il 1547 ed il 1550, fonte di ispirazione scenica dei personaggi del moderno spettacolo natalizio. Le prime rappresentazioni, un tempo, si svolgevano alla vigilia della Befana; i Magi partivano dalla piazza adiacente alla cattedrale e, nel percorso in salita tra le vie del centro storico, incontravano più di trenta figuranti, con i quali superavano la scalinata della “P’trizz’” e giungevano alla capanna allestita in una grotta della Rabatana. Dal 2009, la rappresentazione ha trovato il suo spazio ideale nell’antico borgo della Rabatana. Per ricreare le atmosfere della Betlemme di duemila anni fa, ogni anno ci sono nuove scene, ricche di effetti visivi e sonori, frutto di accurate ricerche. Oltre cento i figuranti con i costumi del tempo, realizzati dalle volontarie della Pro-Loco che contribuiscono per gli aspetti scenografici perfino nei piccoli dettagli. Segnalato dalla stampa nazionale e su riviste specializzate, lungo il percorso, inoltre, si possono assaggiare alcuni prodotti tipici del periodo natalizio tursitano: ricotta fresca, zuppa di fagioli, bruschette con sugna, crespelle fritte .Un presepe vivente suggestivo e piu' raccolto di quello di Matera, uno spettacolo in uno scenario naturale bellissimo che riproduce nei costumi e nei mestieri le tradizioni storiche autoctone; al termine del percorso imposto dal presepe vivente tutti i salmi finiscono in gloria ed in particolare qui, a tavola, i salmi finiscono da Paolo Popia con la recitazione delle poesie di Albino Pierro, ed i succulenti e raffinati piatti del “Palazzo dei Poeti”! Ed anche la sera e la notte di San Silvestro, i salmi sono finiti in gloria, in questo splendido palazzo, posto sulla parte più alta della Rabatana, con una cena altrettanto splendidamente organizzata. Il “Palazzo dei Poeti” venne inaugurato la notte di San Silvestro tra il 2004- 2005 dopo 4 anni di restauro e consolidamento di un rudere ai piedi dei resti dell'antico castello della Rabatana di Tursi. Nasce dal sogno di Antonio Popìa relativo alla rinascita del quartiere antico di Tursi, trasmesso ai figli, ed in particolare al figlio Paolo, attuale proprietario dello stesso. Nel film "Profumi e nostalgia di una ricca povertà " vi è una poesia che Antonio dedica alla Rabatana. .."Quant sernèt sutt a chill balcun, po a 'nnamuret s'affacciait a la nfrriet. .quello mument t'agghiustait a s'ret. ..poura 'nnamuret. .ta nginucchièt. .e je non c'a fazz d t iavezè". L’anno vecchio è stato salutato con lanterne alle quali erano legati pensieri poetici degli ospiti, da affidare al cielo, con la declamazione da parte di Paolo della poesia “ Vite” e con le note musicali di cari amici e del fratello di Paolo, altro figlio di Antonio Popìa, poeta in musica.

Si guardaàine citte
e senza fiète
i ‘nnammurète.
Avìne ll’occhie ferme
e brillante,
ma u tempe ca passàite vacante
ci ammunzillàite u scure
e i trimuìzze d’u chiante.

E tècchete, na vota, come ll’erva
ca tròvese ‘ncastrète nda nu mure,
nascìvite ‘a paròua,
po n’ata, po cchiù assèi:
schitte ca tutt’i vote
assimigghiàite ‘a voce
a na cosa sunnèta
ca le sìntise ‘a notte e ca po tòrnete
chiù dèbbua nd’ ‘a iurnèta.

Sempe ca si lassàine
parìne come ll’ombre
ca ièssene allunghète nd’i mascìe;
si sintìne nu frusce, appizutàine
‘a ‘ricchia e si virìne;
e si ‘ampiàite ‘a ‘ùcia si truvàine
faccia a faccia nd’u russe d’i matine.

Nu iurne
– nun vi sapéra dice si nd’u munne
facì’ fridde o chiuvìte –
‘ssìvite nda na botta
‘a ‘ùcia di menziurne.

Senza ca le sapìne
i ‘nnammurète se tinìne ‘a mèna
e aunìte ci natàine nd’ ‘a rise
ca spànnene i campène d’u paìse.
Nun c’èrene cchiù i scannìje;
si sintìne cchiù llègge di nu sante,
facìne i sonne d’i vacantìje
cucchète supre ll’erva e ca le vìrene
u cée e na paùmma
casi pàssete ‘nnante.

Avìne arrivète a lu punte iuste:
mo si putìna stinge
si putìna vasè
si putìna ‘ntriccè come nd’u foche
i vampe e com’i pacce
putìna chiange rire e suspirè;
ma nun fècere nente:
stavìne appapagghiète com’a ‘a niva
rusète d’i muntagne
quanne càlete u sòue e a tutt’i cose
ni scìppite nu lagne.

Chi le sàpete.
Certe si ‘mpauràine
di si scriè tuccànnese cc’u fiète;
i’èrene une cchi ll’ate
‘a mbulla di sapone culurète;
e mbàreche le sapìne
ca dopp’u foche ièssene i lavìne
d’ ‘a cìnnere e ca i pacce
si grìrene tropp assèi
lle ‘nghiùrene cchi ssèmpe addù nisciune
ci trasèrete mèi.

Mo nun le sacce addù su’,
si su’vive o su’morte,
i ‘nnammurète;
nun sacce si camìnene aunìte
o si u diàue ll’è voste separète.
Nun mbogghia Ddie
ca si fècere zang ‘nmenz’ ‘a via.

*
Si guardavano zitti
e senza fiato
gli innamorati.
Avevan gli occhi fermi
e brillanti,
ma il tempo che passava vuoto
vi ammucchiava il buio
e i tremiti del pianto.

Ed ecco, una volta, come l’erba
che si trova incastrata dentro un muro,
nacqua una parola,
poi un’altra, poi più assai:
solo che tutte le volte
la voce somigliava
a una cosa sognata
che la senti di notte e che poi torna
più debole durante la giornata.

Sempre che si lasciassero
sembravano come le ombre
che si allungano nelle magie;
se sentivano un rumore, aguzzavano le orecchie e si vedevano;
e se lampeggiava la luce si trovavano
faccia a faccia nel rosso dei mattini.

Un giorno
– non saprei dirvi se nel mondo
facesse freddo o piovesse –
uscì tutt’a un tratto
la luce di mezzogiorno.

Senza che lo sapessero
gli innamorati si tenevano per mano
e nuotavano insieme nel sorriso
che le campane del paese spandono.
Non c’erano più angosce;
si sentivano più lievi di un santo,
facevano i sogni delle giovinette
coricate sull’erba e che vedono
il cielo e una colomba
che gli passa davanti.

Erano giunti proprio al punto giusto:
ora si potevano stringere
si potevan baciare
si potevano unir come nel fuoco
le vampe e come i pazzi
piangere ridere e sospirare;
ma non fecero niente:
se ne stavano assorti come la neve
rosata delle montagne
quando il sole tramonta e ad ogni cosa
strappa un lamento.

Chi lo sa!
Senza dubbio temevano
di sparire toccandosi col fiato: eran l’uno per l’altro
la bolla di sapone colorata;
e forse lo sapevano
che dopo il fuoco scorrono torrenti
di cenere e che i pazzi
se urlano troppo
li chiudono per sempre dove nessuno
oserebbe entrar mai.

Ora non lo so dove sono,
se son vivi o son morti,
gli innamorati;
non so se camminano insieme
o se il demonio li abbia separati.
Non voglia Dio
che siano diventati
fango nella via.( Albino Pierro) ....I ‘nnammurète