Ambiente, Beni culturali - Animali -  Maria Rosa Pantè - 01/02/2018

Un successo. Triste

In un suo spettacolo “Apocalisse” Lucilla Giagnoni, autrice e attrice e cara amica, dice che la condizione che tutti ci accomuna è essere figli. Poche sere fa alla televisione ho visto due minuscole scimmie muoversi in una specie di cassa trasparente, una gabbia in verità, istintivamente non ho provato nulla di buono. Era freddo quel posto, impersonale, crudele.

E le due scimmiette avevano occhi sgranati. Davvero, ho avuto una bruttissima sensazione.

Confermata dalle notizie che ho sentito solo il giorno dopo. Le due scimmiette sono state clonate, per la prima volta la cosa è riuscita coi primati, in Cina.

Insomma contraddicono Lucilla, giacché queste scimmiette non sono figlie. O forse sì, possiamo dire che sono figlie di cellule, che sono non nate, ma clonate? Cioè sono repliche precise, non semplicemente eredi, di qualcuno.

Sono copie non figli. Mi immagino la solitudine incommensurabile. Ma il peggio è che questo scempio è stato compiuto per la sperimentazione animale, cioè la vivisezione. A questo le due ignare scimmiette sono destinate. Ignare? Chi lo sa. Sappiamo noi cosa era prima della nascita? Sappiamo noi cosa può voler dire nascere da un clone invece che da una madre?

Fatte nascere già cavie. Fatte crescere, piuttosto create, costruite come pezzi inanimati… eppure ben vispe apparivano. Con solo quella luce desolata negli occhi, quell’essere orfani di qualcosa che non si sa, quell’essere staccati, diversi. È buffo dire diversi di un clone, ma è questa la parola giusta.

Non posso certo pensare di fermare la scienza. La domanda fondamentale però è, ma questa è davvero scienza?