Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Giovanni Catellani - 20/07/2019

Una traccia storica per il futuro del danno non patrimoniale

Sommario: Una contestualizzazione storico-filosofica particolare ci testimonia come la dinamica dello sviluppo del danno non patrimoniale arrivi da lontano ma costituisca, al contempo, un orizzonte aperto, da arricchire, da incrementare.

Il danno non patrimoniale è previsto dall’art.2059 c.c. che ha una formulazione di carattere “generale”: Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.


E’ interessante notare come vi sia una rilevante differenza di tecnica legislativa nella definizione del danno patrimoniale rispetto all’ipotesi sancita dall’art. 2059 c.c.


L’art. 1223 c.c. infatti così recita: “Il risarcimento del danno per l'inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore  come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta”.


Come ha notato Paolo Cendon, la cornice linguistica che definisce il danno patrimoniale è “al positivo”: infatti l’art. 1223 del codice civile ci dice in che cosa effettivamente consista, a quali parametri si debba fare riferimento: la perdita (danno emergente) e il mancato guadagno (lucro cessante)


Al contrario, nell’art.2059 non vengono fornite indicazioni di merito.


Scrive Cendon: “Danno "non" patrimoniale? Comunque lo si intenda, è un piano lessicale che spinge a fare i conti con l'opposto che non c'è: una prospettiva da actio finium regundorum, formalmente  antiparassitaria  cioè in sostanza parassitaria, e alla lunga  sterile, poco rigogliosa.”


Da qui la necessità di strutturare in diverse categorie il danno non patrimoniale, attraverso un lavoro interpretativo che è stato portato avanti dalla dottrina e, ancor più, dalla giurisprudenza.


La specificità del danno non patrimoniale sta proprio nell’avere uno statuto che si è sviluppato grazie alla giurisprudenza: attraverso interpretazioni che, nel tempo, sono state confermate da provvedimenti legislativi, e che oggi permettono di sostanziare il danno non patrimoniale nelle tre categorie, autonome o descrittive che dir si voglia, del danno biologico, del danno morale e del danno esistenziale.


Il danno non patrimoniale ha avuto uno sviluppo interpretativo tortuoso, ma inevitabile, a fronte di una disposizione di legge, l’art.2059 c.c., strutturata attraverso una semplice negazione.


La materia in esame si presta inoltre ad una contestualizzazione storico-filosofica particolare, che ci testimonia come la dinamica dello sviluppo del danno non patrimoniale arrivi da lontano ma costituisca, al contempo, un orizzonte aperto, da arricchire, da incrementare.


Considerando infatti il danno non patrimoniale come una lesione di ciò che della vita umana attiene alla personalità al di là degli aspetti patrimoniali, è inevitabile che la sua nozione si strutturi attraverso parametri molteplici e al contempo singolari.


Se da un lato, lo statuto del danno non patrimoniale fa riferimento ad una differenziazione ontologica che si radica, in primis, nei diversi valori di rango costituzionale, dall’altro una sua certa “inafferrabilità concettuale” deriva da una circostanza storica precisa.


Assumendo come riferimento storico l’evoluzione del diritto al termine dell’800, così come sintetizzata da alcuni pensatori francesi, occorre considerare che da un certo momento in poi il soggetto del diritto non è più stata semplicemente la persona nell’uomo, ma il vivente nell’uomo. Chi ha dei diritti umani non è più la persona, ma il vivente.


Si tratta di una circostanza storica che per i francesi caratterizza il passaggio dal diritto civile al diritto c.d. sociale: il soggetto di diritto sarà il vivente e non più l’uomo o la persona…il soggetto del diritto sarà il vivente nell’uomo…Questa evoluzione del diritto è molto importante. Come riassumerla in una parola, dal punto di vista della storia del diritto? E’ il passaggio dal diritto civile al diritto sociale, che si produce a dine del XIX secolo e inizio del XX. Per quanto il diritto abbia conservato l’espressione “diritto civile”, il diritto non è più un diritto civile, è diventato sempre più un diritto sociale.”


Sulla scia delle riflessioni di Ewald e Foucault, si può pertanto sostenere, come fa Gilles Deleuze, che: “Il soggetto di diritto è diventato il vivente nell’uomo, Mi direte che questo non impedisce che abbia comunque dei diritti diversi da quelli di un cane. Certo, diritti diversi! Ma non è in nome della persona, è in nome di una qualità di vita, il che è completamente diverso. Il diritto sociale si basa sul vivente e non più sulla persona, mentre il diritto civile si basava sulla persona…Che cosa significa? Il problema del diritto, oggi, è la vita dell’uomo.”


Le vicende legate al danno non patrimoniale sembrano confermare questa analisi storica: la sua esistenzializzazione è la testimonianza che più che di diritto delle persone si debba parlare di diritto della vita.


Se così è, ne deriva che la necessità di definire categorie giuridiche, a proposito di ciò che non è patrimoniale, si scontra con una inevitabile indeterminatezza che fa i conti con la vita e con la sua inesauribile semantica.


Se questa dinamica storica sarà confermata, diventerà inevitabile ampliare il riferimento ontologico del danno non patrimoniale a beni tutelati dall’ordinamento giuridico anche se non esplicitamente di rango costituzionale: salvo utilizzare l’art. 2 della Costituzione quale contenitore di differenti e molteplici istanze esistenziali.


Probabilmente, il vivente del diritto dovrà sempre più fare i conti col vissuto dell’essere umano.