Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Michela Del Vecchio - 09/11/2020

Unioni civili, procreazione medicalmente assistita, diritti – Corte Costituzionale 230 del 4 novembre 2020

Due donne, unite civilmente, scelgono di accedere ad un percorso di procreazione medicalmente assistita condividendo un progetto di genitorialità.

Al momento della registrazione della nascita del figlio avuto dalla donna che, recandosi all’estero, si è sottoposta alla fecondazione eterologa, è stata loro negata la possibilità di registrare, come “madre”, anche il nominativo dell’altra donna, madre “intenzionale”.

Rivoltesi al Tribunale di Venezia per ottenere quanto amministrativamente loro negato, il Giudice rimetteva gli atti al giudizio del Giudice della Legge sollevando la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 20 della legge 76/16 “nella parte in cui limita la tutela.. delle coppie di donne omosessuali unite civilmente ai solo diritti.. e doveri nascenti dall’unione civile”, e dell’art. 29, comma 2, del DPR 396/00 nella parte in cui “limita la possibilità di indicare il solo genitore legittimo nonchè quelli che rendono ..o hanno dato il consenso ad essere nomanti e non anche alle donne tra loro unite civilmente e che abbiano fatto ricorso (all’estero) a procreazione medicalmente assistita”.

Il dubbio di legittimità costituzionale sopra indicato è stato respinto dalla Corte Costituzionale sulla base delle seguenti considerazioni:

  1. L’art. 5 della Legge 40/04 impone che le coppie coinvolte nel progetto di genitorialità cui si riferisce il successivo art. 8 della medesima legge (secondo cui, brevemente, i figli nati a seguito di un percorso di fecondazione medicalmente assistita hanno lo stato di “figli nati nel matrimonio” o di “figli riconosciuti” della coppia che questo percorso ha avviato, siano coppie di sesso diverso. Il passaggio logico motivazionale viene chiarito con il richiamo operato ad altro precedente decisum della Corte (sentenza 221 del 2019) secondo cui “l’esclusione dalla PMA (procreazione medicalmente assistita, ndr) delle coppie formate da due donne non è … fonte di alcuna distonia e neppure di una discriminazione basata sull’orientamento sessuale”. Anche in altra decisione (sentenza n. 237 del 2019) la Corte peraltro aveva affermato che la stessa legge sulle unioni civili (L. 76/16) “pur riconoscendo la dignità scoiale e giuridica delle coppie formate a persone dello stesso sesso, non consente comunque la filiazione, sia adottiva che per fecondazione assistita, in loro favore”;
  2. Non si pone neppure un contrasto con le norme costituzionali o sovranazionali posto che “la scelta operata dopo un ampio dibattito dal legislatore del 2016 – quella cioè di non riferire le norme relative al rapporto di filiazione alle coppie dello stesso sesso, cui è pur riconosciuta la piena dignità di una vita familiare sottende l’idea – non arbitraria o irrazionale – che ina famiglia ad instar naturae (due genitori di sesso diverso, entrambi viventi e in età potenzialmente fertile), rappresenti, in linea di principio, il “luogo” più idoneo per accogliere il nuovo nato… e tale scelta non viola gli art. 2 e 30 Cost. … perché l’aspirazione della madre intenzionale ad essere genitore non assurge a livello di diritto fondamentale delal persona nei sensi di cui al citato art. 2 Cost..

L’art. 30 Cost., inoltre, chiarisce la Corte, non implica necessariamente l’esistenza nella famiglia di figli il cui concepimento resta un atto di libertà e di volontarietà che deve sempre essere bilanciato con altri interessi parimenti costituzionalmente protetti (“particolarmente quando si discuta della scelta di ricorrere a tecniche di PMA le quali, alterando le dinamiche naturalistiche del processo di generazione degli individui, aprono scenari affatto innovativi rispetto ai paradigmi della genitorialità e della famiglia storicamente radicati nella cultura sociale”).

In modo coerente con quanto sopra chiarito dalla Corte si pongono le fonti europee in materia di famiglia ed, in particolare, la Carta di Nizza e la Cedu che, infatti, rinviano entrambe ed in modo esplicito alle singole legislazioni nazionali e al rispetto dei principi ivi affermati chiarendo – in particolare – la Corte Edu che “gli Stati non sono tenuto a registrare i dettagli del certificato di nascita di un bambino nato attraverso la maternità surrogata all’estero per stabilire la relazione legale genitore – figlio con la madre designata: l’adozione può anche servire come mezzo per riconoscere tale relazione purchè la procedura stabilità dalla legislazione nazionale ne garantisca l’attuazione tempestiva ed efficace”.

Conclusivamente, considerato che – osserva la Corte -  l’annotazione sui certificati di nascita di una duplice genitorialità femminile non è in sé contraria a principi di ordine pubblico ma che, in ogni caso, la relativa esigenza risponde a interessi di carattere collettivo, la scelta dell’annotazione sull’atto di nascita della doppia genitorialità (madre biologica e madre intenzionale) è rimessa ad una esclusiva volontà legislativa.