Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Redazione P&D - 22/10/2018

Usucapione: l'onere della prova - RM

Chi agisca per ottenere una pronuncia dichiarativa del proprio diritto, assumendo di averlo usucapito, ha l'onere di dimostrare tutti i requisiti del c.d. possesso “ad usucapionem” (recentemente, si veda Trib. Taranto Sez. II, 03/02/2016, secondo cui è infondata la domanda di usucapione in mancanza della prova del possesso continuo, esclusivo ed interrotto del bene oggetto della relativa richiesta); il proprietario convenuto ha, invece, l'onere di dimostrare i vizi del possesso altrui, impeditivi dell'acquisto domandato quale, ad esempio, la c.d. tolleranza: così, in giurisprudenza, si recupera sovente l’affermazione secondo cui l’eccezione del possesso quale mero atto di tolleranza, in ragione del vincolo parentale esistente fra le parti, deve essere provato (si veda, amplius, il volume "USUCAPIONE DI BENI MOBILI ED IMMOBLI", Riccardo Mazzon, seconda edizione, Rimini 2017).

La prova degli estremi integrativi di un possesso "ad usucapionem", così come in tema di rivendicazione, vertendo su una situazione di fatto, non incontra alcuna limitazione e, pertanto, può essere fornita per testimoni; il principio può dirsi pacifico e ampliamente applicato, ma la prova non può esser frazionata fra il primo ed il secondo grado del processo: un tanto in applicazione del principio secondo il quale un determinato assunto giuridico, una volta dedotto a prova nel giudizio di primo grado nella sua unitarietà e inscindibilità, non può essere riproposto in appello per l'integrazione della prova del suo fatto costitutivo, non del tutto dimostrato in primo grado; recentemente, a tal proposito, la giurisprudenza ha così confermato che, ai fini dell'acquisto a titolo originario per usucapione, occorre dare la prova del possesso ultraventennale a nulla rilevando il regime legale o convenzionale del diritto di proprietà, ma la prova del possesso non può essere desunta dal regime legale o convenzionale del corrispondente diritto reale occorrendo, viceversa, dimostrare l'esercizio di fatto del vantato possesso indipendentemente dal titolo: tuttavia, la prova dell'avvenuta usucapione, in quanto vertente su di una situazione di fatto,

“non è soggetta a limitazioni legali e, pertanto, può essere fornita per testimoni” (Trib. Ascoli Piceno, 01/06/2016; conforme, Cass. civ., sez. II, 9 agosto 1990, n. 8092, GCM, 1990, 8  - conforme: Cass. civ., sez. II, 17 aprile 1981, n. 2326, GCM, 1981, 4 – conforme, in tema di azione di rivendicazione: Cass. civ., sez. II, 24 novembre 1979, n. 6161, GCM, 1979, 11; AC, 1977, 1112 – conforme: Trib. Savona 28 dicembre 2005, www.dejure.it, 2007 – conforme: Trib. Salerno, sez. II, 14 giugno 2010, n. 1380, www.dejure.it, 2010).

Inoltre, secondo giurisprudenza sedimentata, che trova oggi conforto normativo nella nuova formulazione dell'articolo 115 del codice di procedura civile, anche in ambito d'usucapione il comportamento processuale della parte - la cui nozione è comprensiva del sistema difensivo adottato nel processo a mezzo del procuratore - può costituire unica e sufficiente fonte di prova e di convincimento e non soltanto un elemento di valutazione delle prove già acquisite al processo; tuttavia, il comportamento della parte convenuta nell'azione dichiarativa dell'usucapione, non condiziona il potere - dovere del giudice di accertare in ogni caso, anche d'ufficio e indipendentemente dall'attività processuale da questo svolta, la sussistenza degli elementi costitutivi del diritto fatto valere dall'attore, atteso che l'art. 1158 c.c. pone, tra gli elementi costitutivi dell'usucapione, proprio il protrarsi continuativo del possesso per il previsto periodo ventennale, per cui l'attore che intenda avvalersene è onerato della prova del decorso di tale periodo, mentre il giudice, a sua volta, deve accertare l'effettivo protrarsi del possesso per il prescritto ventennio in quanto condizione per l'accoglimento della domanda,

“a prescindere dal fatto che il convenuto abbia o meno sollevato, al riguardo, eccezione alcuna” (Trib. Pisa, 09/08/2016; cfr. anche Cass. civ., sez. II, 13 luglio 1991, n. 7800, GCM, 1991, 7; Cass. civ., sez. II, 10 luglio 1980, n. 4414, GCM, 1980, 7; Cass. civ., sez. II, 9 agosto 2001, n. 11000, GCM, 2001, 1587; RGE, 2001, I, 1070; SI, 2002, 99).

Quanto al giuramento decisorio, anch'esso può essere utilizzato allo scopo di dimostrare l'intervenuta usucapione, con l'ovvia avvertenza, peraltro, che esso deve essere deferito su fatti specifici, non certo su apprezzamenti, specie se implicanti valutazioni di natura giuridica, qual è, ad esempio, proprio quello riguardante il possesso "uti dominus"; il deferito, in altri termini, potrà esser richiesto di giurare circa l'esistenza o meno di fatti concreti (la coltivazione del fondo, il taglio degli alberi, etc.); non potrà giurare, invece, circa il “possedere” o il “detenere” il bene oggetto del contendere, trattandosi di apprezzamenti che implicano valutazioni di natura.

Conseguenza dei principi testé esposti è la non sufficienza, quale prova di un possesso “ad usucapionem”, della mera produzione di un titolo di acquisto del bene oggetto del contendere, sicché resta confermato che non può ritenersi prova sufficiente di un possesso utile ai predetti fini la produzione di un titolo di acquisto del bene: d’altro canto, anche l'attore che esercita l'azione di rivendicazione deve, a norma dell'art. 2697 c.c., fornire la prova rigorosa del vantato dominio e, dunque, giustificare la proprietà del bene risalendo, anche attraverso i propri danti causa, ad un acquisto a titolo originario ovvero

“dimostrando il compimento dell'usucapione” (Trib. Aosta, 30/09/2015)

e l'art. 1143 c.c., secondo cui, quando il possessore attuale vanti un titolo a fondamento del suo possesso, si presume che esso abbia posseduto dalla data del titolo, è ispirato alla considerazione che normalmente l'acquisto della proprietà o di un diritto reale in base ad un titolo comporta anche l'acquisto del possesso, di talché esso non trova applicazione per l'usucapione ventennale, atteso che, in relazione a questo istituto, la sussistenza del titolo a fondamento del possesso non avrebbe alcun significato, non avendo il possessore munito di titolo concretamente idoneo (e quindi valido) alcuna necessità d'invocare l'usucapione

“ai fini della prova del dominio o di altro diritto reale)” (Cass. civ. Sez. II, 30/09/2015, n. 19501 CED Cassazione, 2015.

D’altro canto, in tema di azioni a tutela della proprietà, il rigore della regola secondo cui chi agisce in rivendicazione deve provare la sussistenza del proprio diritto di proprietà o di altro diritto reale sul bene anche attraverso i propri danti causa, fino a risalire ad un acquisto a titolo originario o dimostrando il compimento della usucapione, non riceve attenuazione per il fatto che la controparte proponga domanda riconvenzionale ovvero eccezione di usucapione, in quanto chi è convenuto nel giudizio di rivendicazione non ha l'onere di fornire alcuna prova, potendo avvalersi del principio "possideo quia possideo", anche nel caso in cui opponga un proprio diritto di dominio sulla cosa rivendicata, dal momento che tale difesa

“non implica alcuna rinuncia alla più vantaggiosa posizione di possessore” (App. Palermo Sez. II, 16/06/2016; cfr. anche Cass. civ., sez. II, 12 settembre 2000, n. 12034, GCM, 2000, 1923).

Ragionamento diverso, naturalmente, è da effettuarsi quando si ragioni in termini di accessione nel possesso: infatti, chi intenda avvalersi dell'accessione del possesso di cui all'art. 1146, comma 2, c.c. per unire il proprio possesso a quello del dante causa ai fini dell'usucapione, deve fornire la prova di aver acquisito un titolo astrattamente idoneo (ancorché invalido o proveniente "a non domino") a giustificare la "traditio" del bene oggetto del possesso; ne consegue che il convenuto in azione di regolamento di confini che eccepisca l'intervenuta usucapione invocando l'accessione del possesso, deve fornire la prova dell'avvenuta "traditio" in virtù di un contratto comunque volto a trasferire la proprietà del bene in questione.

Non v'è, ulteriormente, alcun motivo che porti ad escludere l'utilizzo della presunzione, quale mezzo utile al convincimento del magistrato, circa l'esistenza o meno del c.d. possesso ad usucapionem; naturalmente, lo strumento andrà utilizzato con la massima cautela, senza trascurare l'opportuna considerazione di elementi indiziari che si dirigano in senso opposto a quello indicato dal preteso usucapiente: si pensi, ad esempio, al vincolo di parentela, eventualmente esistente tra proprietario e preteso possessore, idoneo a bilanciare, in ambito di giudizio teso a ricercare l'esistenza o meno della c.d. tolleranza, il protrarsi nel tempo di un'attività corrispondente all'esercizio del diritto reale; si trova, così, da più parti precisato come il protrarsi nel tempo di un'attività, corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale, possa integrare un elemento presuntivo di esclusione della tolleranza solo nei rapporti labili e mutevoli (quali quelli di amicizia o di buon vicinato), ma non nei casi di vincoli di stretta parentela, nei quali è plausibile il mantenimento di un atteggiamento tollerante anche per un lungo arco di tempo.

Si pensi, ancora, all'atto volontario del proprietario-possessore che impedisca la presunzione di possesso ex articolo 1141 del codice civile: a tal proposito si ricorda come (e il principio può essere, ad esempio, affermato con riferimento a domanda d'accertamento d'acquisto per usucapione d'immobile, goduto in comodato precario per ragioni di servizio e non restituito al proprietario dopo la cessazione dell'attività oggetto del rapporto lavorativo: in tal frangente può vieppiù osservarsi che, nel caso, il mutamento dell'originaria detenzione in possesso non possa con certezza ed in modo inequivoco desumersi, come viceversa da taluno sostenuto, meramente, ad esempio, dalla mancata restituzione delle chiavi, dal ricovero dato nell'immobile - magari solamente in alcuni locali - ad animali per un tempo limitato ovvero dal tenere in loco un cane "alla corda") la presunzione di possesso, utile ad usucapionem, di cui all'art. 1141 c.c. non operi quando la relazione con la cosa consegua - non ad un atto volontario d'apprensione, ma - ad un atto o ad un fatto del proprietario-possessore, poiché l'attività del soggetto che dispone della cosa (configurabile come semplice detenzione o precario) non corrisponde all'esercizio di un diritto reale, non essendo svolta in opposizione al proprietario: in tal caso, la detenzione non qualificata di un bene immobile può mutare in possesso solamente all'esito di un atto d'interversione idoneo ad escludere che il persistente godimento sia fondato sul consenso, sia pure implicito, del proprietario concedente.

Infatti, è opportuno ribadire che:

- ai fini della prova dell'acquisto della proprietà per usucapione, occorre provare la continuità nel possesso, dovendo il possessore esplicare con pienezza, esclusività e continuità, il potere di fatto corrispondente all'esercizio del relativo diritto, sì da palesare, con il puntuale compimento di atti conformi alla qualità ed alla destinazione della res, secondo la sua specifica natura, un comportamento rivelatore anche all'esterno di una indiscussa e piena signoria di fatto su di essa,

“contrapposta all'inerzia dei titolari” (Trib. Vicenza Sez. II, 09/02/2016);

- il possesso continuativo ed ininterrotto del bene, per il tempo necessario a far maturare l'usucapione, deve tradursi in un possesso esclusivo con riguardo al corpus ed all'animus incompatibile con il permanere del possesso altrui e la relativa prova grava sul soggetto che agisce in giudizio per ottenere di essere dichiarato proprietario di un bene

“affermando di averlo usucapito" (Trib. Palermo Sez. II, 07/04/2016);

- colui che agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, dunque, non solo del corpus, ma anche dell'animus; quest'ultimo elemento può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all'esercizio del diritto di proprietà, con la conseguenza che spetta al convenuto dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall'attore mediante un titolo che gli conferiva

“un diritto di carattere soltanto personale”; (Trib. Larino, 13/04/2016; cfr. anche Trib. Bolzano 8 marzo 2005, www.dejure.it, 2009; Cass. civ., sez. II, 15 marzo 2005, n. 5551, GCM, 2005, 4; Cass. civ., sez. II, 18 giugno 2001, n. 8194, GI, 2002, 478; App. Ancona 2 marzo 2005, www.dejure.it, 2006 – conforme: Cass. civ., sez. II, 16 marzo 2000, n. 3063, GCM, 2000, 584; DeG, 2000, 12, 51).

Ulteriormente, i presupposti dell’acquisto per usucapione possono trovare riscontro nella confessione (anche eventualmente contenuta in una dichiarazione scritta) proveniente (a firma del) dal convenuto e anche la contumacia del convenuto può avere un peso determinante, in relazione all'accoglimento della domanda per usucapione, specie se, al convenuto contumace, venga ritualmente notificato il verbale che dispone l'interrogatorio formale: così, in caso di azione per l’accertamento dell’intervenuta usucapione ventennale, il pacifico ed ininterrotto possesso ed utilizzo dei terreni, può anche apparire provato in assenza di contestazioni da parte dei convenuti, rimasti contumaci e pertanto non presentatisi a rendere l’ interrogatorio formale ritualmente notificato.

Il tutto senza dimenticare, però, che in tema di compossesso, il godimento esclusivo della cosa comune da parte di uno dei compossessori non costituisce circostanza idonea a far ritenere lo stato di fatto così determinatosi, funzionale all'esercizio del possesso "ad usucapionem" e non anche, invece, conseguenza di un atteggiamento di mera tolleranza da parte dell'altro compossessore, risultando, per converso, necessario, ai fini dell'usucapione, la manifestazione del dominio esclusivo sulla "res" da parte dell'interessato attraverso un'attività apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, gravando l'onere della relativa prova su

“colui che invochi l'avvenuta usucapione del bene” (Trib. Trento, 16/09/2016; cfr. anche Trib. Savona 14 luglio 2006, www.dejure.it, 2006 – conforme: Trib. Savona 14 settembre 2006, CIV, 2008, 7-8, 20).

La domanda di usucapione è, dunque, soggetta alla prova quanto mai rigorosa in ordine all'inizio, alla durata ed alle modalità del possesso ad usucapionem (Trib. Lucca Sez. I, 13/05/2016); peraltro, anche in tema di azione di rivendicazione, ove il convenuto spieghi una domanda ovvero un'eccezione riconvenzionale, invocando un possesso "ad usucapionem" iniziato successivamente al perfezionarsi dell'acquisto ad opera dell'attore in rivendica (o del suo dante causa), l'onere probatorio gravante su quest'ultimo si riduce alla prova del suo titolo d'acquisto, nonché della mancanza di un successivo titolo di acquisto per usucapione da parte del convenuto, attenendo il "thema disputandum" all'appartenenza attuale del bene al convenuto in forza dell'invocata usucapione e

“non già all'acquisto del bene medesimo da parte dell'attore” (Cass. civ. Sez. II, 22/04/2016, n. 8215 CED Cassazione, 2016; cfr, anche Cass. civ., sez. II, 17 aprile 2009, n. 9303, GCM, 2009, 4, 644; Cass. civ., sez. II, 10 marzo 2006, n. 5161, GCM, 2006, 3; CIV, 2008, 7-8, 20 – conforme - Cass. civ., sez. II, 17 aprile 2002, n. 5487, GCM, 2002, 658 – conforme - Cass. civ., sez. II, 08 ottobre 2001, n. 12327, GCM, 2001, 1722; DeG, 2001, 37, 72 – conforme: Cass. civ., sez. II, 17 ottobre 2007, n. 21829, GCM, 2007, 10; CIV, 2008, 7-8, 20 – conforme - Cass. civ., sez. II, 10 dicembre 1994, n. 10576, GCM, 1994, 12; Cass. civ., sez. II, 4 marzo 1997, n. 1925, GCM, 1997, 344; SI, 1997, 838 – conforme: Cass. civ., sez. II, 1 marzo 1995, n. 2334, GCM, 1995, 481; Cass. civ., sez. II, 22 gennaio 1985, n. 242, GCM, 1985, 1 – conforme: Cass. civ., sez. II, 27 febbraio 2007, n. 4444, GCM, 2007, 3; CIV, 2008, 7-8, 20; CIV, 2009, 3, 90; CIV, 2010, 3, 94; Cass. civ., sez. II, 9 febbraio 1981, n. 816, GCM, 1981, 2 – conforme: Cass. civ., sez. II, 11 giugno 2010, n. 14092, GCM, 2010, 6 – conforme - Cass. civ., sez. II, 21 luglio 2009, n. 16961, GDir, 2009, 38, 39 - conforme -  Cass. civ., sez. II, 6 agosto 2004, n. 15145, GCM, 2004, 7-8; CIV, 2010, 3, 94; Cass. civ., sez. II, 18 dicembre 1993, n. 12569, GCM, 1993, 12; Cass. civ., sez. II, 30 settembre 2005, n. 19186, GCM, 2005, 7/8; Cass. civ., sez. II, 25 marzo 1997, n. 2599, GCM, 1997, 450; Cass. civ., sez. II, 3 aprile 1998, n. 3428, GCM, 1998, 716; Cass. civ., sez. II, 28 agosto 1993, n. 9134, GCM, 1993, 1343; Cass. civ., sez. II, 7 maggio 1982, n. 2842, GCM, 1982, 5; Cass. civ., sez. II, 6 dicembre 1988, n. 6628, GCM, 1988, 12; Cass. civ., sez. I, 18 ottobre 1982, n. 5414, GCM, 1982, 9 – conferma - Cass. civ., sez. II, 27 gennaio 1983, n. 741, GCM, 1983, 1 – conforme: Cass. civ., sez. II, 29 luglio 2004, n. 14395, GCM, 2004, 7-8; Cass. civ., sez. III, 17 aprile 1986, n. 2723, GI, 1987, I, 1, 908; Cass. civ., sez. II, 29 novembre 2005, n. 25922, GCM, 2005, 7/8; Cass. civ., sez. II, 10 luglio 2007, n. 15446, GCM, 2007, 7-8; CIV, 2008, 7-8, 20; Cass. civ., sez. II, 9 marzo 1983, n. 1766, GCM, 1983, 3; Cass. civ., sez. II, 29 novembre 2004, n. 22418, GCM, 2004, 11; Cass. civ., sez. II, 5 marzo 1979, n. 1388, GCM, 1979, 3 – cfr. anche Cass. civ., sez. II, 4 febbraio 2000, n. 1250, GCM, 2000, 242 – conforme - Cass. civ., sez. II, 5 gennaio 2000, n. 43, GCM, 2000, 19 – conforme - Cass. civ., sez. II, 29 agosto 1997, n. 8246, GCM, 1997, 1567 - Conforme - Cass. civ., sez. II, 26 giugno 1997, n. 5711, GCM, 1997, 1062; Cass. civ., sez. II, 22 aprile 1992, n. 4807, GCM, 1992, 4; Cass. civ., sez. II, 12 novembre 1981, n. 6002, GCM, 1981, 11; Cass. civ., sez. II, 16 dicembre 1986, n. 7557, GCM, 1986, 12 – conforme: Cass. civ., sez. II, 9 giugno 2000, n. 7894, GCM, 2000, 1262 – conforme - Trib. Salerno, sez. II, 28 dicembre 2007, n. 2844, Mer, 2008, 23; Cass. civ., sez. II, 16 dicembre 1986, n. 7557, GCM, 1986, 12).