Famiglia, relazioni affettive - Affidamento dei figli naturali -  Redazione P&D - 16/07/2019

Valutazione critica dei protocolli esistenti in tema di consulenze psicologiche e controversie sull'affido dei minori - Elvira Reale, Virginia D'Angelo

1. Premessa
Il nostro lavoro, oggetto anche di una relazione al Grevio (Organo di controllo dell'applicazione della Convenzione di Istanbul)1 procede dalla disamina di altri elaborati e protocolli in materia di consulenze psicologiche nelle vertenze giudiziarie per l'affidamento dei figli.
In particolare partiamo da due documenti specifici: 1) il protocollo di Milano che più specificamente, raccogliendo il consenso di un gruppo di psicologi forensi, si è occupato di stendere le procedure in materia di affido condiviso post-separativo e 2) le linee guida degli psicologi del Lazio.
Dall'incipit del protocollo di Milano.: "Lo scopo del presente protocollo2 è quello di :
1. offrire agli operatori ed esperti chiamati a valutare le condizioni per l’affidamento dei figli in caso di frattura della convivenza dei genitori, linee guida di carattere concettuale e metodologico, perché sia garantita la tutela psicofisica dei minori coinvolti e il loro benessere;
2. agevolare il lavoro di valutazione e di scelta di provvedimenti idonei da parte degli avvocati e dei magistrati, sempre nell’ottica di tutelare i diritti dei minori riconosciuti dalla legge. Consente infatti di vagliare la correttezza metodologica utilizzata ed il fondamento delle risultanze.
Nell'incipit gli psicologi aderenti indicano come obiettivo la difesa della salute del minore in tema di separazione e questo immediatamente richiama alla mente una rappresentazione che la separazione sia una patologia della famiglia e l'unità un valore. Nella separazione si afferma va tutelata la salute del minore. Ci chiediamo però “da che cosa va tutelata?” Questa domanda rimane sospesa e la risposta traspare poi dal contesto delle procedure e delle metodologie dispiegate nel protocollo.
L'elemento che sembra avere incidenza sulla salute del minore è la conflittualità che mette a rischio la gestione condivisa dei minori che rappresenta il fulcro attorno a cui si muove il protocollo. La tutela del minore in questo protocollo è poi affidata ad una procedura sostanzialmente di mediazione, che il consulente si assume, finalizzata al superamento/azzeramento del conflitto.
Il conflitto poi procede da una rappresentazione delle dinamiche della coppia e dei figli e discende da una specifica teoria sistemico-familiare, che però non giunge mai a cogliere i fatti concreti e la storia reale della coppia ed in particolare non raggiunge mai la rappresentazione di una violenza di coppia.
In linea generale, il protocollo fondato sulla teoria sistemico familiare, tende a ricucire la comunicazione che la separazione interrompe riportandola sull'interesse primario dei figli ad avere una co-genitorialità. In questo intento sposta l'intervento di valutazione, che i giudici richiedono, all'intervento di ripristino di una comunicazione interrotta o disfunzionale.
Si assiste pertanto al deragliamento del contesto valutativo, tipico di una consulenza, verso quello mediativo/trasformativo.
L'intervento di mediazione in situazione di consulenza tecnica sostanzialmente si pone anche come valutazione diagnostica della genitorialità: il genitore resistente alla comunicazione, resistente al criterio assunto come principio guida della buona genitorialità (ovvero il criterio dell'accesso o della genitorialità friendly) è anche il genitore da penalizzare sul piano giudiziario nell'attribuzione della responsabilità genitoriale ( penalizzazione che va dalla sospensione, privazione del diritto di vista, cambio di collocamento, messa in casa famiglia, ecc.).
Questa la sintesi dell'approccio e degli esiti delle procedure del protocollo di Milano che presenta importanti vizi metodologici e tecnico/ giuridici che esamineremo e da cui deve discendere la necessità di individuare una metodologia alternativa in grado di valutare nelle separazioni l'ipotesi della presenza della violenza domestica.

2. Le linee guida degli psicologi forensi e l'affermazione del diritto alla bi- genitorialità
Passando ad analizzare il presupposto giuridico alla base della scelta metodologica nei casi di separazione troviamo una misinterpretazione della bi-genitorialità.
Il Protocollo di Milano infatti fa riferimento ai recenti interventi normativi che hanno modificato la tipologia di affidamento dei figli a seguito della separazione dei genitori. "La riforma sull’affidamento condiviso ha sostituito il regime ordinario previgente di affidamento mono- genitoriale dei figli ponendo l’attenzione sul diritto del minore, anche in situazioni di crisi familiare, a mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori, esercitando il diritto alla bigenitorialità sancito sia dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (1989) sia dall’art. 24 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea di Nizza (2000). Tale diritto, che si esprime nella scelta dell’affidamento condiviso, evidenzia la necessità che il minore dopo la separazione genitoriale possa continuare a ricevere da entrambi i genitori cura, educazione e istruzione, conservando altresì i rapporti significativi con gli ascendenti ed i parenti di ciascun ramo genitoriale. Si tratta di un principio talmente consolidato nel nostro Ordinamento che la sua deroga avviene solamente nei casi in cui è comprovato che tale regime di affidamento può nuocere in maniera seria al minore. Ne discende che il “pregiudizio” e l’inidoneità genitoriale dovranno essere rigorosamente comprovati ".
Si tratta, infatti, di una interpretazione della legge in cui si proclama una priorità monolitica dell'affido condiviso sull'affido monogenitoriale (esclusivo), ma in realtà la stessa legge 54 (2006 prevede l'affido esclusivo ad un genitore nei casi ( purtroppo non infrequenti) che l'affido a due genitori (condiviso) sia contrario all'interesse del minore.
La legge 54/06 che ha introdotto modifiche all'art. 155 del codice civile afferma che: "Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale".
e ancora "Art. 155‐bis. – (Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso). Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore".
E’ chiaro infatti che se si postula il diritto alla bi-genitorialità - sub specie di un diritto universale e primario stante sullo stesso piano del diritto alla cura, salute, sicurezza ed educazione del bambino, come conseguenza avremo una metodologia cieca alla violenza che afferma la cooperazione e la condivisione dell'affido in ogni caso. Tale costrutto della bi-genitorialità quale diritto fondamentale e primario del minore non è aderente alla realtà fattuale e giuridica della tutela del minore stesso come prevista dal nostro legislatore e dalle convenzioni internazionali.
La giustapposizione del diritto alla bi-genitorialità come diritto da cui discende la scelta dell'affido condiviso è una distorsione giuridica del rapporto tra diritti fondamentali universali, primari, incondizionati e diritti secondari, condizionati e non universali. Basta pensare solo al fatto che nessuno può garantire al minore come diritto universale una relazione con due genitori per ovvi motivi ( morte dei genitori per dirne una) per capire sul piano della realtà dei fatti che non è questo annoverabile tra i diritti universali, primari e non eludibili.
La prima considerazione da fare appunto è quella di una differenza tra diritti primari incondizionati e sempre esigibili e diritti secondari e condizionati e non sempre esigibili .
Il protocollo di Milano a questo riguardo effettua il classico capovolgimento causa/effetto quando postula l'esistenza di un diritto universale e garantito e da esso fa discendere come diritti subordinati e condizionati quelli che sono invece diritti primari ed incondizionati, garantiti universalmente, come il diritto alla cura, alla sicurezza ed alla salute del minore. Il che vuol dire che anche in assenza di un genitore o di ambedue i genitori tali diritti vanno garantiti e non sono quindi subordinati alla presenza dei genitori.
Che i due tipi di diritti siano su piani diversi e che il diritto alla bi-genitorialità non sia neanche compreso tra i diritti fondamentali del minore lo vediamo anche nella nostra legislazione nonché nelle convenzioni internazionali a tutela del minore; legislazione nazionale e convenzioni internazionali convergono nell'affermare che il principio (e non il diritto) della bi-genitorialità è limitato o superabile quando è contrario all'interesse del minore. IN più il diritto sancito dalle convenzioni e dalla nostra costituzione è il dovere diritto alal genitorialità e non certo alla bi- genitorialità!
Da questa lettura si ricava anche un altro costrutto opposto a quello propugnato nel protocollo di Milano ovvero che l'interesse del minore ha un suo corpo ed autonomia che esclude da sé il principio alla bi-genitorialità .
La bi-genitorialità non fa parte degli interessi del minore, ed essa è, solo in linea di principio, strumento attuativo degli interessi del minore (diritto dovere dei genitori è partecipare alla vita del minore provvedendo ai suoi bisogni fondamentali, anzi la nostra costituzione all'art. 30 parla di dovere-diritto ribaltando i termini e dando al presupposto del dovere la priorità ) ma può anche configurarsi in contrasto con i suoi interessi e con l'attuazione dei suoi bisogni primari. Quali sono gli interessi del minore? Gli interessi del minore sono insieme la soddisfazione dei suoi bisogni primari e dei suoi diritti fondamentali: ovvero la cura, la salute, la sicurezza, l'educazione, ma anche tutti i diritti costituzionali previsti per gli adulti e cioè libertà di espressione, di mantenere il proprio domicilio, ecc. ecc.
Completiamo questo discorso con la disamina delle convenzioni che sono tutte orientate in questo duplice senso: interesse del minore e principio attuativo di questo interesse attraverso la partecipazione dei genitori (o di figure vicarie nell'adozione) alla vita del minore.
1. Il supremo interesse del minore compare per la prima volta nella dichiarazione del 1959, nella versione inglese come the best interests, dove l'interesse del minore è declinato come una pluralità di interessi (diversamente dalla versione francese dove l'interesse è declinato al singolare e come tale assunta dall'Italia) . Entra poi anche nella convenzione di New York senza che siano stati dati a questo concetto attribuzioni specifiche a livello di contenuti. Ciò sta a significare che i contenuti dei best interests non sono altro che l'insieme dei diritti che le Convenzioni declinano come appartenenti al bambino. Infatti non potrebbe essere  rappresentato in alcun modo una conflittualità tra il supremo interesse del minore (best interest) e i diritti attribuiti ai bambini!
2. I diritti dei minori costituiscono quindi tutti insieme il sostrato del/dei best interest(s). Nella Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 1959 si legge appunto che al fanciullo devono essere date opportunità e protezioni in modo da essere in grado di crescere in salute sul piano fisico, intellettuale, morale, spirituale e sociale, in condizioni di libertà e di dignità, e che le leggi rivolte a tal fine devono ispirarsi al principio del the best interest(s).
Nella convenzione di Strasburgo del 1996 si dice che: "Oggetto della presente Convenzione è promuovere, nell'interesse superiore dei minori, i loro diritti", ovvero la promozione dei diritti è il precipuo contenuto dell'interesse superiore del minore. Tra questi diritti i principali sono: il diritto alla salute, all'integrità psico- fisica., alla vita, alla sicurezza, alla parola, all'ascolto, a non essere oggetto di violenze ed abusi. Diritti per altro che i minori in quanto persona condividono anche con gli adulti e che fanno parte del nostro bagaglio costituzionale (artt. 2, 36)
3. In terza posizione poniamo il diritto del bambino al rapporto con i genitori. Lo poniamo in questa posizione terziaria perché se andiamo a ben guardare è un diritto particolare, diverso dagli altri che hanno una precisa soggettività di applicazione al minore ed i loro contenuti hanno una inviolabilità desunta anche dai diritti universali e dalla carta costituzionale.
Cosa ci dicono le convenzioni riguardo a questo diritto? Le convenzioni applicano una formulazione doppia lo chiamano diritto - dovere dove oltre al diritto del bambino ci si riferisce a terze persone (genitori o altri deputati a fare le veci) che compartecipano a quel diritto del bambino come mediatori sociali e che hanno il dovere di rendere attuabili ed attuati quei diritti. In questo modo appare chiaro che genitori e terze persone sono strumenti del diritto del minore ed in più ad essi sono intestati i doveri inerenti questa relazione e la sua legittima sussistenza. Non si tratta quindi né di un diritto personale che riguarda il diritto dei genitori alla relazione con il bambino, né un diritto assoluto privo di una serie di condizioni (doveri).
Allora va da sé che questo diritto, diversamente dagli altri, racchiude diversi ed altri contenuti che non sono la sola relazione (diritto ad avere due genitori, qualunque essi siano, come oggi in modo superficiale si tende a dire) o diritto dei genitori ad avere in ogni modo ed a qualunque costo una relazione con i figli. La specificità di questo diritto diversamente dagli altri, è nel fatto che allude ad altri contenuti che non sono la relazione in sé genitori-figli, ed inoltre diversamente da altri sono diritti limitati da situazioni avverse che ne impediscono la realizzazione e che sono già previste nel nostro ordinamento in senso lato. Esso è, quindi, come si diceva in premessa un diritto relativo e non assoluto, come oggi si tende a interpretare falsando gravemente il contesto dei diritti primari del bambino; là dove invece i diritti alla salute o alla sicurezza, o ad avere cure ed educazione non sono condizionati da alcuna circostanza esterna.
Riassumiamo per gli aspetti limitativi del diritto alla genitorialità quanto ci dicono le Convenzioni: (Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 1959) "Il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d'affetto e di sicurezza materiale e morale".
(art. 3 della CRC) " Gli Stati parti si impegnano ad assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie al suo benessere, in considerazione dei diritti e dei doveri dei suoi genitori".
(Art. 5 CRC) "Gli Stati parti rispettano la responsabilità, il diritto ed il dovere dei genitori o, se del caso, dei membri della famiglia allargata o della collettività".
(Art. 9 CRC) "Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo [...] ".
(Art. 18 CRC) "Gli Stati parti faranno del loro meglio per garantire il riconoscimento del principio secondo il quale entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l'educazione del fanciullo e il provvedere al suo sviluppo".
(art. 24 Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea, Nizza 2000, Strasburgo 2007) "Il minore ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse".
Osserviamo come sia coerente questo approccio: da un lato il rapporto con i genitori è sostenuto dalla loro responsabilità (dovere) di fornire cure adeguate e protezione, dall'altro lato il diritto alla relazione è limitato quando la relazione è contraria all'interesse del minore ovvero all'esercizio di tutti i diritti prima menzionati (salute, benessere, sicurezza, cura, educazione, protezione, ecc.).
Appare chiaro quindi come il diritto alla bi-genitorialità non sussista in sé e per sé ed indipendentemente da tutti gli altri diritti primari del minore e soprattutto è sempre sottoposto ai doveri di cura, di tutela, di educazione, del garantire un ambiente promotivo del benessere fisico e psichico (in rapporto alle risorse economiche e culturali, ovviamente).
Queste limitazioni le abbiamo tutte anche nel nostro diritto nazionale, da quando la legge sull'affido condiviso ha introdotto l'obbligo congiunto dei genitori a provvedere alla cura ed al benessere dei minori: la legge 54/06 che ha introdotto modifiche all'art. 155 del codice civile afferma che: "Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale". Nel nuovo Decreto Legislativo 28 dicembre 2013 n. 154, l'art. 337 ter che sostituisce l'art. 155 bis mantiene questo diritto sempre in capo al figlio analizzando sempre in via preliminare ( prima di determinare le modalità dell'affido) l'interesse morale e materiale del minore
L'affido condiviso ha però paletti costituiti in progress dagli articoli 330 - 333, 337 quater (ex 155 bis) c.c. che individuano condizioni pregiudiziali che potrebbero limitare la responsabilità di un genitore o di entrambi i genitori:
-comma 2 dell'Art. 330 codice civile: "il giudice può ordinare l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore";
-comma 1 dell'art. 333 codice civile: " può anche disporre l’allontanamento di lui dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore"
-comma 1 dell'Art. 337- quater codice civile: "qualora ritenga con provvedimento motivato che l'affidamento all'altro sia contrario all'interesse del minore"3.
Il diritto del genitore a essere presente nella vita del minore è quindi un diritto secondario condizionato dall'espletamento della funzione di cura prevista anche per i genitori non biologici: “Affidatari e adottanti devono essere in grado di assicurare al minore il mantenimento, la stabilità abitativa e di convivenza, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”(legge 149/2001).
Si chiarisce così il travisamento che presiede alla metodologia varata nel protocollo di Milano e nelle altre linee guida forensi che condividono i presupposti del protocollo di Milano4.
Il nostro ordinamento nonostante il gran parlare di bi-genitorialità non intende affermare nessun diritto di questo genere che prevalga su altri diritti primari del minore.
Sono quindi interpretazioni fuorviate e fuorvianti quelle che indicano che l’interesse prioritario del minore all’interno della famiglia è il diritto al rapporto con ambedue i genitori, in qualsiasi caso, e che il genitore responsabile è quello che garantisce l’approccio condiviso e l’accesso facile, senza barriere e limiti, dell’altro al figlio.
Questa interpretazione mostra tutta la sua fallacia quando poi all’atto della separazione apprendiamo che un genitore ha fatto o fa violenza all’altro, esponendo con ciò stesso i bambini agli esiti dannosi per la salute, ovvero esponendoli al maltrattamento assistito.
Per questo motivo il presunto diritto alla bi-genitorialità va sostituito semplicemente con un altro diritto, questo sì vero, fondamentale e prioritario per il minore: il diritto alla sicurezza , alla salute ed alla integrità psico-fisica, quando egli stesso sia vittima o quando divenga vittima quale spettatore della violenza contro la madre. E’ tale diritto sicuramente quello principale, sancito anche dalla nostra costituzione e dai diritti internazionali come diritto alla vita, alla salute ed alla integrità psico- fisica della persona.
Se un diritto alla bi-genitorialità, anzi è più corretto dire il diritto alla genitorialità (come citato in tutte le convenzioni e nella nostra costituzione) è limitato nella sua applicazione, mentre quello alla salute ed alla sicurezza deve essere prioritario anche nel nostro ordinamento, allora è necessario (come in tutti i paesi civili in cui la genitorialità non sia un atto di padronanza e di possesso su un figlio) che i nostri esperti cambino il loro orientamento e siano disposti ad accogliere le valutazioni per l'affido in modo diverso e da altra angolazione.

3. La ricerca internazionale sul best interest e la violenza domestica
Nel momento in cui si afferma un diritto alla bi-genitorialità come interesse primario del minore alla pari se non sovraordinato il diritto alal salute alla integrità psicofisica, si ha come conseguenza che la violenza domestica anche quando appare nelle pieghe del giudizio non sia considerata di peso tale da erodere il diritto ad avere comunque la relazione con i due genitori.
E' necessario qui richiamare la letteratura internazionale perché siano posti in evidenza i seguenti dati:
— il maltrattamento assistito che accompagna sempre la violenza sulla madre costituisce un pregiudizio per la salute del minore, che incide sul suo sviluppo psichico e sulla sua integrità psico-fisica; inoltre é documentato che la violenza domestica è fattore di rischio per ogni altro tipo di violenza
— la fase post separativa è una fase in cui la violenza prosegue, come accade nel 50% dei casi non diminuisce ma può aumentare anche nei confronti del minore, quando quest’ultimo viene spesso utilizzato come arma fisica e psicologica per colpire la donna 5;
— la violenza contro le donne ha un carattere epidemico come affermato dall’OMS nel recente 2013 e ripetuto nel 2017;
— il coinvolgimento dei minori nella violenza come testimoni ha esiti sulla salute pari a quelli determinati da un maltrattamento diretto, come affermato dallo stesso OMS e dalle ricerche internazionali;
— il rischio maggiore dei minori che hanno madri maltrattate è quello di essere anche vittime di maltrattamento diretto di ogni tipo, con esiti gravi sulla salute; ovvero la violenza domestica è anche primo fattore di rischio per ogni altro tipo di violenza sui minori, come emerge dalle ricerche internazionali;
— vi è un aumento di tutti i rischi di violenza per i minori e per la madre (compreso femminicidio e figlicidio) nella fase post-separativa.

3.1 il rischio post separativo e la determinazione dell'affido
Lundy Bancroft6 fa una disamina dei motivi per cui la separazione ed il divorzio non aumentano la sicurezza di donne e minori e di come queste tematiche siano sottovalutate o ignorate:

"La separazione o il divorzio tra un violento e una madre maltrattata non aumentano la sicurezza e il benessere dei bambini, soprattutto nei casi in cui l' aggressore è padre legale dei bambini con il diritto di esercitare visita o custodia. I tribunali della famiglia, i servizi di protezione dei minori, i terapeuti e altri professionisti del servizio socio-sanitario svolgono un ruolo critico nel determinare se la separazione in ultima analisi contribuisce alla sicurezza e alla guarigione dei bambini, oppure se essa creerà un contesto di ulteriore vittimizzazione per i bambini e la loro madre. I violenti sono a volte in grado di approfittare dell' ambivalenza della società nei confronti di madri che cercano di proteggere i loro figli dai padri abusanti. Il processo per l 'affido ed il diritto di visita può diventare una forma di costante abuso sulla madre, con importanti effetti secondari sui figli . Gli operatori della giustizia e della salute chiamati come valutatori del 'migliore affido' per i minori mancano spesso di una sofisticata comprensione delle dinamiche della violenza domestica e dei suoi effetti sul funzionamento familiare o della dinamica del trauma in generale . Un'indagine approfondita circa le accuse di violenza domestica o di abuso sui minori è a volte carente, affidata spesso in alternativa a test psicologici o a stereotipi riguardanti abusi e vittime. Il rischio per i bambini nel contatto con i padri violenti è spesso sottovalutato, soprattutto nei casi di violenza 'di livello basso' . Politiche in diverse aree per il miglioramento delle prassi sono necessarie per rafforzare la capacità delle madri maltrattate di proteggere i loro figli nella relazione con il padre violento quando questa non avviene in modo protetto.
Il contenzioso per l'affido, soprattutto quando non vi sono valutatori preparati, dà all'abusante ed alla Corte un grande potere sulla vita della donna maltrattata, e le sopravvissute possono sperimentare una battuta d'arresto nel recupero dei traumi patiti quando sono costrette ad entrare in situazioni in cui ancora una volta vivono la loro impotenza. Un aggressore che persegue la custodia dei figli può quindi aggravare gli effetti distruttivi che il suo comportamento passato ha avuto sulla famiglia".
Recentemente, gli studi illuminano anche le persecuzioni psicologiche post-separative caratterizzate da minacce di sottratte i figli alle madri7, e di attacchi giudiziari che vanno sotto il nome di custody stalking8.
A questo proposito citiamo quanto l’APA (Associazione degli psicologi americani9) dice: “I Tribunali della famiglia spesso minimizzano l’impatto nocivo della violenza assistita sui bambini e, a volte sono riluttanti a credere alle madri. Se il tribunale ignora la storia di violenza per valutare il comportamento della madre in una decisione per l’affido, lei può apparire ostile, non collaborante, o mentalmente instabile. Ad esempio, può rifiutare di rivelare il suo indirizzo, o può resistere alla visita senza supervisione, soprattutto se pensa che il suo bambino è in pericolo. Valutatori psicologici che minimizzano l’importanza della violenza contro la madre, o patologizzano le sue reazioni ad esso, possono accusarla di alienare i figli al padre e possono raccomandare di dare la custodia al padre nonostante la sua storia di violenza”.
E ancora: “Alcuni professionisti affermano che le accuse di abuso fisico o sessuale dei bambini che si presentano durante il divorzio o le controversie sulla custodia sono suscettibili di essere false, ma la ricerca empirica ad oggi non mostra tale aumento di false denunce in quel momento. In molti casi, i bambini hanno paura di essere soli con un padre che hanno visto usare violenza alla madre o un padre che li ha abusati. A volte i bambini fanno capire al tribunale che desiderano rimanere con la madre perché hanno paura del padre, ma i loro desideri vengono ignorati”.
La non considerazione della violenza come causa frequente della separazione così detta 'conflittuale' per escludere il padre dalla partecipazione alla vita quotidiana del minore ha conseguenze evidenti sulla tutela e i diritti fondamentali del minore alla salute ed alla sicurezza.

3. 2 Il diritto alla ' Safety First'                                                                                                                                                                                                                                     
La rappresentazione del primo diritto, come dritto alla safety, è in atto in tutti i paesi ed anche in Italia, pertanto le nuove metodologie di intervento sia psicologiche sia giudiziarie ne devono tenere conto.
Recentemente in Europa (Inghilterra) e precisamente il 2 ottobre 2017 è entrato in vigore un provvedimento per porre fine in via legislativa alla presunzione che un padre debba avere un contatto con un bambino all'interno del principio the best interests, quando vi siano invece prove ed evidenze di abusi domestici che metterebbero a rischio il bambino o la madre10: "In particular, the court must be satisfied that any contact ordered with a parent who has perpetrated domestic abuse does not expose the child and/or other parent to the risk of harm and is in the best interests of the child".

La violenza domestica contro le donne ridisegna in maniera netta e definitiva le responsabilità genitoriali ponendo in evidenza come la partecipazione alla vita dei minori è subordinata alla tutela della loro salute, e che quindi la bi-genitorialità non è principio prioritario da soddisfare ed esso non fa parte della tutela della salute prima della definizione dei comportamenti violenti nella relazione familiare.
Il National Resource Center on Domestic Violence (US) indica tre principi per contrastare la violenza sui bambini:
"Principle 1: The safety of children is the priority.
Principle 2: Child safety can often be improved by helping the mother to become safe and by supporting the mother's efforts to achieve safety.
Principle 3: Safety for battered mothers and their children can be supported by holding the batterer, not the adult victim, accountable for the domestic abuse"11.
Citiamo a questo riguardo la Raccomandazione n. 57 del National Council of Juvenile and Family Court Judges (AA.VV.)12; essa indica come la relazione donna vittima di violenza domestica e minori debba essere salvaguardata e messa al centro degli orientamenti giudiziari delle Corti:"
"Where there is domestic violence in child protection cases, judges should make orders which: — a. keep the child and parent victim safe;
— b. keep the non-abusive parent and child together whenever possible;
— c. hold the perpetrator accountable".
In definitiva: dove c’è violenza domestica nei casi di tutela dei minori, i giudici dovrebbero fare provvedimenti che: a. mettano al sicuro la vittima ed il minore; b. mantengano il genitore non-violento e figlio insieme, quando possibile; c. considerino il perpetratore come unico responsabile.

3. 3 Il 'No contact'
Il principio generale che emerge nei casi di violenza domestica è ’protect children and mother non abusive’ e del ’NO CONTACT with batterer’.
Tale principio è stato condiviso a partire dal 1994 negli Stati Uniti da il National Council of Juvenile and Family Court Judges con un modello (Model Code on Domestic and Family Violence) che incoraggiava gli Stati a adottare una legislazione adatta a intervenire in modo efficace sulla violenza domestica e che evitasse che le donne vittime fossero deprivate del loro diritto alla custodia unitamente al diritto alla sicurezza: “In every proceeding where there is at issue a dispute as to the custody of a child, a determination by a court that domestic or family violence has occurred raises a rebuttable presumption that it is in the best interest of the child to reside with the parent who is not a perpetrator of domestic or family violence in the location of that parent’s choice, within or outside the state”.
Nello specifico, la Sezione 3044 del Family Code in California così recita: “Upon a finding by the court that a party seeking custody of a child has perpetrated domestic violence against the other party seeking custody of the child or against the child or the child’s siblings within the previous five years, there is a rebuttable presumption that an award of sole or joint physical or legal custody of a child to a person who has perpetrated domestic violence is detrimental to the best interest ofthe child“
La presunzione relativa riguarda quindi il genitore abusante e la sua incapacità/impossibilità ad avere la custodia esclusiva o congiunta dei figli, quando vi siano prove/denunce/allegazioni di ciò.
Negli Stati Uniti le Corti che hanno assunto questo principio nelle prassi giudiziarie dei singoli Stati sono ad oggi 24.
Tutte queste pronunce, sul piano internazionale, sulla importanza di decidere in ogni caso per un no contact o un protected contact del bambino con il genitore violento (in caso di violenza domestica) con una esclusione dell’ affido esclusivo o condiviso vanno a sostenere la definizione di nuove metodologie per la valutazione dell'affido che integrino la competenza a visualizzare e porre in prima piano la violenza domestica quale limite insuperabile alla duplice genitorialità, che a sua volta viene concepita come diritto condizionato e subordinato alla sicurezza del minore.

4. Limiti generali delle linee guida degli psicologi forensi: l'esclusione della violenza domestica dal campo di osservazione e la vocazione mediativa della consulenza
Primo limite alla valutazione della violenza è proprio il costrutto dell'intervento tecnico, che è stato pensato esso stesso come mediazione all'interno della valutazione.
Sappiamo bene che l'intervento di mediazione con il confronto diretto tra vittima ed autore della violenza è censurato dalla Convenzione di Istanbul perché espone la donna a gravi rischi di ulteriori violenze e ricatti da parte dell'autore, e anche perché mette a disagio la vittima ledendo il suo diritto alla integrità psico-fisica e alla libera espressione di sé.
Un intervento quindi quello propugnato in via 'universale' dal Protocollo di Milano che propone una metodologia che non tiene conto delle situazioni di separazione motivate da violenza (non dimentichiamo che la violenza di coppia è presente nel 30% delle relazioni ed è considerata dall'OMS fenomeno di proporzioni epidemiche nel mondo13 ed essa rifluisce nella maggioranza dei casi nei percorsi separativi giudiziari altamente conflittuali). Così come non si possono disconoscere, nelle impostazioni del lavoro psicologico nelle separazioni, le leggi nazionali e le convenzioni internazionali sulla violenza domestica, né la realtà del maltrattamento assistito.
Ci dice l'Istat14 che le donne separate o divorziate subiscono violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre, il 51,4% contro il 31,5%; secondo i dati forniti dall’Eures15. Se poi si osservano i dati degli omicidi di donne, si scopre che 7 su 10 avvengono in famiglia, e che quasi la metà di questi avviene nel lasso di tempo dei primi tre mesi dopo la rottura della relazione: tutte le statistiche sulla violenza domestica suggeriscono che la perdita di controllo sulle vittime rende l'uomo maltrattante incline a perpetrare violenze di maggiore intensità; motivo per il quale la separazione (quale sottrazione al controllo maschile) si configura come un fattore di rischio ulteriore di violenza per le donne e i bambini. Da questo punto di vista non è accettabile né all'interno del mondo psicologico (secondo quanto dichiarato a proposito dall'associazione degli psicologi americani16) né giudiziario (vedasi legge e convenzioni a tutela delle vittime di violenza17) propugnare procedure che non tengano conto della evenienza molto diffusa (l'OMS parla di fenomeno non certo residuale ma epidemico) della violenza domestica . Il confronto diretto delle donne, a qualsiasi titolo attuato anche nelle CTU, con gli autori di violenza lede i principi di sicurezza e salute dei vittime, sia donne sia minori in quanto vittime di maltrattamento assistito . Non dimentichiamo quanto di recente affermato da save the children18 sulle cifre del maltrattamento assistito che colpiscono la maggioranza dei minori figli delle donne vittime di violenza. Ma oltre c'è anche che la violenza domestica è il primo fattore di rischio per ogni altra condizione di abuso sui minori, e questo dato emerge per la prima volta nel 1992 quando l'Associazione dei medici americani parla di una percentuale che va dal 33 al 55% di bambini che soffrono di qualsiasi forma di abuso a partire dal maltrattamento delle loro madri19. Ed infine il dato allarmante che all'atto della separazione si assiste ad un incremento della violenza post-separativa20 che prende di mira non solo le madri ma anche direttamente i minori in varie forme, quegli stessi minori che fino alal separazione erano stati solo spettatori della violenza sulle loro madri.
Andando oltre, l'intento mediativo, che traspare dal protocollo che origina dal presentare la bi- genitorialità, come diritto assoluto ed incondizionato, si concretizza nella individuazione di un criterio principe per la buona genitorialità che è quello di essere garante dell'accesso ai figli da parte dell'altro genitore: il così detto CRITERIO DELL'ACCESSO.
E' chiaro che la valutazione sulle competenze genitoriali con la compresenza dei due partner di cui uno autore di violenza e l'altro vittima non può che portare necessariamente all'epilogo negativo per il profilo genitoriale della vittima, se valutato attraverso il criterio dell'accesso: la donna vittima sarà certamente resistente alla relazione friendly con il partner e da questo inevitabilmente, come accade nella pratica, il CTU trarrà l'esito valutativo inappropriato che la donna cioè sia un genitore non adeguato perché resistente/indisponibile/poco disponibile /disponibile con riserva/ indisponibile inconsciamente alla cooperazione genitoriale!
Se poi sommiamo a questo anche un atteggiamento di rifiuto del bambino o di scarso gradimento della relazione con il padre, avremo un profilo della donna vittima di violenza che non solo è poco disponibile alla relazione con il partner in quanto co-genitore ma sarà considerata induttrice di sentimenti negativi anche nel minore, al quale si disconoscerà l' autonomia dei sentimenti negativi, prodottisi - con elevata probabilità - a contatto con le azioni violente del padre contro la madre (maltrattamento assistito).
Quindi un atteggiamento resistente, del tutto normale nella vittima, è interpretato, alla luce di una metodologia che non discrimina la violenza dal conflitto, come cattiva genitorialità per la mancata soddisfazione del criterio dell'accesso. Spesso notiamo che i CTU, inesperti di violenza, segnalano al giudice del procedimento anche i comportamenti non verbali (tipo non guardare il partner, avere un viso non sorridente, non salutare al primo ingresso, ecc. ecc,) quali elementi fondativi di una cattiva genitorialità, misinterpretando la sofferenza, il disagio delle vittime messe a confronto con il partner maltrattante.
Ecco quanto affermato nel protocollo di Milano:
"La consulenza mira idealmente a una restituzione di responsabilità genitoriale in cui le parti – anche con l’aiuto dei propri CCTTPP – possano ricomporre la comunicazione tra loro, con e sui figli, al fine di rispondere alle esigenze di quesiti".
"Nella valutazione delle capacità genitoriali, per regolare la frequentazione del minore con entrambi i genitori o eventualmente per escludere dall’affidamento uno o entrambi i genitori, l’esperto dovrà tener conto dei criteri minimi relativi alle capacità genitoriali, che riguardano essenzialmente la funzione di cura e protezione, la funzione riflessiva, la funzione empatica/affettiva, la funzione organizzativa (scolastica, sociale e culturale), e il criterio dell’accesso all’altro genitore."
Da questi accenni sulla vocazione mediativa del protocollo di Milano alla ricerca della cooperazione tra ex- partner per la gestione condivisa dei figli, si desume la sua totale inappropriatezza per valutare la buona genitorialità in caso di violenza, tenendo presente il dato che si tratta di casi assolutamente diffusi (epidemici) e non residuali ed eccezionali.
C'è da dire che oggi ci sono anche ricerche che riguardano la consulenza e la metodologia di approccio al tema della violenza, tra queste citiamo la più recente di Gennari ed altri21 che però alla fine concludono con un nulla di fatto, ovvero sulla inapplicabilità della metodologia per quanto riguarda i casi di violenza grave. Dobbiamo dire quindi che nulla di nuovo si è prodotto stante la prima differenziazione fatta dall'OMS nel 200222 tra la violenza reciproca non grave rinviante alla definizione del conflitto di coppia e la violenza grave di cui le principali vittime sono le donne, che è appunto la violenza cui si riferisce la Convenzione di Istanbul e l'OMS quando parla di epidemia.
Dobbiamo concludere questa breve disamina, sui protocolli e linee guida più diffusi attualmente nelle aule dei tribunali, affermando quindi che il primo limite alla valutazione della violenza, nei procedimenti di affido, è proprio il costrutto di un intervento tecnico pensato in modo 'universale' come soluzione ed intervento di azzeramento (mediazione) del conflitto.

5. Limiti specifici delle metodologie derivate dal presunto "diritto alla bi- genitorialità"
Una serie di limiti metodologici derivano dall'assunto del principio della bi-genitorialità come incipit della consulenza presente sia nel protocollo di Milano sia in altre linee guida come quella dell'ordine degli psicologi del Lazio, della Calabria, dell'Emilia Romagna in tema di separazioni e divorzi.
In primis e ne abbiamo già parlato:
- la vocazione mediativa/ trasformativa e non più solo valutativa della consulenza ispirata dalla affermazione del principio della bi-genitorialità da ripristinare nella coppia perizianda con il presupposto che quel principio sia il contenuto principale del best interest del minore.
A seguire:
- negazione/ non valutazione di ogni comportamento disfunzionale alla bi-genitorialità assunto nella storia della relazione prima della separazione;
- mancanza di un'analisi sui pregiudizi che incombono sui diritti primari, dalla salute alla sicurezza ed alla educazione del minore derivati dalla violenza domestica;
- introduzione di criteri nella competenza genitoriale, direttamente desunti dal principio della bi- genitorialità, avulsi dai diritti primari del minore, con la centralità data al criterio dell'accesso come fondativo di una buona generalità, in ogni caso cuore della valutazione delle competenze genitoriali. "Nel caso specifico delle separazioni e dei divorzi, la valutazione della genitorialità verterà in maniera specifica sulle capacità di ciascun genitore di salvaguardare la relazione del figlio con l’altro genitore, la capacità di garantire al figlio una continuità affettiva e relazionale, nonché la capacità di salvaguardare il figlio stesso dal confitto con l’altro genitore (coinvolgimento in dinamiche triangolari disfunzionali, squalifiche dell’altro genitore, conflitti di lealtà, ecc.). Il conflitto di lealtà in particolare riguarda la posizione in cui si trovano quei figli che ricevono da parte di uno o entrambi i genitori continue richieste di alleanza verso la propria posizione contro l’altro genitore. Se da una parte il figlio può accettare queste “proposte” o in un certo senso generale, dall’altro poi sperimenta sensi di colpa verso l’altro genitore"23;
- introduzione di altri criteri, che ruotano intorno al criterio dell'accesso , quando sostenuto non solo dal comportamento di un genitore, ma anche dal comportamento di rifiuto del minore . Questi criteri derivati appunto dalla mancata aderenza al principio alla bi- genitorialità, fanno riferimento a dinamiche intrapsichiche o relazionali della coppia ( a secondo del modello di riferimento psicologico) che hanno come effetto l'invischiamento del minore in un ipotetico conflitto di lealtà con il genitore collocatario, oppure che esitano in un processo di alienazione parentale. I costrutti dell'alienazione genitoriale o del conflitto di lealtà sono ambedue costrutti non validati sul piano scientifico e non presentano inoltre, se valutati come comportamenti e non come sindromi, correlazioni attendibili, sia sul piano cognitivo che su quello emotivo/affettivo, con i criteri e le tappe dello sviluppo infantile nella prima e seconda infanzia, ambiti in cui sono più spesso utilizzati;
- il ricorso ad una unica ipotesi esplicativa della conflittualità anche elevata nella condizione di separazione della coppia: essa si configura nella maggioranza dei casi come un evento luttuoso, (determinato da tratti di personalità dei due membri della coppia che non si sono 'incastrati') che esita in una dolorosa mancanza dell'altro della coppia (in genere mancanza indicata come patita dalla donna), che viene ricreata attraverso l'alleanza con i figli, consciamente o inconsciamente sottratti al rapporto con l'altro genitore ( il padre nella generalità dei casi).
"Esistono anche casi in cui un genitore stabilisce con il proprio figlio un legame di reciproca dipendenza in quanto è il bambino a rappresentare l’unica fonte di gratificazione affettiva per il genitore stesso, o ancora, casi in cui il genitore – se non riesce ad elaborare il sentimento di lutto e fallimento che l’atto separativo comporta - si “aggrappa” a ciò che vede come l’unica cosa rimasta della famiglia che aveva: il figlio"24;
- il riferimento alla teoria sistemico-relazionale, applicata al contesto familiare nelle situazioni di valutazione delle separazioni, impedisce di valutare le responsabilità del singolo; tale teoria infatti si focalizza sul funzionamento complessivo di un sistema dove non si possono distinguere le singole azioni individuali. I meccanismi che questo tipo di consulenza, ampiamente diffusa tra i valutatori dell'affido, focalizza sono quelli "di collusione di coppia che sostengono il conflitto"25. Partendo da una teoria siffatta non è possibile accedere alla responsabilità individuale di un autore di violenza e alle sue ricadute sulle competenze genitoriali;
- la scarsa aderenza ai significati letterali del riferito dei genitori e del minore: l'interpretazione clinica in rispondenza della propria teoria scientifica incombe sul riferito dei periziandi in maniera antagonista rispetto alle finalità forensi. Le interpretazioni cliniche dei comportamenti fattuali possono essere molteplici, esse sono quindi tutte potenzialmente arbitrarie e possono configurare, in un contesto giudiziario, dove occorrono prove e atti, una sorta di manipolazione e travisamento delle stesse prove se i consulenti non riferiscono alla lettera quanto affermato dai periziandi circa i fatti in discussione, ma sottolineano e pongono in primo piano la loro interpretazione soggettiva. L'interpretazione del tecnico, che nel rapporto clinico con un paziente è sottoposto al suo esclusivo controllo e consenso, può avere anche un valore di modificare un punto di vista ed un comportamento per renderlo più salutare; se ciò accade normalmente nel contesto clinico, nel contesto giudiziario ha invece un effetto perverso: l'interpretazione diviene puro arbitrio del consulente - contrario anche al codice deontologico - ed esposto nel peggiore dei casi anche ad accuse di 'frode processuale'. Ecco allora che questa funzione interpretativa, potenzialmente manipolatoria del riferito dei periziandi, viene invocata come mezzo utile per evitare il conflitto o ridurlo : "L’esperto dovrà sempre avere una funzione di filtro e di rielaborazione dei contenuti e dei significati di ciò che avviene durante gli incontri di consulenza, svolti alla presenza dell’altro coniuge/partner e/o del minore. Questo per evitare di amplificare il conflitto"26.
Emerge qui a chiare lettere che il consulente non darà al giudice un quadro corrispondente alla realtà dei fatti né di quanto portato ed agito in consulenza ma il tutto sarà filtrato da posizioni mirate a ridurre il conflitto. Fa parte di questa opzione anche il richiedere e interpretare negativamente il ricorso alla giustizia penale, e spesso sul piano pratico se le donne non sono esplicitamente indotte al ritrito di denunce, il non fare le denunce o il ritirarle quando fatte, sono atti valutati positivamente come contributo alla riduzione/risoluzione del conflitto.

6. I limiti degli strumenti propugnati dagli psicologi forensi
a. Il colloquio: "Il colloquio individuale nelle situazioni più conflittuali può essere anche utilizzato per “evacuare” i contenuti più aspri, le reciproche denigrazioni e accuse prima di cercare di stimolare le parti in causa a riflettere sui propri problemi irrisolti con le figure genitoriali che sono stati “trasferiti” nel rapporto coniugale onde porre le basi affinché ognuno dei due partner possa cominciare ad analizzare il proprio contributo al “fallimento” della relazione di coppia e quindi capire l’utilità di un percorso personale di riflessione con finalità psicoterapeutica da compiere successivamente alla consulenza"27. Il colloquio individuale ha funzione trasformativa e non valutativa in esso ambedue i genitori sono messi di fronte alle proprie responsabilità in un discorso circolare da cui non potrà mai emergere una responsabilità individuale di chi ha commesso una violenza.
b. I test utilizzati dai consulenti funzionano da supporto ai colloqui. Quindi servono nello stesso quadro circolare di individuazione delle responsabilità della coppia fondata su tratti di personalità. I test più adoperati sono i reattivi di tipo proiettivo (Rorschach, Wartegg, Reattivi di Disegno) e questionari di personalità (MMPI 2, MCMI-III). La critica ai test proiettivi ricalca la critica al colloquio per quel che riguarda la sovrapposizione tra dati fattuali/comportamenti reali e significati desunti da un funzionamento intrapsichico che può non accedere al piano di realtà. Per i questionari di personalità la letteratura internazionale indica come la condizione di stress della vittima di violenza può amplificare aspetti psichici come le idee di persecutorietà e la diffidenza che in questo caso non hanno alcuna valenza patologica28.
c. I colloqui di coppia, colloqui congiunti. Solitamente sono previsti in diversi momenti della consulenza alcuni colloqui congiunti con entrambi i genitori. "Il colloquio congiunto consente di osservare le modalità di rapporto tra i due ex partner, attraverso la valutazione della capacità o meno di dialogare, dell’entità e della modalità attraverso cui si esprime il conflitto, delle capacità negoziali e soprattutto della attenzione di ognuno di ascoltare le ragioni dell’altro. Il focus è mantenuto sulla comune responsabilità genitoriale, si cerca un’alleanza definendo come obiettivo del consulente che entrambi si riapproprino del potere decisionale. La reciproca disponibilità all’ascolto fornisce informazioni anche sulle capacità di quei genitori di ascoltare il figlio"29. Le finalità dei colloqui congiunti non sono quelli di rilevare la natura delle contrapposizioni ma di superare le contrapposizioni, di qualsiasi natura siano, un intervento anche qui orientato al superamento del conflitto, che non può e non deve essere applicato ai casi di violenza.
d. Colloqui genitori/figli
In questi colloqui si evidenzia l' utilizzo di strumenti di valutazione della relazione familiare con ricorso frequente all’LTP clinico (Lousanne Trilogue Play clinico) e al “Disegno Congiunto della Famiglia”: tale uso: "parte dall’ipotesi che le dinamiche che si manifestano nel contesto di osservazione peritale rispecchiano come la famiglia gestiva e può gestire la collaborazione tra i genitori"30.
Secondo la Malagoli Togliatti, tutte le indagini testologiche sono utilizzate per poter fare ipotesi sui meccanismi di collusione che sono alla base del conflitto distruttivo della coppia e che ostacolano una rielaborazione evolutivamente positiva delle dinamiche familiari31. Nelle dinamiche collusive ampio spazio è dato all'analisi della alienazione, nel caso emerga il rifiuto del minore o il rifiuto della donna al principio della co-genitorialità32. Si tratta di strumenti che prevedono un confronto diretto vittime e autori di violenza che non possono essere legittimamente utilizzati in quanto contravvengono ai dettami della convenzione di Istanbul.
e. Colloquio con il minore
" L’incontro è finalizzato ad esplorare i suoi desideri, bisogni e vissuti rispetto alla separazione dei genitori cogliendo non solo “cosa” egli dice e “come” lo dice, ma anche i messaggi impliciti. Con l’ascolto del figlio conteso tra genitori separati ci si propone di avere la possibilità di comprendere il ruolo che egli assume all’interno del suo contesto di vita dandogli la opportunità di far ascoltare i suoi bisogni, le sue aspirazioni e di dare spazio alle sue esigenze e alle sue emozioni. L’ascolto del minore, da parte dell’esperto, inoltre, parte dalla necessità di tutelare la “continuità” dello stile di vita del figlio e delle sue relazioni con le figure significative, puntando alla salvaguardia del rapporto con le famiglie di origine e con entrambi i genitori"33.
Nelle linee guida citate non vi sono riferimenti espliciti alla alienazione parentale ma essa fa parte del bagaglio tecnico degli psicologi aderenti alle linee guida. A titolo di esempio citiamo il più recente programma che si occupa, dopo le consulenze in ambito giudiziario, di approntare un programma per bambini alienati: si tratta del programma REFARE – Reconnecting Family Relationships Program"34 che si definisce come "un trattamento sanitario di natura psicologica, sviluppato ad hoc per i casi di Alienazione Parentale, che si pone l’obiettivo di riequilibrare la relazione tra genitore rifiutato e figlio, in seguito ad un contenzioso civile di separazione coniugale".
Nelle consulenze è previsto quindi che il minore sia immediatamente sottratto alle cure di un genitore che non garantisce il criterio dell'accesso all'altro; egli viene collocato in 'quarantena' anche in una struttura esterna alla famiglia, finché non rielabora positivamente il rapporto con l'altro genitore. Un trattamento di questo genere lo abbiamo visto posto in essere in campi di detenzione con prigionieri politici, mirato al resettaggio delle loro convinzioni e credo politici, con l'intento di aggiungere il carattere psicologico alla prigionia/costrizione fisica35. Ribadiamo che a prescindere dal contesto della violenza domestica si tratta di un metodo coercitivo assolutamente non compatibile con il codice deontologico degli psicologi, dei medici e degli operatori sanitari orientato a non infliggere trattamenti obbligatori, costrittivi e di chiara natura traumatica (come è traumatico l'improvviso allontanamento dal genitore di riferimento e dall'abituale contesto di vita).
f. Colloqui congiunti di restituzione ed il profilarsi del giudizio di genitore alienante
Le consulenze tarate sulla risoluzione del conflitto prevedono un incontro di restituzione tra i partecipanti con la finalità di definire insieme il quadro della condivisione della gestione del minore con l'affermazione del principio della bi-genitorialità e la divisione dei tempi /spazi si vita del minore. Va da sé, al di là di tutte le discussioni sulla scientificità o meno della alienazione parentale, che la non condivisione del principio della bi- genitorialità e la sua attuazione secondo gli schemi pratici proposti dal CTU, configuri come esito l'esistenza di un genitore che si oppone e per questo alienante ed un genitore che lo auspica senza ottenere la sua realizzazione e per questo alienato.
In caso di violenza negata difficilmente il genitore abusato riuscirà a condividere il piano di co- genitorialità o comunque cercherà di ottenere spazi diversi di affidamento che siano il più possibile favorevoli ai bisogni espressi dal minore di rifiuto/ riluttanza ad incontrare il padre o a incontrarlo in tempi meno ampi ed in condizioni di maggiore sicurezza. Il genitore abusato e maltrattato (generalmente la madre) si candida per ciò stesso a essere etichettato come genitore alienante. Quando l'incontro di restituzione non sortisce l'effetto di una compliance alle proposte del CTU in esso si profila la possibilità di indicare al giudice un trasferimento della collocazione del minore (dal genitore supposto 'alienante' a quello supposto 'alienato') immediatamente o a seguito di un periodo di monitoraggio. Alla fine se persistono condizioni di carente attuazione del principio della bi-genitorialità si applicheranno misure afflittive sul genitore così detto alienante che prevedono l' allontanamento coattivo del minore dalla sfera di influenza del genitore supposto alienante e la collocazione presso l'altro genitore supposto alienato.
g. Il costrutto della bigenitorialità e la scelta diagnostica e trattamentale di elezione
Il costrutto di cui si è parlato da cui partono allora gli psicologi forensi aderenti al protocollo di Milano è in sintesi il seguente: la bi-genitorialità è il valore da salvaguardare sia dal punto di vista giuridico che psicologico; esso contiene in sé ogni altro diritto e bisogno primario del bambino dalla salute alla sicurezza, all'educazione, alla socializzazione.
Ogni disagio del bambino è riferito alla mancanza di questo valore, ogni altro fattore che riguarda la salute del minore viene cancellato dal campo valutativo.
La competenza genitoriale è quindi garantire la realizzazione di questo obiettivo mostrandosi disponibili all'accesso del minore all'altro genitore, anche in presenza di un rifiuto del minore. Quando il rifiuto del minore permane ed il minore non soddisfa pienamente il desiderio del genitore di averlo in modo paritario esso sarà valutato come problematico ed i suoi problemi e disagi saranno ricondotti alla mancata relazione con i due genitori.
Anche cambiando l'ordine degli addendi non muta il risultato. Infatti, ultimamente, alcuni psicologi (tra cui Pingitore) hanno effettuato una critica delle procedure consulenziali indicando come non sia legittimo sul piano giudiziario parlare di diagnosi e cure36 ma invece si deve porre l'accento solo sui comportamenti e non sui profili di personalità. Si ritorna così al compito valutativo che è più corretto sul piano giudiziario e non trasformativo/curativo, ma i comportamenti valutati rimangono ancorati al criterio della bi-genitorialità. La posizione finale diviene ancora più radicale ed antagonista rispetto alla possibilità di inserire nella valutazione una pregressa violenza domestica, infatti dice Pingitore: " di fronte ad un genitore che impedisce l'accesso del figlio all'altro genitore, al Tribunale non dovrebbe interessare il motivo alla base di quel comportamento, ma sostanzialmente solo se lo adotta, per poi prendere relativi provvedimenti giudiziali (non sanitari);" Nei motivi (da non valutare secondo Pingitore) del comportamento di un genitore che impedisce/ostacola l'accesso all'altro sono compresi anche i comportamenti violenti, che invece costituiscono un motivo fondato per non accedere al diritto alla genitorialità.
g1. Le diagnosi
Le diagnosi, cui si rifanno gli psicologi in questo specifico contesto, contengono tutte un riferimento a concetti o comportamenti di alienazione anche se con nomi diversi: conflitto di lealtà, disturbo relazionale, madre simbiotica ed iperprotettiva, falso sè, ecc. ecc. nessuna di queste diagnosi configura una qualche patologia e ciascuna di queste diagnosi si fonda in genere solo esclusivamente sul rifiuto del minore ad accedere alle visite con il padre o ad accedervi in modo libero e sereno.
Non vi è mai una seria valutazione di più ipotesi eziologiche a confronto tra loro per cui le allegazioni di violenza, anche quando presenti agli atti, vengono tutte ricondotte allo stato di conflittualità o elevata conflittualità compatibile con le procedure di mediazione, confronto tra i genitori, valutazione del genitore disponibile e non ostativo all'accesso dell'altro al figlio.
g2. la scelta trattamentale
Poi anche la scelta trattamentale è unica con poche variazione, desunta dalla teoria di Gardner e riconducibile, al 'Transitional Site Program'37.
Dovunque si realizza questa costellazione di fatti: un conflitto sull'affido con figlio recalcitrante e madre protettiva e tutelante, si arriva alla definizione di una madre alienante, senza mai andare a vedere nel contesto della relazione pare-figlio e nella storia pregressa di questa relazione i fatti che pesano sul rifiuto del bambino. Se il bambino rimane è rifiutante e sta male quando incontra il padre, se la madre richiede una restrizione del diritto di visita in questi casi a tutela della salute del minore, sarà indicata come autrice dei vissuti del bambino attraverso un 'trasloco' ( proiezione) dei propri sul bambino.
Il trattamento è quindi prevalentemente minaccioso e forzoso: allontanamento immediato del figlio dalla madre alienante e collocazione presso il genitore rifiutato con una transizione presso una struttura di passaggio per poi essere collocato dal padre in modo stabile a cui viene data la responsabilità esclusiva e con visite protette della madre.
Non si hanno statistiche degli effetti di questo intervento forzoso che è sicuramente, come abbiamo già detto, un trauma come lo sradicare un minore, in assenza di danni attuali alla sua salute, dal suo contesto familiare, sociale, scolastico, sportivo, amicale per trapiantarlo in altro contesto che il minore non gradisce, indipendentemente anche dal motivo di non gradimento.
Di seguito riportiamo una dura critica agli psicologi che utilizzano i trattamenti coercitivi fatta da "The Leadership Council on Child Abuse & Interpersonal Violence"
"Varie forme di questo tipo di “trattamento” sono nate negli ultimi dieci anni. La terapia di solito comporta il confinare il bambino in un luogo lontano da casa, e isolare il bambino dal genitore a cui il bambino è più attaccato. L’attaccamento al genitore preferito è contestato, e il bambino è incoraggiato con sessioni intensive ad accettare nuovamente il genitore rifiutato" (Various forms of this type of “treatment” have sprung up over the last decade. The therapy usually involves confining the child in a location away from home, and isolating the child from the parent to whom the child is most attached. The attachment to the favored parent is challenged, while encouraging the child with intensive sessions to re-accept the rejected parent.)
"Questa cosiddetta "terapia" ricorda il tipo di tecniche di lavaggio del cervello usate nei campi di prigionia dove la privazione e l'isolamento sono usate per costringere false confessioni e per forzare i cambiamenti ideologici nei prigionieri. Mentre queste tecniche possono produrre cambiamenti nella credenza e nel comportamento, siamo preoccupati che queste tecniche siano dannose per la salute mentale dei bambini. Uno dei pericoli concreti di questo tipo di terapia è che è stata usata per costringere i bambini a riunificarsi con adulti che hanno commesso crimini violenti contro di loro, mettendo così i bambini a rischio di ulteriore vittimizzazione. Il Consiglio direttivo ha parlato con diverse vittime di questo tipo di terapia che sono state traumatizzate dal trattamento"
(This so-called “therapy” is reminiscent of the kind of brainwashing techniques used in prison camps where deprivation and isolation are used to coerce false confessions and to force ideological changes in captives. While these techniques can produce changes in belief and in behavior, we are concerned that these techniques are harmful to the mental health of children. One of the concrete dangers of this type of therapy is that it has been used to force children into reunification with adults that have committed violent crimes against them, thus putting the children at risk of further victimization. The Leadership Council has spoken with several victims of this type of therapy who were traumatized by the treatment)38.
In contrasto a quanto proposto da questi psicologi riportiamo nel riquadro sottostante quanto invece affermato dall'APA ( American Psychological Association):
1.Secondo gli standard etici dell’APA, gli psicologi devono rispettare e tutelare i diritti umani e civili (Preamble alle linee guida etiche dell’APA).
2. Il diritto alle proprie convinzioni è considerato il più fondamentale dei diritti umani. Il confinamento lontano da genitori e amici in un ambiente non familiare di un bambino che non ha commesso nulla di male, al fine di costringerlo ad adottare un nuovo sistema di convinzioni, può violare i suoi diritti civili fondamentali.
3. Secondo i principi etici dell’APA, gli individui hanno il diritto fondamentale all’autodeterminazione (General Principles Principio E: Il rispetto dei diritti delle persone e la dignità)
Essere costretti a cambiare il proprio sistema di convinzioni può violare il principio di autodeterminazione.
4. Secondo i principi etici dell’APA, gli psicologi devono evitare relazioni con più soggetti per evitare conflitti di interesse (codice etico APA: 3.05)
Secondo gli standard etici stabiliti dalla APA, “uno psicologo si astiene dall’entrare il relazione con più soggetti se questo comporta il mettere in pericolo la sua obiettività, la sua competenza, o l’efficacia nello svolgimento delle sue funzioni come psicologo, o in altro modo rischi di danneggiare la persona con la quale esiste un rapporto professionale. ”
Uno psicologo che ha stipulato un contratto con un genitore per forzare un bambino contro la sua volontà in un rapporto è impegnato in due relazioni: quella con il genitore richiedente e quella con il paziente-bambino. Gli interessi del bambino possono essere in diretto conflitto con quelli del genitore che ha richiesto la terapia. Questo duplice ruolo comporta un conflitto inevitabile che può far sì che i sentimenti del bambino, le sue convinzioni, e i suoi desideri non siano centrali durante il trattamento.
5. Secondo i principi etici dell’APA, gli psicologi devono somministrare terapie solo dopo aver ottenuto il consenso informato – anche quando un paziente non è legalmente in grado di dare il consenso informato, lo psicologo deve ugualmente spiegare le procedure, tenere da conto le preferenze dell’individuo e ottenere il suo assenso prima del trattamento. (Codice Etico APA: 3.10).
Secondo gli standard etici stabiliti dalla APA, “riguardo alle persone che giuridicamente non sono considerate in grado di dare il loro consenso informato, gli psicologi debbono, comunque, (1) fornire una spiegazione adeguata, (2) cercare di ottenere il consenso dell’individuo, (3) prendere in considerazione le preferenze di quelle persone ed operare nel loro interesse ..( ibidem) ”
Gli psicologi devono interrogarsi, al di là anche della scientificità della PAS o AP, sulla liceità deontologica di questo trattamento e ripiegare su forme (in ogni situazione di violenza o meno) che non implichino la costrizione e tecniche similari al lavaggio del cervello; queste ultime hanno ovviamente sui bambini un effetto devastante molto più grave del problema che si vuole risolvere, in questo caso dell'affermazione o ripristino della bi-genitorialità.
Richiamare il codice deontologico non esime poi dal valutare sul piano penale gli abusi che si possono commettere in relazione alla privazione della libertà dovuta all'applicazione di un trattamento sanitario obbligatorio al di fuori di forme legali stabilite. Inoltre va sempre valutata l'illegittimità commessa nel sottrarre un bambino al suo contesto abituale di vita senza che vi siano elementi di pericolosità in quel contesto e senza che il genitore (cui in quel momento è affidato il bambino) abbia commesso alcun reato o messo a rischio la salute e la sicurezza del figlio. Ogni genitore poi deve essere in grado nel rapporto con il bambino di trovare le forme adatte a vincere le sue resistenze con gradualità (là dove non vi siano ovviamente violenze) ed a saper attendere senza forzature i tempi per avvicinarsi e costruire o ricostruire un apporto.

7. Conclusioni
Fine ultimo della consulenza, da quanto fin qui esaminato, è riportare il sistema famiglia, fondato sulla bi-genitorialità indiscussa ed indiscutibile in equilibrio. Nonostante si dica " Va precisato che i colloqui non hanno una valenza terapeutica e che si tratta di interventi che hanno comunqueuna valutazione diagnostica all’interno del contesto giuridico"39 la finalità della consulenza è ripristinare la bi-genitorialità, per cui si trasforma la consulenza da valutativa ad intervento tecnico di modifica ( psicoterapeutico in senso lato) per presentare al giudice un piano di condivisione della genitorialità con tempi e spazi che siano ampiamente condivisi.
"Particolare attenzione dovrà essere posta agli aspetti "prognostici" della situazione famigliare (le risorse disponibili, le eventuali potenzialità al cambiamento dell'intero nucleo familiare, etc.) al fine di programmare e prevedere degli interventi opportuni. La consulenza mira idealmente a una restituzione di responsabilità genitoriale"40.
Ancora: "Una consulenza “trasformativa” può aiutare i genitori a non dimenticare che è loro dovere tener conto delle capacità, inclinazioni e aspirazioni dei figli anche in relazione a quella particolare fase di riorganizzazione delle relazioni familiari. La scarsa capacità di ascolto delle aspirazioni e delle scelte ragionevoli del figlio da parte dei genitori indica limitate competenze genitoriali e può essere un elemento su cui lavorare in senso trasformativo durante gli incontri di consulenza"41.
Si assiste così nella pratica ad un cambio della prospettiva della consulenza che da valutativa, in linea con gli scopi giudiziari, diviene modificativa/trasformativa (aspetti prognostici) delle posizioni non allineate alla bi-genitorialità.
L'elemento ulteriore da segnalare è l'utilizzo di strumenti di pressione. Strumento di pressione per le donne è la minaccia di 'toglierle i figli', di avere una valutazione di genitore alienante che le candida alla esclusione dal principio stesso della bi-genitorialità.
Da questa premessa nascono quelle indicazioni ripetute e ripetitive che i consulenti portano all'attenzione del giudice, che sono le seguenti:
- spostamento della responsabilità genitoriale con affido ai servizi sociali e periodo di monitoraggio;
- spostamento della responsabilità genitoriale al genitore non garantito nell'esercizio della genitorialità condivisa se non perfetta;
- allontanamento totale del genitore non garantista (alias alienante);
- misure di protezione del minore rispetto al genitore non garantista con visite prima sospese poi protette;
- collocazione del minore nella fase di passaggio presso strutture terze in attesa che sul piano psicologico si compi una modifica del suo orientamento originario pro genitore alienante;
- collocamento presso l'altro genitore (così detto garantista o alienato).
Una ulteriore possibilità viene data al genitore allontanato dal figlio ed è quello di sottoporsi ad un trattamento psicoterapico che potrà anche essere disposto per via giudiziale contravvenendo a quelli che sono i diritti costituzionali dell'individuo e le norme in materia di trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Su questo tema la stessa corte di cassazione indica che il tribunale non può disporre di questi trattamenti (cassazione civile n. 13506/15 e n. 18222/19) " la prescrizione di un percorso psicoterapeutico individuale e di sostegno alla genitorialità da eseguire in coppia esula dai poteri del giudice.....anche se viene disposta con la finalità del superamento di uan condizione rilevata dal CTU di immaturità della coppia genitoriale che impedisce un reciproco rispetto dei rispettivi ruoli....la prescrizione di un percorso terapeutico ai genitori è connotata da una finalità estranea al giudizio quale quella di realizzare un maturazione personale dei genitori che non può che rimanere affidata al loro diritto di autodeterminazione" (Cass. civ. n. 13506/15)
Per quanto riguarda queste misure si apre la discussione, che abbiamo iniziato a fare, su interventi che essendo afflittivi della libertà personale sono contrari alla deontologia professionale di uno psicologo e soprattutto contrari anche alle leggi che prevedono un unico modo di applicazione di un trattamento senza consenso il "TSO" che ha precisi paletti e tutele per non ledere diritti costituzionalmente protetti di una persona ma anche di un minore. Senza poi parlare degli effetti traumatici di un minore quando sottratto al suo ambiente di vita, ad un genitore tutelante per essere dato al genitore di cui spesso lui ha paura e timore. Le paure e di timori dei bambini si affrontano con gradualità ed in processi terapeutici che non incidono sulla loro libertà e che non contrastino con le loro aspirazioni e desideri. Se un bambino ha paura dell'acqua, non lo si butta in acqua contro la sua volontà per vincerne la paura, l'effetto non potrà che essere un risposta traumatica che aumenta la paura!
All'interno di questo modus procedendi e all'interno di queste indicazioni con cui terminano nella generalità dei casi le consulenze, la condizione psichica del minore non interessa, né interessano le sue volontà reali, né gli effetti che può sortire il forzare la sua volontà e sradicarlo dal suo ambiente di vita. Né si conoscono gli esiti sulla salute di questi bambini sradicati e allontanati dalle madri, o dai padri in una quota limitata di casi.
La procedura, fin qui esaminata, mostra come la consulenza tecnica che parta dal presupposto della bi-genitorialità non ammette la possibilità per il bambino di trasmettere i suoi desideri, le sue esperienze e le sue emozioni circa un ' padre cattivo', un padre 'che fa paura'.
Il principio della bi-genitorialità diviene quindi alla fine del processo di valutazione della consulenza un dogma che non ammette nei fatti eccezioni, comprese le evidenze e le allegazioni di violenza; un dogma all'ombra del quale sono anche commessi crimini contro le donne ed i bambini. Concludendo, una valutazione consulenziale, che adotti ciecamente il principio della bigenitorialità, rappresenta una pratica errata - da ogni punto di vista - per i seguenti motivi: -confonde l’accertamento delle competenze genitoriali con un diritto che si intende, qui, come inoppugnabile ed inalienabile;
-esclude dall’indagine qualsiasi altra fonte di dati (ad esempio violenza domestica e maltrattamento assistito), se non quei pochi elementi a dimostrazione dell’ipotesi iniziale; -porta a delle conclusioni tecniche non adeguatamente fondate, né condivisibili in sede giuridica, poiché l’affido condiviso ed il principio della bigenitorialità sono da intendersi come esito finale di un processo decisionale e non come scelta aprioristicamente adottata.







1 Report on procedures of civil courts and juvenile courts concerning the custody of children in cases of domestic violence, submitted by a group of specialist professionals and associations https://www.coe.int/en/web/istanbul-convention/italy
2 Il protocollo di Milano nasce nel 2012 a margine di un convegno Verso un protocollo per l'affidamento dei figli. Contributi psico-forensi - tenutosi a Milano il 16 e il 17 marzo 2012, organizzato dalla Fondazione Guglielmo Gulotta, dall'Ordine degli Avvocati di Milano e dall'AIAF Lombardia
3 E. Reale, I diritti dei minori a confronto con la violenza maschile sulle donne: la vittimizzazione secondaria di donne e bambini. In: a cura di Giuseppe Cassano, Ida Grimaldi, Paolo Corder " L’alienazione parentale nelle aule giudiziarie. Strumenti di contrasto e importanza dell'ascolto nei procedimenti di diritto di famiglia". Maggioli, nvembre2018
4 carta di Civitanova marche del 2012 contenente gli "indirizzi giuridici per l’applicazione delle decisioni giudiziarie in tema di tutela dei diritti relazionali del/della minore", nonché "le linee guida per l'ascolto del minore nelle separazioni e divorzi" dell’Ordine degli Psicologi del Lazio nel 2012, analoghe linee guida nel 2014 dell'ordine degli psicologi della Calabria "Guida Pratica sulla CTU in tema di Separazione, Divorzio, Affidamento dei figli
5 Molteplici gli studi a riguardo:
- Hayes, B. E. (2015) Indirect Abuse Involving Children During the Separation Process, Journal of Interpersonal Violence 1–23
- Jaffe, P. et al. (2014) Risk Factors for Children in Situations of Family Violence in the Context of Separation and Divorce , Department of Justice, Canada. https://www.justice.gc.ca/eng/rp-pr/cj-jp/fv-vf/rfcsfv-freevf/index.html - Brownridge, D. A. (2006) Violence against women post-separation Aggression and Violent Behavior 1; 514–530
6 BANCROFT L., et al., The Batterer as Parent: Addressing the Impact of Domestic Violence on Family Dynamics Sage Publications. Chap.V "Impeding Recovery: The Batterer in Custody and Visitation"
7 Integra il reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi ex art. 572 c.p. minacciare di portare via i figli e di distruggere l’abitazione familiare.Tribunale di Firenze – sez. pen.- n. 2690 del 19 luglio 2016; Conformi: Cass. Pen. n. 25183/2012
8 Vivienne E. (2017) Custody Stalking: A Mechanism of Coercively Controlling Mothers Following Separation, Fem Leg Stud (2017) 25:185–201
9 Report of the American Psychological Association Presidential Task Force On Violence And The Family- Issue 5 - http://web.archive.org/web/20050303225918/http://www.apa.org/pi/pii/familyvio/issue5.html
10 JUSTICE, FAMILY COURT, UK, New Revised Practice Direction 12j - Child Arrangements & Contact Orders: Domestic Abuse And Harm, 2017,
https://www.justice.gov.uk/courts/procedure-rules/family/practice_directions/pd_part_12j
11 http://www.vawnet.org/domestic-violence/print-document.php?doc_id=855&find_type=web_desc_NRCDV http://centerforchildwelfare.fmhi.usf.edu/kb/DomViolence/Building%20Bridges%20Between%20Domestic%20Violenc e%20Organizations%20and%20Child%20Protective%20Services.pdf
12 AA.VV., « Effective Intervention in Domestic Violence and Child Maltreatment: Guidelines for Policy and Practice, Recommendations from The National Council of Juvenile and Family Court Judges Family Violence US Department, 1999, in https://www.childwelfare.gov/;
13 WHO, WORLD HEALTH ORGANIZATION REPORT, Global and regional estimates of violence against women: prevalence and health effects of intimate partner violence and non-partner sexual violence, Geneva, Switzerland, 2013,
http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/85239/1/9789241564625_eng.pdf
14 https://www.istat.it/it/archivio/161716
15 http://www.eures.it/uploads/doc_1385637179.pdf
16 APA - AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION, Intimate Partner Abuse and Relationship Violence, 2001, in http://www.apa.org/about/awards/ partner-violence.pdf
17 la convenzione di Istanbul ratificata dallo stato italiano nella legge n. 77/2013, la direttiva sulle vittime di reato 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, trasferito in attuazione nel nostro ordinamento con il DECRETO LEGISLATIVO 15 dicembre 2015, n. 212; l la egge 119/2013 così detta sul 'femminicidio'.
18 Save the children (2018) Dossier "Abbattiamo il muro del silenzio. .Bambini che assistono alla violenza domestica
19 AMA - American Medical Association (1992) Diagnostic and Treatment Guidelines on Domestic Violence: " Often women are not the only victims at home. Child abuse has been reported to occur in 33% to 54% of families in which adult domestic violence occurs. In situations in which children are also being abused, coordinated liaisons between advocates for victims of domestic violence and child protective service agents should be used to ensure the safety of both the mother and her children. Otherwise, the reporting and investigation of alleged child abuse may increase the mother's risk of abuse".
20 - Stanley et al (2009) Children and Families Experiencing Domestic Violence: Police and Children’s Social Services Responses, London, NSPCC. " "Research indicates that in 50% of cases, domestic abuse continues even after parental separation, often during contact visits, and so agencies must be aware of this when formulating their response"
- Department of Health (2005) Domestic Violence: A Resource Manual for Health Care Professionals, DHS Publications, London: " Over three-quarters of children-ordered by the courts - to have contact with a violent parent were abused further as a result of contact being -set up”
- Lundy Bancroft e Jay G. Silverman (2002) The batterer as parent: Addressing the impact of domestic violence on family dynamics. Thousand Oaks, CA: Sage
i rischi per i bambini nella fase post-separativa permangono e si intensificano" Risk of exposure to threats or acts of violence towards their mother , Battering behavior can undermine mother-child relationships, Risk of abduction, Risk of physical or sexual abuse of the child by the batterer, Risk of neglectful or irresponsible parenting., Risk of psychological abuse and manipulation, Risk of exposure to violence in their father's new relationships"
21 Gennari M, Tamanza G and Molgora S (2018) Intimate Partner Violence and Child Custody Evaluation: A Model for Preliminary Clinical Intervention.Front. Psychol. 9:1471.
22 Krug EG et al., eds. World report on violence and health. Geneva, World Health Organization, 2002 . Chapter 4. Violence by Intimate Partners
23 ordine degli psicologi del Lazio (2012) Linee Guida per l'ascolto del minore nelle separazioni e divorzi, Malagoli Togliatti, lavadera, Capri, Rossi, Crescenzo ( a cura di)
24 ibidem
25 ibidem
26 Protocollo di Milano, cit.
27 ordine degli psicologi el Lazio (2012) Linee Guida per l'ascolto del minore nelle separazioni e divorzi, Malagoli Togliatti, lavadera, Capri, Rossi, Crescenzo ( a cura di)
28 DALTON C. ET AL., Navigating Custody and Visitation Evaluations in Cases with Domestic Violence: A Judge's Guide, National Council of Juvenile and Family Court Judges, 20-21, 2004, revised 2006;
- POPE H.S., BUTCHER J.N. E SEELEN J., The MMPI, MMPI-2 & MMPI-A in Court: A Practical Guide for Expert Witnesses and Attorneys (2nd ed.), 2000
29 Ordine degli psicologi del Lazio (2012) Linee Guida per l'ascolto del minore nelle separazioni e divorzi, Malagoli Togliatti, Lavadera, Capri, Rossi, Crescenzo ( a cura di)
30 ibidem
31 MALAGOLI, TOGLIATTI, L’affido congiunto e condivisione della genitorialità, Franco Angeli, Milano, 2002
32 Gulotta,G. (1998) la sindrome di alienazione genitoriale, Quaderno 4 del Centro nazionale di documentazione ed analisi sull’infanzia e l’adoloscenza – Istituto degli Innocenti di Firenze, 1998
33 Malagoli Togliatti et al (2015) Ascolto dei minori, rifiuti e procedure, Psicologia & Giustizia Anno XVI, numero 2  Luglio – Dicembre 2015
34 REFARE – Reconnecting Family Relationships Program di Marco Pingitore https://www.marcopingitore.it/refare-program-alienazione-parentale/2203/#refare
35 A. Biderman, “Communist Attempts to Elicit False Confessions from Air Force Prisoners of War”, Bulletin of the New York Academy of Medicine, September, 1957, http://workplacebullying.org/docs/Biderman.pdf.
- Amnesty International, Report on Torture, Farrar Straus Giroux, New York, 1975.
- A. Browne, When Battered Women Kill, Free Press/Macmillan, New York, 1987
36 Pingitore M. E' legittima la perizia sulla personalità dei genitori separati? https://www.studiocataldi.it/articoli/33136-e-legittima-la-perizia-sulla-personalita-dei-genitori-separati.asp
37 Tale trattamento è, nelle intenzioni del suo inventore, applicato esclusivamente alle MADRI che programmano i figli (si tratta evidentemente nelle intenzioni di Gardner di sindrome di genere applicata solo alle madri che ha come bersaglio i padri) e prevede il trasferimento coattivo in comunità alloggio in casi però gravi di madri deliranti e paranoidi. Gardner, R. Recommendations for Dealing with Parents Who Induce a Parental Alienation Syndrome in Their Children, Journal of Divorce & Remarriage, Volume 28(3/4), 1998, p. 1-21
38 The Leadership Council on Child Abuse & Interpersonal Violence, Experts Warn About Dangers of Deprogramming Treatment, 2009
Kirk Makin, Parental alienation - Judge Blocks Sending Teen for Deprogramming Treatment, 7 febbraio 2009, Globe and Mail, Canadà
39 Linee guida psicologi del Lazio "per l'ascolto del minore nelle separazioni e divorzi"cit. 40 Protocollo di Milano, cit.
41 Malagoli Togliatti et al (2015) Ascolto dei minori, rifiuti e procedure, cit.