Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Maria Rita Mottola - 03/12/2017

VIII comandamento non mentire. La post verità

Tempo fa avevamo iniziato un commento sistematico dei 10 comandamenti nel tentativo di risolvere un dilemma: sono ancora attuali? Cosa possono dire all’uomo contemporaneo? La forza del loro messaggio rapportata alla realtà attuale è affiorata senza fatica, sufficiente passare la mano sulla superficie per eliminare la patina depositata nel tempo ed ecco chiara e netta l’immagine che ci offrono, un’immagine di giustizia e di rettitudine che, divenuto il nostro punto di riferimento, potrebbe cambiare definitivamente, in meglio, il vivere comune.

L’urgenza del momento induce però un salto nel commento. Sembra indispensabile ora parlare di quel comandamento che impone: Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Oggi più che mai in questo mondo della c.d. post verità.Che cosa è la verità? Perché è importante dire la verità? È possibile immaginare che ognuno abbia una visione differente della realtà così da eliminare una visione condivisa e condivisibile della realtà stessa, quella che ci farebbe dire che è il racconto della verità?

Il comandamento pare faccia riferimento a quel dovere di testimonianza obbligatorio per tutti gli uomini (la testimonianza della donna per il popolo ebraico aveva un altro valore).  Dovere indispensabile alla realizzazione di quella parvenza di giustizia umana che è il processo. Di questo possiamo e dobbiamo parlare perché nel processo la verità oggigiorno ha difficoltà sempre maggiori ad affiorare e ad affermarsi. Di questo possiamo e dobbiamo parlare e ne parleremo, oltre. Ora quello che preme è approfondire la fonte del comandamento, la posizione sistematica nel Decalogo, la sua rilevanza nel contesto attuale.

Uomini politici nelle cui mani vi sono i destini del nostro popolo si permettono di parlare di post-verità. Come interpretare tale affermazione? Viviamo in un mondo nel quale la verità non è più un valore, ove è lecito falsare la realtà? E poi la domanda delle domande: il diffondersi di una verità falsata e di una costruzione surrettizia del reale a chi giova? Chi ha sostenuto tale nuova modalità comportamentale?

Mi sovviene una dissonanza che mi aveva colpito nel leggere il testo del Codice del Consumo. La terminologia utilizzata, mutuata dalle norme europee, parla di consumatore in sostituzione del termine più neutro, usato da sempre dal nostro legislatore, di contraente. Perché non è detto che tutti i contraenti siano anche “consumatori”. Ma la tecnica usata è sottile: se si utilizza la stessa parola per identificare concetti differenti si ottiene un duplice risultato. Da un lato si manipola il linguaggio impoverendolo, e come sappiamo le lingue antiche erano povere di termini e via via si arricchirono sempre di nuove parole per meglio spiegare, per meglio comprendere. Insomma l’evoluzione del linguaggio è ancorata all’evoluzione del pensiero. Se il linguaggio arretra, arretra anche il pensiero? Forse.

D’altra parte si focalizza l’attenzione su un aspetto solo della questione che è quello più aderente a una concezione capitalistica estrema del mondo: esiste solo domanda e offerta e l’offerta crea per forza la domanda. Così come sosteneva la teoria marginalista ma come con ogni evidenza non è. “Pur spacciandosi per scienziati sulla frontiera, gli economisti convenzionali si rifanno a una teoria che prese forma grosso modo verso il 1870 con la cosiddetta rivoluzione marginalista. Alla base di questa teoria v’è l’idea che l’economia sia formata da individui che rivestono il doppio ruolo di proprietari dei “fattori di produzione” (lavoro, capitale e terra) e di consumatori. Nella veste di produttori ricevono un reddito (salario, profitto o rendita) commisurato all’apporto che il “fattore produttivo” posseduto da ciascun soggetto arreca alla produzione (il cosiddetto “prodotto marginale”). (Cesaratto, Sei lezioni di Economia, Imprimatur, 2016)

La semplificazione del linguaggio è il primo passaggio per una successiva opera di manipolazione dello stesso. Vi siete mai chiesti perché ogni popolo ha una sua lingua differente (l’Italia poi esagera perché ha anche centinai di dialetti)? Perché ogni luogo e ogni storia ha determinato in modo differenziato la gente che vi abita, l’ha costruita nel carattere e nelle abitudini, nelle tradizioni e nel loro modo di confrontarsi, nel linguaggio, appunto.  Parlare di post-verità è un delirio e un delitto contro la democrazia. La prima arma democratica e di riscatto sociale è la conoscenza, come Gramsci ha così ben spiegato. Del resto è insisto nella nostra carta fondamentale: il cittadino è veramente tale solo se gli viene concesso di istruirsi, di conoscere, di studiare, di collaborare, di riunirsi, di confrontarsi, di lavorare e di riposarsi. Solo così può acquisire quelle risorse necessarie a ben esprimere il proprio ruolo democratico, nominando coloro a cui demanda il suo potere che è, si badi bene solo suo.

Tornando alla collocazione nelle tavole della Legge del VIII comandamento esso è inserito nei peccati contro l’Uomo e non contro Dio. Ciò suggerisce che lo spergiuro viola altro comandamento che è “non nominare il nome di Dio vanamente”. Chi dice il falso offende l’uomo, lo pone in una situazione di fragilità e di inferiorità esponendolo al rischio di una condanna nel processo, del pubblico lubridio in caso di dicerie e maldicenze, della perdita di credibilità sul lavoro e nella vita socio-economica. Ma chi dice il falso, e qui torniamo a quanto affermato sopra, pone l’altro  in condizione di non poter conoscere, di non sapere e quindi, di non poter essere libero nelle scelte. Chi mente, chi propala la post-verità, quella verità che è vittima e ancella del potere, limita e forse esclude la libertà. Di ognuno e di tutti.

 

  • Come di consueto si trae spunti di riflessione dai volumi della collana “I Comandamenti” e in particolare Padovani T. Vitiello V. “Non dire falsa testimonianza”, Il mulino, 2011