Danni - Danni -  Valeria Cianciolo - 07/12/2017

Violazione dei doveri conseguenti al matrimonio e risarcimento del danno non patrimoniale. Nota a Tribunale Torino, 15 ottobre 2016 . 

"La condotta del coniuge consistente in un adulterio prolungato nel tempo e caratterizzato dalla nascita di un figlio al di fuori del matrimonio, figlio che solo successivamente e per iniziativa dell’altro coniuge venga accertato giudizialmente come concepito al di fuori del matrimonio, rappresenta una chiara e grave violazione dei doveri di fedeltà e reciproca lealtà che derivano dal matrimonio, fonte di un danno non patrimoniale."

Il caso sottoposto al vaglio del Tribunale piemontese era il seguente.

Le parti, sposate dal 1996 si erano separate nel 2013 e la sentenza addebitava la separazione alla convenuta, in ragione della relazione extraconiugale dalla stessa intrattenuta con un altro uomo dal 2007, relazione dalla quale era nata nel dicembre del 2007, la figlia che si  accertava non essere figlia dell’attore, ma della persona con la quale la convenuta aveva intrattenuto la relazione.

La sentenza di separazione aveva evidenziato, in particolare, come l’attrice, pur essendo consapevole (o quantomeno dovendo esserlo in base ad un comportamento minimamente diligente) del fatto che la figlia poteva non essere dell’attore, avesse taciuto tale circostanza permettendo che la minore crescesse nella consapevolezza che il marito della donna fosse il vero padre.

L’istruttoria testimoniale eseguita ha consentito di accertare la sofferenza patita dall’attore una volta scoperta la reale situazione esistente.

La pronuncia del tribunale di Torino si inserisce nel filone del danno c.d. endofamiliare - ‘‘categoria’’  da più parti è stata anche oggetto di riflessione critica[1] - in particolare, di quello derivante dalla violazione del dovere matrimoniale di fedeltà.

I primi segnali di apertura del sistema delle relazioni familiari alla responsabilità civile sono pervenuti dai giudici di merito.

La prima sentenza di merito ad interrogarsi circa l’ammissibilità del danno endofamiliare ed  occasionata dalla violazione dell’obbligo di fedeltà, è il Tribunale di Roma[2]. In quel caso poi, peraltro, il partner tradito richiede il risarcimento del danno non alla moglie infedele, ma al terzo seduttore.

Nella specie l’attore, titolare di un’avviata azienda, è il destinatario privilegiato delle confessioni di un “fedele” dipendente; in quell’occasione scopriva non solo che questi da tempo intratteneva una relazione con sua moglie ma che si attribuiva altresì la paternità del figlio della coppia.

A completare il quadro, lo sventurato attore, appurava che moglie ed amante erano cointestatari di un conto corrente e che il munifico ricorso a dette risorse era da porsi in diretta relazione con il impoverimento subito dalla sua azienda.

Costui conviene in giudizio l’istigatore al tradimento e richiede la sua condanna al risarcimento dei danni morali e patrimoniali patiti a causa della relazione extraconiugale della consorte.

In riferimento al danno morale, il Tribunale (siamo nel 1988) non accoglie la domanda; la dichiarazione di illegittimità costituzionale dei reati di adulterio e concubinato comporta la irrilevanza penale del fatto, non lasciando alcuno spazio di operatività all’articolo 2059 cc.

Sul punto la decisione è figlia del suo tempo: l’evoluzione giurisprudenziale in merito alla risarcibilità del danno non patrimoniale implicherebbe, oggi, valutazioni ulteriori rispetto alla non sussistenza del reato di adulterio.

Circa poi la configurabilità dell’illecito aquiliano, il Tribunale romano non dubita che un partner infedele possa essere condannato al risarcimento del danno; nel caso di specie, però, non della responsabilità della moglie si dissertava, bensì di quella dell’amante. In proposito i giudici osservano (non senza rassegnazione) che in fondo, “un coniuge non ha diritto di essere garantito contro i rischi del tradimento ai quali si è già esposto per il solo fatto di essersi sposato” e che quindi la responsabilità del terzo seduttore non è sempre ravvisabile. Coerentemente con quanto ritenuto dalla Giurisprudenza in materia di induzione all’inadempimento nel contratto, perché vi sia responsabilità aquiliana dell’amante è necessario che questi abbia determinato “un ampliamento delle probabilità che si verifichi la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale”

La categoria in esame è ormai ben radicata anche nella giurisprudenza di legittimità[3]. Il percorso attraverso cui la giurisprudenza ha affermato la responsabilità da fatto illecito di colui che viola i doveri coniugali  si riscontra in una sentenza della Suprema Corte del 2005[4] che esordisce affermando che le nome che regolano la famiglia non costituiscono un sistema chiuso, e quindi, sarebbero suscettibili di essere integrate da norme di applicazione generale, come l'art. 2043 c.c. che può essere invocato in relazione a farti avvenuti nell'ambito della famiglia, a condizione che tali fatti producano un danno ingiusto.

Ci si vuol riferire, nella specie, a:

- quella pluralità di comportamenti che siano lesivi della dignità e dell’onore o della reputazione di un coniuge, come ad esempio la violazione dell’obbligo di fedeltà: la giurisprudenza specie di merito ribadisce, però, l’irrilevanza risarcitoria della “infedeltà semplice”, riconoscendo la risarcibilità quando questa è così grave da offendere la dignità del coniuge, perché offensive e lesive della dignità, del riserbo e della rispettabilità del coniuge, negando, al contempo la responsabilità del terzo “concorrente”, non essendo questi tenuto ad astenersi dall’interferire nella vita familiare altrui[5];

- ovvero che siano lesivi della persona stessa e della sua integrità psicofisica, potendosi sanzionare sia i comportamenti violenti [6];

- ovvero che siano discriminatori o sleali e che abbiano ad incidere sulla sfera psichica del soggetto leso, come nel caso di tenere il coniuge all’oscuro della propria impotenza[7], o dello stato di gravidanza causato da altri[8];

- ovvero ancora ai casi di mancata assistenza materiale nei confronti di un coniuge o della prole (Trib. Firenze, 13 giugno 2006): situazioni, queste, che per certo trovano rimedio nella richiesta di addebito, ma che giustificano l’ulteriore richiesta risarcitoria.

Pertanto, non ogni pregiudizio patito all'interno della famiglia è risarcibile, ma solo quei pregiudizi che siano conseguenza di un fatto ingiusto.

La violazione di alcune regole endofamiliari di comportamento è idonea a qualificare come ingiusto il danno conseguente alla violazione stessa.

E’ palese come il trend giurisprudenziale degli ultimi anni attesta che lo sbarramento che separava responsabilità civile e diritto di famiglia, sì da determinare la non interferenza in caso di violazione degli obblighi derivanti dal matrimonio, fatta eccezione per il caso della commissione di specifici fatti di reato, è stata superata dalla giurisprudenza tanto di merito[9] quanto di legittimità[10].

E quindi, in sintesi,  è stato ritenuto che ai fini del riscontro di una responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c. a carico del coniuge inadempiente ai doveri coniugali, il giudice deve accertare:

  • la gravità della condotta assunta dall'agente in violazione di uno o più dei doveri nascenti dal matrimonio, pur nel contesto di una valutazione comparativa del comportamento di entrambi i coniugi nel contesto familiare e
  • la sussistenza di un danno oggettivo conseguente a carico dell'altro coniuge e la sua riconducibilità in sede eziologica non già alla crisi coniugale in quanto tale, ma alla condotta trasgressiva, e perciò lesiva, dell'agente, proprio in quanto posta in essere in aperta e grave violazione di uno o più dei doveri coniugali[11].

A fronte di queste considerazioni, occorre tener conto del fatto che la discrezionalità del giudice, rischierebbe di essere elevata proprio in relazione al concetto di gravità, se si deroga dall’indicazione della Cassazione, che limita la risarcibilità del danno a ‘‘casi e contesti del tutto particolari, ove... si dimostri che l’infedeltà, per le sue modalità e in relazione alla specificità della fattispecie, abbia dato luogo a lesione della salute del coniuge (lesione che dovrà essere dimostrata anche sotto il profilo del nesso di causalità). Ovvero ove l’infedeltà per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che, oltrepassando i limiti dell’offesa di per se´ insita nella violazione dell’obbligo in questione, si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignita` della persona, costituente bene costituzionalmente protetto»‘‘.

 Con riferimento poi alla liquidazione del danno, e fermo restando che l’illecito endofamiliare si colloca nell’area dell’illecito aquiliano, soggetto al termine prescrizionale ex art. 2947 c.c., che decorre dal momento della verificazione dell’evento lesivo[12],  non sembrano esserci altre soluzioni alla liquidazione equitativa, sebbene, possano configurarsi, in fattispecie molto simili, liquidazioni differenti.

Afferma il Tribunale di Torino: “La stessa giurisprudenza della Suprema Corte afferma poi che la liquidazione del danno non patrimoniale copre l’intero pregiudizio a prescindere dai ‘‘nomina iuris’’ dei vari tipi di danno (omissis). Ritiene questo Giudice che nell’ambito di tali violazioni debba certamente essere ricondotto anche l’adulterio della moglie che determini la nascita di un figlio concepito con un altro uomo, laddove venga accertato giudizialmente che il marito non è il padre del figlio stesso (nello stesso senso si veda anche C. Appello Napoli 19.10.11), atteso che tale comportamento rappresenta una chiara violazione dei doveri di fedeltà  e reciproca lealtà che derivano dal matrimonio. Nel caso di specie la violazione attiene in particolare la condotta infedele della convenuta la quale ha intrattenuto per anni una relazione extraconiugale con un altro uomo, rivelatosi poi padre biologico della minore e l’omissione della stessa circa l’inesistenza del rapporto di filiazione tra l’attore e la bambina. Alla luce di tali elementi si ritengono, pertanto, integrati tutti gli elementi costitutivi dell’illecito lamentato. L’istruttoria eseguita ha altresì consentito di accertare l’esistenza del danno conseguente all’illecito, ovvero un danno morale ed esistenziale che costituisce una delle manifestazioni e specificazioni del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c. secondo i principi della Suprema Corte sopra enunciati. In merito alla quantificazione di tale danno non si ritiene essersi altra via che quella della valutazione equitativa che tenga conto della natura e del protrarsi della violazione nonché del perdurare della sofferenza patita dall’attore.

Concreto sembra  però, essere il rischio di diversità di trattamento con possibili consequenziali fenomeni di ‘forum shopping,’ un po’ come avveniva una volta, quando il danno alla persona era determinato sulla base di valutazioni differenti nei singoli tribunali.

[1] cfr. Nazzaro, Danno endofamiliare e danni nei rapporti tra ‘‘familiari’’, in Giust. Civ., 2016, secondo cui ‘‘la categoria del danno endofamiliare, mal si concilia con l’eterogeneità delle fattispecie coinvolte, rendendo spesso difficile l’individuazione di caratteri comuni alle diverse ipotesi’’, sicché che ‘‘l’ampiezza delle fattispecie ipotizzabili induce a dubitare della utilita` della categoria.”

[2] Trib. Roma 17 settembre 1988  in Nuova giur. Civ., 1989, I, 559 che in motivazione puntualizza. “La violazione da parte di un coniuge dell’obbligo di fedeltà, a parte le conseguenze sui rapporti di natura personale può anche costituire, in concorso con determinate circostanze, fonte di danno patrimoniale per  l’altro coniuge per effetto del discredito derivategli, trattandosi però di danno non necessariamente conseguente alla subita infedeltà, né da essa desumibile come potenziale, ma solo possibile nel caso concreto, per la pronuncia di una condanna generica al risarcimento di esso non può intendersi sufficiente la semplice dimostrazione dell’infedeltà medesima, occorrendo anche la prova delle circostanze che abbiano determinato nel caso specifico, l’incidenza patrimoniale concreta, o quanto meno potenziale di quell’illecito. “

 

[3] Con riferimento alla violazione dell’obbligo di fedeltà, Cass., 15 settembre 2009, n. 18853 in Dir. Fam., 2012, 169 e segg. con nota (critica) di Giacobbe, A. Trabucchi: un profeta inascoltato! e di Cicero-Di Franco, La regola risarcitoria nel rapporto coniugale, ivi richiami della precedente giurisprudenza della cassazione; in dottrina, cfr. Facci, Il danno da adulterio, in Resp. Civ. e Prev., 2012, 1481 e segg.

[4] La tutela aquilana all’interno dei rapporti familiari ha trovato nel 2005 l’avallo della Corte di Cassazione nella sentenza della Cassazione Civile I sez. 18 aprile – 10 maggio 2005 n. 9801 la quale afferma che le nome che regolano la famiglia non costituiscono un sistema chiuso, talché sono suscettibili di essere integrate da norme di applicazione generale. quale e l'art. 2043 c.c. il quale può essere invocato in relazione a fatti avvenuti nell'ambito della famiglia, a condizione che tali fatti producano un danno ingiusto.

 

[5] App. Brescia 5 giugno 2007; Trib. Brescia, 14 ottobre 2006; Trib. Milano, 7 marzo 2002.

[6] Trib. Milano, 7 marzo 2002.

[7] Cass. 10 maggio 2005 n. 9801.

[8] App. Milano, 12 aprile 2006.

[9] cfr. Trib. Monza 5.11.2004; Trib. Milano 24.9.2002; 4-6-2002; 7.3.2002; Trib. Firenze 13.6.2000.

[10] Cass. 10.5.2005, n. 9801 già citata. Cassazione civile sez. I 15 settembre 2011 n. 18853: I doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione unicamente nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l'addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi su detti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c. senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell'azione di risarcimento relativa a detti danni (in applicazione del suesposto principio, la Corte ha riconosciuto un risarcimento in favore della moglie che aveva dovuto subire le sofferenze per la relazione extraconiugale del marito, ampiamente pubblica e quindi particolarmente frustrante).

I doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l'addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo ad un'autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a questa preclusiva.”

[11] cfr. Trib. Milano 7.3.2002.

[12] Cass., 8 aprile 2016, n. 6833, in Ilfamiliarista.it, 2016 con nota di Scalera.