Diritto, procedura, esecuzione penale - Diritto, procedura, esecuzione penale -  Francesco Bernicchi - 31/08/2017

Violenza sessuale ed elementi essenziali della condotta minacciosa - Cass. Pen. 39495/17 F.M. Bernicchi

 
Si prende in esame una recentissima sentenza (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 30 gennaio 2016 – 29 agosto 2017, n. 39495) relativa al tema della violenza sessuale e degli elementi essenziali perché si possa integrare il fatto tipico della fattispecie penale incriminatrice.

Il fatto, in breve: nel 2014 la Corte d’Appello di Bari confermava la responsabilità di C.P. e A.M. in relazione al reato di cui agli artt.609-bis e 61 n.9 c.p. per aver costretto, mediante violenza, P.G. , recatasi a prestare assistenza notturna alla sorella ricoverata in ospedale, a subire e a compiere atti sessuali abusando dei poteri e violando i doveri inerenti ad un pubblico servizio in quanto entrambi infermieri di turno quella notte nell’ospedale.

Contro il predetto provvedimento entrambi gli imputati proponevano ricorso in Cassazione, ognuno autonomamente per il tramite del rispettivo difensore, per i motivi di seguito riprodotti nei limiti di cui all’art. 174 disp. att. c.p.p..
In particolare l’A. articolava un unico motivo con il quale deduceva, in relazione al vizio di cui all’art.606 lett. e) c.p.p. l’incongruenza logica della motivazione che da una parte riconosce l’attenuante della minor gravità ritenendo che la vittima fosse persona adulta e potenzialmente in grado di chiedere aiuto e dall’altra afferma l’abuso sessuale commesso con violenza escludendo il consenso della donna, senza considerarne le concrete capacità di reazione, ove fosse stata realmente dissenziente, che le avrebbero consentito di scappare, urlare e difendersi che vengono invece negate dalla Corte di Appello in ragione della sua fragilità psicologica.

Il C. articolava, a sua volta, due motivi e, nello specifico, il secondo di essi puntava proprio sulle contraddizioni della sentenza che aveva coperto con l’asserita debolezza psicologica della vittima, peraltro non riscontrata dalla diagnosi del suo medico curante che ne aveva affermato invece la piena capacità di intendere e di volere malgrado il disturbo ossessivo di grado pronunciato da cui era affetta, tutte le incongruenze logiche della vicenda narrata (scambio di cellulare / mancata reazione / seguire volontariamente i due uomini)

Per i giudici di Piazza Cavour il ricorso deve ritenersi fondato nei limiti di seguito indicati.
E’ appurato e rilevato che vi è stato il compimento di atti sessuali, ma la problematica si incentra sulla sussistenza degli elementi costitutivi del reato in contestazione e, quindi, sul presunto consenso della vittima.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, integra il delitto di violenza sessuale, nella fattispecie di cui al primo comma dell’art.609-bis cod. pen. non solo la violenza che pone il soggetto passivo nell’impossibilità di opporre tutta la resistenza possibile, realizzando un vero e proprio costringimento fisico, ma anche quella che si manifesta o nel compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa tale da sorprendere la vittima e da prevenirne la manifestazione di dissenso (Sez. 3, n. 27273 del 15/06/2010 - dep. 14/07/2010, Rv. 247932), ovvero con il compimento di atti idonei a superare la volontà contraria della persona offesa, soprattutto se la condotta criminosa si esplica in circostanze di luogo e di tempo tali da vanificare ogni possibile reazione della p.o. (Sez. 3, n. 40443 del 28/11/2006 - dep. 12/12/2006, Zannelli, Rv. 235579; Sez. 3, n. 6643 del 12/01/2010 Ud. (dep. 18/02/2010, Rv. 246186).
Essendosi i due episodi contestati svolti all’interno del reparto di un ospedale, sia pure in piena notte, dove erano degenti svariati pazienti oltre al personale di turno ed esclusa perciò l’ipotesi in cui al contesto ambientale consegua la limitazione della libertà del soggetto passivo, così costretto a subire atti sessuali contro la propria volontà, avendo i giudici di appello riconosciuto che avrebbe potuto potenzialmente chiedere aiuto, né facendosi menzione di atti particolarmente repentini, la sentenza impugnata non chiarisce come si sia realizzata la coercizione della libera autodeterminazione della sfera sessuale della donna.
Quand’anche lo stato di inebetimento ed incredulità in cui si sarebbe trovata la P. le avesse impedito di urlare chiamando aiuto, tenuto conto che il C. le aveva ripetuto che se avesse gridato l’avrebbero "presa per pazza" e che avrebbe recato scompiglio in tutto l’ospedale, senza che tali ammonizioni integrino comunque, in difetto di prospettazione di un danno ingiusto, l’ipotesi della minaccia, la sentenza impugnata non spiega tuttavia perché la p.o. non fosse libera di andar via, così da sottrarsi agli atti libidinosi dei due infermieri.
La lacuna motivazionale appare ancor più evidente ove si consideri che i due imputati risultano aver agito separatamente, a distanza di alcune ore l’uno dall’altro, sia pur inducendo la p.o. entrambi con un raggiro, ovverosia con la scusa di misurarle la pressione, a recarsi nella medicheria del reparto, il che lascia oscure le ragioni - tenuto conto che l’azione ingannevole è rimasta circoscritta all’averla attratta nella stanza e ad averla fatta distendere sul lettino - per le quali anche la seconda volta la donna, una volta resasi conto che il dottore che avrebbe dovuto misurarle la pressione non era presente, così come le aveva detto l’A. , non sia subito scappata via o per le quali le sia stato impedito di alzarsi dal lettino.
Visti i fatti concreti si ribadisce, come già ritenuto da questa Corte regolatrice, che l’idoneità della violenza o della minaccia a coartare la volontà della vittima va esaminata non secondo criteri astratti e aprioristici, ma valorizzando in concreto ogni circostanza oggettiva e soggettiva (Sez. 3, n. 14085 del 24/01/2013 - dep. 26/03/2013, R., Rv. 255022): vero è che quanto alle modalità della costrizione può assumere rilevanza anche l’intimidazione psicologica della vittima in situazioni particolari tali da influire negativamente sul suo processo mentale di libera volizione, ma anche tale profilo non viene affrontato dai giudici di merito, di talché resta comunque da chiarire il nucleo fondante del reato, ovverosia l’attentato alla libertà di autodeterminazione della vittima.
D’altra parte la fragilità psichica della p.o., ampiamente menzionata dalla sentenza impugnata, non sembra integrare l’ipotesi della violenza per induzione, ricorrente in presenza di una condizione di menomazione psichica, sia pure transeunte, atta a ridurre la vittima, a causa delle sue ridotte capacità intellettive e/o volitive, a mero strumento di soddisfazione delle pulsioni sessuali del suo aggressore (Sez. 4, n. 40795 del 17/09/2008 - dep. 31/10/2008, Rv. 241326; Sez. 3, n. 2646 del 16/12/2003 - 27/01/2004, Rv. 227029), posto che viene espressamente escluso, in conformità a quanto riferito dal medico curante della p.o., che la patologia da cui la donna era affetta, consistita in un disturbo ossessivo di grado pronunciato, associato a sindrome depressiva, prevedesse alcuna alterazione della capacità di intendere e di volere.

Le rilevate incongruenze motivazionali, che già avevano costituito motivo di doglianza in appello per essere state eccepite le contraddittorietà del racconto della p.o. in relazione all’esistenza della condotta integratrice la violenza per costrizione, impone conseguentemente l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Bari, che dovrà procedere a nuovo giudizio.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Bari per nuovo giudizio.


Allegati