Changing Society, Generalità, varie -  Cendon Paolo - 2014-09-20

ASSASSINO IN QUASI LIBERTA': ALLA RAGAZZA CHI CI PENSA? - opinioni di Paolo CENDON, raccolte da Daniela RICCIUTI

Non pochi interrogativi e perplessità - vieppiù in un contesto, quale quello attuale, di grande attenzione e sensibilità nei confronti dell'odioso tema del "femminicidio" - suscita il recentissimo provvedimento con cui è stata disposta la misura cautelare degli arresti domiciliari in capo all'uomo che aveva tentato di uccidere l'ex fidanzata, infliggendole quindici coltellate sul collo e sul resto del corpo.

Noto il caso, alla ribalta delle cronache di questi giorni.

Qualche mese fa il folle gesto: una sera, in discoteca, l'ex fidanzato, "pazzo" di gelosia, aveva accoltellato reiteratamente la povera ragazza, che si era salvata solo per miracolo.

L'uomo era stato inizialmente assoggettato a custodia cautelare in carcere, ma poi gli erano stati concessi gli arresti domiciliari presso una casa di cura e, da qualche giorno, pur se ancora indagato per tentato omicidio aggravato dalla premeditazione, è ai domiciliari presso l'abitazione dei genitori. Abitazione che, peraltro, si trova a breve distanza dalla casa dove vive la fanciulla.

Contrapposti gli interessi in gioco.

Da un lato, l'esigenza di rispetto dei principi garantistici a tutela della libertà personale e delle generali finalità rieducative e di recupero del reo, certo.

Dall'altro lato, però, le esigenze di protezione della vittima: della sua salute, fisica e psichica; della sua sfera morale ed emotiva; del suo diritto a non vedersi sconvolgere la propria esistenza e le proprie abitudini di vita.

Diritti, questi - si badi bene - che sono già stati compromessi nel momento ed a causa della commissione del fatto di reato da parte dell'autore, ma che adesso vengono nuovamente ed ulteriormente esposti a pericolo di lesione (strano a dirsi!) in conseguenza dell'adozione di un provvedimento giudiziario.

E se l'uomo tornasse a reiterare la condotta e, quindi, di nuovo a ferire e tentare di uccidere la ragazza (e stavolta chissà con quale esito!)?

Ipotesi, questa, quanto meno verosimile, anche perchè, stando a quel che risulta, l'episodio dell'accoltellamento non ha costituito un atto isolato, bensì soltanto l'ultimo in ordine di tempo di una serie di comportamenti che gli avevano valso una denuncia per "atti persecutori".

La ricorrenza della situazione di pericolo cui la donna è esposta, d'altro canto, è dimostrata, altresì, dal fatto stesso del suo affidamento alla protezione delle forze dell'ordine.

Il che si andrà ad aggiungere a tutti gli altri fattori che, inevitabilmente, determineranno lo stravolgimento delle sue abitudini, della sua agenda quotidiana... della sua vita, insomma.

E poi come ignorare l'ansia, il terrore, il patema d'animo, che di certo proverà la fanciulla, sapendo che il suo tentato omicida è a dieci minuti di distanza da casa sua?

Tanti e tali, dunque, gli aspetti che vengono in gioco.

Aspetti a cui "Persona&Danno" è - come noto - da sempre particolarmente attenta.

Ed allora abbiamo chiesto al Prof. Cendon quale fosse in proposito il suo pensiero, che possiamo riassumere come segue.

È sempre difficile esprimere giudizi, soprattuto quando non si abbia conoscenza diretta dei fatti di causa, ma, assumendo per vero quanto riportato dai giornali, non può non destare sconcerto un provvedimento che disponga gli arresti domiciliari - per giunta presso un'abitazione (quale quella dei genitori) che si trovi a pochi chilometri da quella di lei - per un "quasi assassino" che ha accoltellato più e più volte la sua ex fidanzata.

E' un provvedimento che non tiene conto - anzi addirittura li calpesta! - dei sentimenti della vittima, che è viva per miracolo ed ovviamente terrorizzata.

Ragionando da civilista (il Professore ha precisato che le sue considerazioni attengono all'ambito che più gli compete), non si può non notare come in questo caso non si sia affatto tenuto conto della funzione preventiva che connota, in generale, un po' tutti gli istituti giuridici (sia in campo penalistico che civilistico).

E cioè il leitmotiv che dovrebbe ispirare l'applicazione delle misure cautelari così come il sistema della responsabilità civile (per citare gli istituti che qui vengono in rilievo), dovrebbe esser costituito, tra l'altro, dall'opportunità, dalla necessità che vengano preveduti e prevenuti ulteriori profili di illecito.

Nel caso di specie, peraltro, nel momento dell'emanazione della misura cautelare, il problema, se è stato affrontato con riferimento alla posizione del destinatario diretto della misura medesima, non è stato affatto considerato, peraltro, dal punto di vista della vittima e degli effetti che sarebbero scaturiti nella sua sfera personale.

Il giudice avrebbe dovuto chiedersi: "Dove sto mandando questo soggetto?"; "Che effetti avrà tale decisione?"; "Che ripercussioni sulla persona offesa?", etc.

Orbene, non è difficile prevedere quali conseguenze, in termini di pregiudizio, possano scaturire dal fatto di sapere che il proprio "quasi assassino" è ad un tiro di schioppo!

Paura, preoccupazione, terrore, ansia, sofferenza, patema d'animo, sconvolgimento delle proprie abitudini di vita e dell'agenda quotidiana, etc.

Danno psichico, danno morale, danno esistenziale: ognuna di queste voci si contende un ruolo significativo!

E' vero che anche al "quasi assassino" vadano riconosciute le garanzie proprie di uno Stato di diritto, ma è altrettanto vero che il giudice dovrebbe contemperare tra gli opposti interessi.

Non sembra – quanto meno ad una prima lettura – che il provvedimento cautelare de quo abbia adeguatamente soppesato, in un'ottica di giusto equilibrio e di bilanciamento di beni–interessi contrapposti, l'effettivo pericolo che corre la vittima e, tanto meno, i suoi sentimenti.

Potrebbe qui venire in rilievo anche un'altra questione (di cui si parla tanto): quella della responsabilità civile dei magistrati.

Pur non condividendo le crociate promosse da forze del passato, nè richieste forcaiole, da noi sempre respinte, e con la piena consapevolezza che fare il magistrato è difficile e che i giudici non possono esser buttati allo sbaraglio, ragion per cui occorre prudenza, - ciò posto, peraltro, anche il giudice deve pagare quando sbaglia (non è questa la sede, il tema è stato trattato altrove).

Con riferimento al caso di specie, occorre chiedersi: è fatto bene o è fatto male un provvedimento che non tenga conto della vittima e degli aspetti fondamentali della persona umana?

E' giusto che non si considerino le ricadute e gli effetti pregiudizievoli che certamente si riverseranno nella sfera esistenziale, biologica e morale della persona offesa?

E' ammissibile che l'ordinamento (giudiziario, in particolare, e giuridico, in generale) non risponda e corrisponda alle richieste di tutela e di giustizia dei soggetti deboli?

Si ha l'impressione che, in questo caso, il giudice non abbia usato bene la bilancia che si trova sulla sua scrivania.



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