Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2013-08-20

ASSEGNAZIONE CASA CONIUGALE REVOCATA. TORNARE A CASA NON È VIOLAZIONE DI DOMICILIO - Cass. pen. 30350/2013 – Annalisa GASPARRE

Una coppia di sposi si separa e, nell'ambito dei provvedimenti del giudice civile, la casa coniugale viene assegnata al marito, assegnazione in seguito revocata. La moglie torna nella casa di proprietà comune e il marito la denuncia per violazione di domicilio.

Questo in breve l'antefatto della pronuncia in esame.

Il marito è stato condannato per calunnia, per avere accusato la moglie di aver commesso il reato di violazione di domicilio, sulla scorta della circostanza che la sapeva innocente rispetto alla violazione denunciata, giusta la revoca del provvedimento con cui il giudice civile aveva assegnato la casa coniugale al marito.

Necessario un provvedimento ulteriore rispetto alla revoca? No, il venir meno dell'assegnazione ripristinava il diritto dell'altro comproprietario, anche riguardo all'utilizzabilità dell'immobile.

L'incertezza sulla legittimità della condotta della ex consorte in ordine alla necessità per la stessa di munirsi di un apposito titolo giudiziario per far rientro nella casa di proprietà comune, addotto dall'imputato per dimostrare la propria buona fede e quindi la carenza degli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice, non valeva ad incrinare il giudizio di colpevolezza per il reato di calunnia.

Secondo la Cassazione, la falsa accusa "può anche realizzarsi sottacendo artatamente alcuni elementi della fattispecie, così da fornire una rappresentazione del fatto diversa dal suo reale contesto e connotare di illiceità comportamenti effettivamente tenuti dall'accusato ma in un contesto che li rendeva leciti".

E nel caso specifico la denuncia del marito nei confronti della moglie era "secca", descrittiva di una situazione "come se fosse ancora in atto il provvedimento di assegnazione esclusiva dell'alloggio a lui". Perché non aveva riferito il contenuto integrale della sentenza di separazione, ma aveva preferito un tenore linguistico che descriveva il fatto in modo artatamente falso, così da rappresentare i connotati del reato di violazione di domicilio? Nessuno spazio per la buona fede: la condanna per calunnia è confermata.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 11 – 15 luglio 2013, n. 30350

Presidente/Relatore Cortese

Ritenuto in fatto

S.P. , ritenuto responsabile di calunnia per aver accusato di violazione di domicilio la moglie separata P.M. , ricorre contro la sentenza indicata in epigrafe.

Deduce che egli, con provvedimento 08.02.2001 del Presidente del tribunale di Trani aveva avuto l'assegnazione esclusiva della casa coniugale e che la sopravvenuta sentenza di separazione personale del 2006, da lui notificata alla moglie, aveva sì revocato il predetto provvedimento di assegnazione ma nulla aveva disposto positivamente in merito: di tal che, trovandosi comunque egli nel possesso dell'immobile, la moglie, per rientrarvi, doveva munirsi di un apposito titolo giudiziario, idoneo a modificare la situazione in atto. Né alcunché poteva dedursi dalla conoscenza di una precedente assoluzione della P. da precedente imputazione per violazione di domicilio, essendo detta pronuncia ancorata a una situazione di fatto (ospitalità da parte della figlia) non attuale al momento del fatto oggetto della denuncia-querela da cui è scaturito il presente procedimento.

In ogni caso, si può, ad avviso del ricorrente, ragionevolmente dubitare che, al momento della detta denuncia-querela, egli fosse convinto e consapevole della innocenza della P. .

Ha presentato memoria la difesa della parte civile.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.

L'episodio in esame trae origine dal fatto che, il 17 dicembre 2006, lo S. si accorse che la propria moglie, da cui era separato, si era introdotta nella casa di comune proprietà che però egli solo abitava, essendogli stata assegnata in via esclusiva con provvedimento 08.02.2001 del Presidente del tribunale di Trani. Di qui la presentazione della denuncia-querela in data 22 dicembre 2006 in cui accusava la moglie di violazione di domicilio.

Nella sentenza di primo grado gli estremi oggettivi e soggettivi della calunnia erano stati tratti dalla circostanza che il ricorrente, al momento della denuncia, sapeva che il citato provvedimento 08.02.2001 del Presidente del tribunale di Trani era stato revocato con la sentenza di separazione n. 1083/06, che era stata notificata nel suo interesse alla P. il 4 dicembre 2006: ragion per cui nulla, al momento della presunta violazione di domicilio, si frapponeva all'ingresso della donna nella casa coniugale di cui era comproprietaria.

Sulla stessa linea si è posta la pronunzia in esame.

A giustificazione del suo operato il ricorrente adduce che la donna, in relazione alla situazione di fatto del possesso esclusivo dell'imputato, avrebbe dovuto farsi riconoscere in via giudiziaria il suo diritto al rientro nella casa di comune proprietà. In ogni caso, quando egli l'ha denunciata, non era convinto della di lei innocenza, non potendosi comunque, in ragione delle considerazioni di cui sopra, richiamare in contrario il contenuto della sentenza di separazione, che aveva sì revocato il precedente provvedimento di assegnazione esclusiva ma nulla aveva disposto positivamente in merito.

Ora, deve osservarsi, in via di principio, che la falsa accusa, elemento costitutivo della calunnia, può anche realizzarsi sottacendo artatamente alcuni elementi della fattispecie, così da fornire una rappresentazione del fatto diversa dal suo reale contesto e connotare di illiceità comportamenti effettivamente tenuti dall'accusato ma in un contesto che li rendeva leciti (Sez. 6, n. 7722 del 20/01/2004, dep. 2004, Melis ed altro, Rv. 229650).

Deve ovviamente trattarsi di un'omissione narrativa tale da influire sul reato addebitato, nel senso che, se l'omissione non vi fosse, il reato sarebbe escluso. Realizzandosi questa eventualità non si può invocare, da parte del denunciante, la propria buona fede.

Ora, la rilevante alterazione dei fatti di cui si è reso responsabile lo S. sta nel fatto che egli, a conoscenza della sentenza di separazione, che aveva revocato il precedente provvedimento di assegnazione esclusiva del 2001 e respinto le domande di assegnazione esclusiva avanzate da entrambi i coniugi, presentò contro la P. una denuncia secca di violazione di domicilio come se fosse ancora in atto il provvedimento di assegnazione esclusiva dell'alloggio a lui; laddove, se avesse correttamente riferito il suddetto contenuto della sentenza di separazione, la condotta della donna sarebbe evidentemente apparsa in una luce diversa, dovendosene certamente escludere l'illiceità penale, non solo oggettivamente, ma anche, e fuori da ogni dubbio, sotto un profilo soggettivo.

La questione relativa alla presunta convinzione del prevenuto circa la mancanza del diritto della moglie di rientrare direttamente in casa in virtù di quanto statuito nella citata sentenza di separazione non merita evidentemente considerazione in questa sede, a fronte del riferito tenore della denuncia, che descriveva il fatto in modo artatamente falso, sì da farlo apparire sicuramente integrativo del reato di cui all'art. 614 cp. (Sez. 2, n. 217 del 12/02/1962, dep. 1962, Crivellare, Rv. 98831).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché a rimborsare alla parte civile P.M. le spese sostenute in questo grado, che liquida in complessivi Euro 3.840,00, oltre IVA e CPA come per legge.



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