Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2014-06-25

ATTI DI CONVEGNO - REGGIO EMILIA 6 GIUGNO 2014 - Alessandro MENIN

Quando il prof. Cendon mi ha chiesto di intervenire in questo incontro sono stato estremamente lusingato, data l"importanza dell"avvenimento, e perciò lo ringrazio. Poi ho realizzato come l"argomento affidatomi  esulasse da quanto giornalmente affronto nella mia professione e la cosa, non lo nascondo, mi ha intimorito, vista l"autorevolezza dei relatori.

Questo, però, mi ha permesso di affrontare l"argomento senza preconcetti, con la curiosità della scoperta. Anche per questo motivo, probabilmente, per chi affronta la materia da anni non dirò nulla di così innovativo, e di ciò mi scuso, spero, però, di fornire un semplice ma utile spunto di riflessione per chi, invece, come me, non ha mai avuto l"occasione o la fortuna di avvicinarsi a questo importantissimo tema.

"Il traffico e le recinzioni sono i nostri nemici perché dividono i bambini da altri bambini".

"Non importa se le piazze sono piccole, basta che siano tante".

"Sai perché mi piace giocare in strada? Perché non c'ha i muri e il tetto"

"Ci sono troppi parcheggi e i bambini non hanno spazio per giocare. Proponiamo di fare a metà:

metà per le macchine e metà per i bambini"

"Andare a scuola da soli è bello perché così possiamo parlare fra di noi"

Questi sono alcuni pensieri di bambini su quella che è la città oggi, il loro rapporto e le loro spettative.

Per cercare di comprendere quale sia il rapporto tra città/ambiente e bambini, quali siano i problemi che si frappongono tra loro e quali potrebbero essere degli spunti per superare detti problemi è necessario, prima comprendere perché le nostre città, oggi, risultano "ostili" a bambini.

Fino a poche decine di anni fa la città era vista come luogo di incontro, di passeggio, e per i bambini di scoperta, di gioco, di condivisione. La vita sociale si svolgeva prevalentemente negli spazi pubblici.

Chi come me sfiora o ha superato la soglia degli "anta" ben può ricordare come si muovesse per strada da solo, andasse a scuola o all"oratorio senza essere accompagnato, a piedi o in bicicletta, e ciò anche ad una età di 8/9 anni.

E" sotto gli occhi di tutti come dagli anni settanta ad oggi le cose siano profondamente cambiate.

Il degrado delle città è in gran parte dovuto alla scelta di privilegiare i bisogni dei cittadini maschi, adulti e produttivi come priorità economica e amministrativa. Il potere del cittadino adulto lavoratore è dimostrato dall'importanza che l'automobile ha assunto nella nostra società, condizionando le scelte strutturali e funzionali della città e creando gravi difficoltà per la salute e la sicurezza di tutti i cittadini.

E" divenuta priorità degli amministratori e dei progettisti consentire lo spostamento efficace e veloce in automobile dei lavoratori, consentire il parcheggio sempre più vicino a casa, con minore incomodo possibile.

Insomma una città degli adulti e per gli adulti.

A questo ha fatto seguito un progressivo restringimento degli spazi a favore dei bambini, per i quali sono stati creati ambienti pensati per loro, chiusi, con attività organizzate e controllate, così come la loro mobilità in autonomia è stata radicalmente ridotta, basti pensare che, anche per brevi tratti, i bambini sono per lo più accompagnati in automobile dai genitori.

Un segnale significativo, da questo punto di vista, è fornito dall"Osservatorio Europeo sulla Sicurezza Stradale, i cui dati, relativi al 2010, mostrano come gli incidenti mortali accaduti ai bambini tra 0 e 14 anni in Italia per il 40% sono accaduti all"interno del tessuto urbano. Di  questi il 55% in automobile, a fronte del 16% accaduti a bimbi pedoni; tuttavia, il numero bambini pedoni investiti mortalmente è pari solo al 2% degli incidenti con esiti fatali accaduti ai pedoni nel loro complesso.

E" necessario, pertanto, ripensare la città ed i suoi spazi, ed in tal senso si sono mossi molti progetti avviati tanto in ambito europeo che nazionale.

Detta diversa (non nuova) idea degli spazi cittadini, ridonati alla popolazione ed ai bambini in particolare, non ritengo possa attuarsi attraverso una imposizione normativa, che finirebbe per burocratizzare ancor più la già difficile gestione degli enti locali, ma debba avvenire attraverso un cambiamento culturale. Insomma, è inutile imporre che a lato di ogni strada ci sia una pista ciclabile, se poi quella pista ciclabile non porta in nessun posto.

Il punto di partenza per detto cambiamento culturale (lasciatemi fare per un attimo lo studioso delle leggi) è quello sancito dall"art. 31 della convenzione dei diritti dei bambini di New York del 1989, che dice che i bambini hanno diritto al gioco; diritto sancito, unitamente a quello all"attività sportiva ed al riposo, anche nella Carta Europea del fanciullo del 1992, nella quale vengono riconosciuti anche il diritto di fruire di attività sociali, culturali ed artistiche, nonché il diritto a godere di un ambiente non inquinato.

Tali diritti, non possibilità, devono poter essere esercitati anche (e soprattutto) all"aperto, in ogni luogo utile della città.

Perché ciò avvenga, come dicevo,  credo che il punto fondamentale sia agire a livello culturale, e ciò su due fronti: il primo è rivolto ad uno sforzo che va richiesto agli amministratori pubblici; il secondo, invece, è un impegno che va domandato ai genitori. Per ambedue è basilare il coinvolgimento dei bambini in questa nuova riprogettazione, fisica e mentale.

Infatti, il cambiamento verso una città amica dei bambini non può che avvenire attraverso il loro coinvolgimento attivo, e ciò perché i bambini sono cittadini esattamente come gli altri; per tale motivo il loro pensiero, le loro idee, le loro soluzioni devono avere un peso, un valore: "Ogni fanciullo ha il diritto di ricevere e comunicare idee ed informazioni, nonché di esprimere la sua opinione", la carta europea del fanciullo.

E qui sta la rinnovata relazione che deve naturalmente intercorrere tra i bambini e la loro città.

Da questo punto di vista sono notevoli  i risultati ottenuti attraverso le esperienze, effettuate in alcune città d"Italia, del "consiglio dei bambini" e de "la progettazione partecipata ai bambini", attività portate avanti con il sostegno del CNR all"interno del progetto "La città dei bambini".

Sullo stesso piano, e con metodologie simili, si pone anche il progetto dell"UNICEF "Costruire città amiche delle bambine e dei bambini", progetto affiancato dalla Rete europea per le città amiche dei bambini, sostenuto ed incentivato dall"Associazione nazionale comuni italiani.

Tutti questi  programmi di studio e sviluppo si fondano su di un concetto base:  promuovere il coinvolgimento attivo dei bambini nelle questioni che li riguardano, ascoltando le loro opinioni. il bambino non deve divenire solamente un riferimento culturale per gli amministratori, ma deve assumere un ruolo da protagonista nella trasformazione della città. La svolta culturale consiste nel concepire finalmente il bambino come attore sociale, protagonista della società, e nel costruire, quindi, contesti di partecipazione attiva ai processi decisionali e progettuali.

Una simile esperienza coinvolge non solo i più piccoli, ma anche le loro famiglie, stimolando un cambiamento culturale anche negli adulti.

Ai genitori, tuttavia, è chiesto uno sforzo diverso. Essi devono, infatti, trovare la forza di fidarsi dei propri figli per cercare di restituire al bambino quella autonomia di cui, verosimilmente, essi godevano,  e ciò attraverso una progettazione di mobilità sostenibile e sicura.

Da questo punto di vista molti sono le iniziative ideate per riconsegnare la città ai bambini anche da un punto di vista del movimento all"interno di essa. Tra i più significativi "a scuola ci andiamo da soli" in collaborazione con il CNR, il "piedibus" ed il "piede blu" avviato in molte città italiane, "la mia scuola va in classe A" del comune di Venezia, "bimbi in bici" ideato dalla Federazione italiana amanti della biciletta, o ancora il "bicibus" realizzato proprio qui, a Reggio Emilia.

E" interessante notare come differenti siano i rischi percepiti dai grandi e piccini. Questi ultimi considerano il loro luogo di residenza uno spazio "non rischioso", le loro paure sono prevalentemente sociali (adulti malintenzionati, bullismo, siringhe abbandonate); non si sentono invece minacciati dal traffico, al contrario degli adulti, per i quali, invece, è il pericolo numero uno. Alcuni studi hanno tuttavia rilevato che il 67 % dei bambini, che sono sempre stati accompagnati a scuola, ha detto che non poteva andare a scuola da soli perché i loro genitori avevano molta paura.

Un ultimo dato, alquanto significativo: il 64% degli alunni delle scuole primaria e secondaria sono accompagnati in automobile dai genitori, ma il 61% di quegli stessi alunni vorrebe andarci a piedi o in bicicletta. I bambini, quindi, sentono la necessità di passare da "bimbi nelle automobili" a "bimbi auto-mobili".

In definitiva, la possibilità per i bambini di relazionarsi con la propria città può essere duplice: la prima potremmo definirla come relazione "fisica", attraverso l"utilizzo degli spazi pubblici, la seconda "sociale", se viene data loro la possibilità di interagire con il governo della città.

Per poter dare completa attuazione ad ambedue queste possibilità, e qui concludo, gli strumenti sono già nelle mani degli amministratori: il Piano urbano dei trasporti, previsto dall"art. 36 del codice della strada ed il Piano urbano di mobilità, introdotto dall"art. 22 della legge 24/2000, per esempio, che ben potranno trovare utili suggerimenti ed implementazione attraverso il conivolgimento partecipativo dei bambini nelle scelte di progettazione, così come il piano urbanistico comunale.



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