Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2014-06-22

ATTI DI CONVEGNO - REGGIO EMILIA 6 GIUGNO 2014 - Francesco BERNICCHI

Tutela penale dei minori e rilevanza del reato di 'abuso dei mezzi di correzione e di disciplina' ex art. 571 c.p."

Una delle missioni principali della rivista giuridica "Persona e Danno" è quella di proteggere i deboli con l'"arma" del diritto.

Chi sono, però, i deboli? Generalmente sono identificati nei malati, negli anziani, nei poveri, ma certo i veri deboli, per antonomasia, sono i minori.

Questi, infatti, sono tutelati in tutti gli ambiti del diritto - numerose le norme civili che li proteggono in materia successoria, nel diritto ad avere una famiglia o, recentemente, nella loro riservatezza così da concretizzare il diritto ad "un'infanzia felice" teorizzata da molte carte internazionali - ma penalmente quale è la loro tutela?

Quali sono, dunque, le vie che l'ordinamento utilizza per tutelare i minori con il potere sanzionatorio più incisivo e penetrante che ha, ossia il potere penale?

Nella generalità dei casi il bene giuridico da tutelare, quando si parla di minori, è la loro inviolabilità sessuale. Da ultimo, la Convenzione di Lanzarote - firmata da più di 40 paesi e ratificata in Italia con la legge 172/2012 - ha introdotto nuove fattispecie penali incriminatrici ed ha previsto aggravamenti di pena per numerosi reati che garantiscono, appunto, l'intangibilità sessuale del minore. Già in passato, con le riforme del 1996 e del 1998, si era tracciata persino una sfera di presunzione di assenza di consenso per qualsiasi atto sessuale da parte del minore di 13 anni (art. 609 quater): una intoccabilità incondizionata e universale della sfera sessuale del minore.

Tuttavia, questo non può essere l'unico bene giuridico da proteggere quando si tratta di tutela penale dei minori e una prova tangibile è la previsione del reato di corruzione di minorenne (609 quinques) che, pur essendo ricompreso nei delitti c.d. sessuali, punisce la condotta di chi fa "soltanto" assistere un minore di anni 14 alla concretizzazione di un atto sessuale.

In sostanza, questa specifica previsione, non presidia la tutela dell'inviolabilità sessuale del minore e, a maggior ragione, neanche la sua incolumità psico - fisica. L'articolo in questione, infatti, tende a garantire che il minore goda del "diritto ad uno sviluppo fisiologico e normale, in armonia con i valori della convivenza civile", cioè il diritto a che non venga turbato il suo sviluppo normale come uomo e donna.

Lo stesso bene giuridico è tutelato da un altra norma, spesso - ingiustamente - dimenticata nelle corti di merito italiane ed è l'articolo 571 c.p., rubricato "abuso di mezzi di correzione e di disciplina".

La struttura della fattispecie penale incriminatrice, così come delineata dal legislatore, è molto semplice, ma proprio questa semplicità nasconde importanti problemi interpretativi.

Innanzitutto si chiarisce che si tratta di un reato proprio. La condotta da esso descritta, infatti, può essere commessa solo da coloro ai quali l'ordinamento assegna un potere di correzione. E importante dunque comprendere quali siano i soggetti che hanno questo potere e quale sia la fonte che lo assegna.

La giurisprudenza costante a questo quesito risponde con una visione integralmente formale: è solo la legge, nel senso pieno del termine, che può assegnare questo potere e quindi ne sono titolari genitori, docenti e persino i dipendenti della polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti.

Tuttavia il vero puntum dolens dell'articolo in questione è: quando si configura in concreto la fattispecie penale? Quali sono, cioè, i mezzi il cui abuso porta al perfezionamento del reato?

Si fanno due esempi concreti: recentemente in Cassazione vi è stata la conferma della condanna penale per due maestre che si erano rese protagoniste, in due procedimenti distinti, di condotte di tale genere: la prima aveva obbligato una suo allievo di scuola elementare che aveva schernito un compagno a scrivere in quaderno per 100 volte la frase "io sono un deficiente"; l'altra, forse più gravemente, si era vista oggetto di un gesto di dileggio da parte di un allievo - sempre nella scuola elementare - e per punizione aveva costretto il reo a ripetere il gesto (un grugnito) per l'aula, gattonando per circa un'ora.

Orbene, senza il reato di cui si tratta in questa sede, queste due condotte sarebbero rimaste prive di sanzione penale perchè, è bene evidenziarlo, tale fattispecie penale è "stiracchiata" a destra e a sinistra dal reato di lesioni personali (art. 582 c.p.) e da quello di maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p.). Tuttavia esistono delle differenze che permettono l'applicazione dell'articolo 571 c.p.. Infatti, rispetto al primo si differenzia perchè non chiede l'effettivo verificarsi della malattia, ma solo il pericolo di malattia nel corpo e nella mente, delineandosi così come "membro" della categoria dei reati di pericolo concreto. La differenza rispetto al reato previsto dall'articolo 572 è, invece, nel carattere dell'abitualità che è elemento sostanziale nella fattispecie di maltrattamenti.

E' opportuno, inoltre, segnalare che, in un'ottica esistenzialista della vita e del diritto che tanto è cara a noi di "Persona e Danno", la giurisprudenza maggioritaria è solida ora nel considerare la malattia prevista dall'articolo 571 come nozione più ampia di quelle concernenti l'imputabilità o i fatti di lesione personale - estendendosi fino a comprendere "ogni conseguenza rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo, dallo stato d'ansia all'insonnia, dalla depressione ai disturbi del carattere e del comportamento" (Cass. Pen. 14749/14), ossia quel turbamento all'esistenza che va risarcito anche in sede civile e che, in particolare, nel minore può facilmente riverberare i suoi effetti anche nella vita futura.

Da ultimo, è giusto evidenziare due ulteriori aspetti: il primo è riferito a quale sia la giusta interpretazione da dare al termine "correzione".

La Corte di Cassazione ha più volte chiarito che questa è da intendere come "educazione", e quindi tutto l'iter  educativo che permette il formarsi di un cittadino futuro secondo i dettami e i valori della Carta Costituzionale e delle carte sovranazionali. Questo riferimento a tali principi e valori permette l'incriminazione anche di quei genitori che, spesso, nelle corti si difendono portando come giustificazione dell'abuso da loro perpetrato il "loro"significato di educazione, che coincide con il credo filosofico, religioso o sociale da loro stessi praticato e seguito.

Ebbene, i giudici di merito e di legittimità sono chiari: il contesto culturale e religioso non giustifica, nel nostro ordinamento, un abuso dei mezzi correttivi alla stregua di una causa di giustificazione, come può essere l'esercizio del diritto (art. 51 c.p.)

Il secondo aspetto è maggiormente processuale: solo una volta è stata sollevata una questione di legittimità costituzionale e fu in riferimento a una pretesa violazione dell'art. 3 Cost., individuata nell'art. 571, 2° co. nella parte in cui prevedeva il regime della perseguibilità d'ufficio per il reato di abuso dei mezzi di correzione o disciplina da cui fosse derivata una lesione lievissima, nonostante che, per la commissione di tale delitto (art. 582, 2° co.), autonomamente commesso e più severamente punito, fosse prevista la perseguibilità a querela di parte.

Tuttavia, la questione è stata dichiarata manifestamente infondata (C. Cost. 17.2.1971, n. 27) in quanto, la pretesa disparità di trattamento quoad procedibilità, troverebbe la sua giustificazione in una precisa scelta di politica criminale che, giustamente, non intendeva rimettere alla discrezionalità della vittima la punibilità di chi avesse tradito la sua importante funzione di educatore, soprattutto perchè la vittima, come dicevamo, è fragile per definizione: è il minore.



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