Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2014-06-22

ATTI DI CONVEGNO - REGGIO EMILIA 6 GIUGNO 2014 - Gemma BRANDI


SPORT COME ANTIDOTO DEL BULLISMO

La differenza tra branco e squadra

Gemma Brandi

Psichiatra psicoanalista

Responsabile della Salute Mentale Adulti Firenze 1-4 e Istituti di Pena Firenze



Qualche settimana fa mi sono imbattuta in un giovane assistente sociale, sposato con una donna indiana e padre di due splendidi bambini, il maggiore dei quali frequenta la seconda elementare. La famiglia abita dirimpetto a casa mia. Ho quindi modo di apprezzare la grazia dei piccoli, la loro spontaneità gioiosa e il felice rapporto che li lega ai genitori. Senza dubbio la fisionomia e il colore della pelle ne dichiara l"origine forestiera. Ho domandato all"uomo notizie della prole e questi, pure in maniera contenuta, non ha nascosto la sua preoccupazione, al limite della disperazione, per essere il primogenito fatto oggetto di atteggiamenti persecutori da parte di alcuni compagni di classe. Il bambino rifiuta di tornare a scuola, è atterrito. Il padre ha deciso di sottoporlo a un controllo psicologico, mentre la madre vorrebbe che egli cambiasse istituto tout court. E" evidente che l"uomo, dipendente comunale e dunque disposto a confidare nelle istituzioni pubbliche, ha intrapreso un percorso di superamento, più che di evitamento del problema, parlando con il preside e gli insegnanti, con i genitori delle piccole pesti, sostenendo il proprio figlio in un momento difficile, ma sperando che anche gli altri individui coinvolti, maggiorenni e minorenni, siano disposti o si dispongano a ricevere informazioni e aiuto. Invece la scuola non si è mossa, né con eventuali sospensioni, né indicando la opportunità di forme di assistenza che potrebbero al contrario rivelarsi utilissime nel ricucire gli strappi personologici degli aguzzini in erba. I genitori di alcuni bambini già difficili -per inciso, provenienti da famiglie agiate- di media in là con gli anni e incapaci di fronteggiare i loro compiti educativi, si sarebbero limitati a prendere atto delle difficoltà denunciate. Non resterebbe dunque che la fuga suggerita dalla madre, anche lei spaventatissima per lo sviluppo preso dalla vicenda e disposta a condividere il senso di colpa improprio che rischia di trasformare il figlio in vittima. Il bambino, infatti, è attualmente traumatizzato, per essere stato aggredito da qualcuno che amava e dal quale non si attendeva un trattamento vile: il gruppo dei coetanei. La colpa dei fanciulli rischia di ricadere su di lui, nel caso in cui nessun provvedimento fosse preso dagli adulti significativi -insegnanti e genitori- per sanzionare la cattiva condotta del branco, un gruppo cementato da una "complicità nel male", di agostiniana memoria, che vive proprio attraverso l"attacco a un suo membro, sulla falsariga della dinamica che contribuisce alla identificazione del capro espiatorio. Sono quei bimbi a meritare una terapia psicologica, che serva anche ai loro genitori per acquisire l"autorevolezza che non hanno. E invece sarà il piccolo italiano dalla pelle scura a rischiare di portare su di sé il senso di colpa improprio in quanto non correlato a un suo gesto degno di castigo, ma alla cattiva azione compiuta da altri. Quel senso di colpa potrebbe indurlo a ricercare per sempre una pena per una colpa inestinguibile, visto che non ne è l"autore: "chi rompe paga e i cocci sono suoi"! E poiché abbiamo di fronte malfattori minorenni e quindi pregiudizialmente irresponsabili, i veri colpevoli di un simile sviluppo sono gli adulti omissivi e infingardi: insegnanti e genitori, con i primi che temono le ritorsioni dei secondi nel caso decidessero di assumere una posizione forte, e i secondi che si arrendono alla prole. Non c"è da stare allegri con una scuola che subisce il ricatto dei genitori e dei genitori che subiscono la pressione della prole. La sofferenza diffusa che alberga nel cuore dei giovani ha questa radice e gli stessi bambini che non esitano ad aggredire un coetaneo, perché lo ritengono più debole e meno difeso, andranno ad arricchire le schiere degli stalkers del futuro. Si può essere facili Cassandre al riguardo.

Se il bullismo è un fenomeno di gruppo -un gruppo di pari cementato da una complicità nel male, che ha per obiettivo la esclusione di uno o più membri, che si fonda su modalità perverse di sopraffazione mortificante- la squadra sportiva è un gruppo di pari tenuto insieme da una complicità nel bene, di cui la sfida per il raggiungimento di un traguardo sempre più ambizioso è il collante irrinunciabile e nel quale tutti servono al raggiungimento dello scopo. Escludere un membro della squadra significa fallire l"obiettivo. La squadra per  definizione include, accoglie, sperimenta una coesione vincente.

Il bullo abita la perversione, tende cioè a mostrarsi diverso da quello che è, sia quando mette in scena la pantomima del falso forte per mascherare la propria debolezza, millantando una temerarietà cui fa da contraltare il terrore che sia svelata la crepa profonda che mina la sua struttura; sia nel momento in cui nasconde e confonde nella rete (il cyberbullo) o nella dinamica del branco i gesti empi e proditorii di cui dovrebbe altrimenti vergognarsi. Il branco compare nel dizionario, come estensione, con connotazione spregiativa, del suo primo significato -"raggruppamento di animali della stessa specie"- ad indicare un insieme di persone preda di impulsi irrazionali, che si lascia guidare in una obbedienza cieca. Quando mai una squadra procederebbe così? La squadra risponde ai principi dell"ordine, del rispetto, della schiettezza. Il gioco di squadra tende ad esaltare la eccellenza dei singoli, le abilità individuali vere che isolate non potrebbero esprimersi in maniera altrettanto efficace. Il gesto agonistico non consente di eclissare le disabilità, anche se può diventare una sfida esplicita a questa, proficua al punto da generare campioni. D"altra parte, lo sport è un match con il proprio limite.

Nel caso con cui ho aperto la mia presentazione, il vero debole è l"angelo ribelle, il capobranco figlio tardivo di un matrimonio datato, con genitori che soccombono al cospetto delle sue capacità manipolatorie e non osano raccogliere il guanto della sua sfida, che accidiosamente preferiscono chiudere gli occhi di fronte al disastro di uno sviluppo perverso, che temono di indebolire ulteriormente la prole con il suggerimento di una cura. Occorre che i genitori e gli educatori in genere diventino consapevoli di quanto utile sia la loro fatica nel correggere, se e quando serve. Mancare l"appuntamento con questo debito educativo espone i piccoli a torsioni della struttura psichica, deformanti al punto da farne futuri cinici o future vittime, comunque dei trasgressori. Il loro sarà un andare oltre -transgredior- ben poco creativo, al contrario altamente autoeterolesivo.

Se a bambini inclini a diventare leaders di efferati branchi, è utile che figure autorevoli riconoscano la posizione che essi vanno assumendo, potrebbe servire loro che li si avvii ad attività sportive di squadra, formative non solo in senso agonistico, purché l"allenatore sappia di essere tra i disegnatori di un percorso di recupero psicologico, oltre che il responsabile dell"impegno atletico. In questa ottica lo sport assumerebbe una valenza terapeutica non secondaria, con le virtù della squadra a controbilanciare lo scivolamento vizioso nel branco. Il ragazzo si troverebbe confrontato con la necessità di essere più che di apparire, con la utilità della collaborazione all"interno del gruppo, con il bisogno di ogni singolo membro perché l"obiettivo sia raggiunto. La sua falsa forza potrebbe in tal modo tradursi in autentica maestria. Dalla perversione alla cooperazione il passo non è breve, ma neppure impossibile, sempre che si creda nella attuabilità di un percorso per uscire da ogni impasse, anche la più dissimulata o addirittura camuffata da status soddisfacente.



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