Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2014-06-22

ATTI DI CONVEGNO - REGGIO EMILIA 6 GIUGNO 2014 – Maria Cristina CALLE

Esistono situazioni che appaiono indecidibili, come quella che si presentò a Londra durante il secondo conflitto mondiale, di fronte alla controversa scelta tra due possibilità: allontanare i bambini dai genitori per mettere in salvo la loro incolumità, oppure lasciarli in città sotto il fuoco dei bombardamenti, a rischio della vita, ma nel contesto psicologicamente protettivo della famiglia.

Dopo un serrato dibattito prevalse allora l'idea della necessità di una reale protezione, che portò a spostare molti bambini nelle Child Guidance Clinics nella campagna londinese, dove lavorarono, tra altri Anna, la figlia di Freud e lo psicoanalista infantile Donald Winnicott.

Questi bambini allontanati dalle città inglesi, furono i primi soggetti a rivelare i danni derivanti dalla rottura della continuità e stabilità con il paesaggio conosciuto e vitale dove si appoggia la costruzione della soggettività negli anni della crescita.

I danni psicologici derivanti da questo distacco si evidenziarono spesso molto tempo dopo il rientro in famiglia. Stupiva allora il buon adattamento dei bambini più piccoli che però, a posteriori, mostravano gli effetti patologici di quelle sofferenze indicibili, difficilmente rappresentabili per la psiche di un bambino piccolo, che la separazione dai genitori comporta.

Da queste esperienze presero avvio gli studi sugli effetti nocivi della separazione dei figli dai genitori nei primi anni di vita, che modificarono radicalmente le pratiche che prevedevano la separazione del bambino dalla madre durante la prima infanzia, quali quelle dell'ospedalizzazione dei fanciulli e quelle derivanti dalla detenzione dei genitori.

Da allora è passato più di mezzo secolo.

Nel frattempo è andata prendendo forma una diversa rappresentazione del bambino,  che ha saputo cogliere le peculiarità del suo pensiero, un pensiero non più semplice da quello dell'adulto, ma diversamente complesso, del quale fa parte l'insostituibile legame con i propri genitori.

Il legame con i genitori è la condizione indispensabile perché un bambino possa crescere e diventare un adulto responsabile. Al contrario, rescindere e perdere il legame con loro, significa impedire il processo di separazione e individuazione e trasformare i legami in catene.

La detenzione delle madri

La detenzione di donne incinta o con figli piccoli dovrebbe essere utilizzata soltanto come ultima risorsa per coloro le quali sono accusate di gravi reati e che rappresentano un pericolo per la comunità. (raccomandazione n. 1469 del 2000 del Consiglio d'Europa riguardante "Madri e bambini in carcere").

Nonostante innumerevoli raccomandazioni e disposizioni a tutela dei bambini e delle donne detenute ribadiscano i provati effetti nocivi che la detenzione delle madri causa ai figli, di fatto, gli effetti della legislazione italiana, pur se pienamente aderente ai presupposti teorici di cui sopra, hanno mantenuto costante, negli ultimi decenni, il numero dei bambini che condividono con la madre l'esperienza carceraria.

I bambini detenuti oscillano tra 40/50 e 100 ogni anno, quelli che entrano in carcere per fare visita ai genitori, al padre o la madre, sono stati nel 2013 circa 100.000.

L'Ordinamento Penitenziario nel 1975 (art. 11 O.P. 354 del 26/07/1975) introduceva la configurazione di "asili nido" all'interno del carcere. La legge Finocchiaro del 2001 ampliava le possibilità di evitare la carcerazione delle madri con prole fino ai 10 anni. Infine, la legge 62/2011 istituiva – in teoria - due altre possibilità di mantenimento dei rapporti madri-figli: il loro collocamento negli ICAM o nelle Case Famiglia protette.

Tuttavia, la sentenza 11714 della Corte di Cassazione nel 2012 metteva in evidenza  il fatto che l"unico ICAM – Istituto a custodia attenuata madri - sezione staccata del carcere di San Vittore a Milano, sia una struttura non certificata per la mancanza di una disciplina omogenea, e che quindi non può essere presa a modello, anche se è certamente un evidente esempio di buone pratiche in questo campo.

Per le Case Famiglia Protette, il decreto del Ministro della giustizia del 8 marzo 2013 premette che:

l'obiettivo prioritario della legge in esame è la tutela degli interessi e dei diritti dei minori e che, pertanto, tali strutture devono tendere ad agevolare il ripristino della rete di rapporti familiari in funzione dell'equilibrato sviluppo del minore.

Nonostante le disposizioni di cui sopra, in Italia oggi l'unica alternativa alla detenzione dei bambini in carcere con le loro mamme (lo stesso ICAM è sezione staccata del carcere), bambini che crescono e fanno esperienza del mondo nello spazio grigio, freddo, disumanizzato del carcere, la sola alternativa a questa esperienza mortificante è soltanto quella della perdita del rapporto con la madre.

La carcerazione della madre comporta, il più delle volte, lo spezzarsi dei legami con i figli.  E quasi sempre con i padri, che vengono considerati dalla legge soltanto nel caso della impossibilità della madre di dare assistenza alla prole, oppure quando questa è decaduta dalla responsabilità genitoriale.

Ancora, e paradossalmente, lo spostamento introdotto dalla legge del 2011 dell'età fino alla quale il bambino può seguire la madre nell'esecuzione della pena, da tre a sei anni, ha come unico effetto il rischio di raddoppiare il tempo di permanenza dei bambini in carcere, mentre le CFP risultano - fino ad oggi - inattuabili, per la mancanza di sostenibilità economica, eppure rappresentano l'unico spazio dove diventerebbe possibile tessere una rete di legami capace di sostenere entrambi: il bambino nella sua crescita e il divenire genitore della madre.

Tuttavia, occupandosi di un tema che si presta facilmente a slanci retorici, non si può non considerare il fatto che la genitorialità non è, di per sé, sufficiente ad accompagnare la crescita di un bambino, e non è neanche sempre adeguata.  Si incontra perciò spesso la difficoltà di valutare quale sia il miglior interesse del minore e vagliare alternative  che possano sufficientemente e adeguatamente sostenere la sua crescita.

In ogni caso, il muro del carcere fa resistenza alla effettiva attuazione della legge, quel muro che separa e divide, vanificando i tentativi di farli assumere altre forme, di introdurre altre flessibilità e rendere davvero concreto il principio di una giustizia riparativa oltre che, in questo caso, di una giustizia a misura di bambino. Una giustizia che, attraverso l'effettiva applicazione di una adeguata esecuzione della pena, possa fare in modo che i bambini non debbano più vivere in luoghi incompatibili con la loro crescita, non solo per l'indispensabile legame con la madre ma per l'assenza di un contatto con la varietà del mondo che l'ambiente penitenziario, circoscritto da spazi che limitano gli orizzonti, non può certo rappresentare, neanche sul più elementare registro degli stimoli sensoriali.

Un bambino di due anni, lo sguardo che si intuisce smarrito, la piccola mano tenuta stretta nella mano di un adulto, percorre lunghi corridoi, attraversa porte ferrate, incontra agenti di polizia che detengono potenti chiavi per aprirle, tra scatti, rumori, voci sconosciute, in un percorso che richiede un tempo interminabile fino ad intravvedere l'uscita. Fuori lo attende un sole incurante del posto che ha appena lasciato, un sole che non illumina quello spazio grigio, desolato, mortificante, che rimane alle sue spalle.

In una lunga sequenza, la macchina da pressa posta all'altezza del piccolo, i registri riprendono l'uscita dei due bambini, mano nella mano delle volontarie che li accompagnano per una passeggiata fuori dal carcere di San Vittore. Varcata l'ultima incombente porte, si riconosce la città di Milano.

Il carcere di San Vittore è situato nel centro cittadino. La città inconsapevole che lo contorna si stupirebbe nell'apprendere che, nelle carceri italiane, vivono ancora una media di circa cinquanta bambini di meno di tre anni di età, insieme alle loro madri.



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