Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2014-06-22

ATTI DI CONVEGNO - REGGIO EMILIA 6 GIUGNO 2014 - Mauro DI MARZIO

Ho capito ieri che il tempo a disposizione per la relazione è di 8 minuti. Entro subito in argomento.

Nel discorrere di gesti estremi, ossia del suicidio, in particolare degli adolescenti, siamo al cospetto di un crocevia di problemi, con implicazioni anzitutto filosofiche fondamentali, le quali possiedono dirette ricadute del massimo rilievo giuridico, che in 8 minuti è un po" difficile affrontare. C"è, ad esempio, un filo che lega il tema del suicidio a quello della proprietà del corpo: corpo che, a leggere l"articolo 5 del codice civile (che ne vieta gli atti di disposizione), sembrerebbe appartenere a qualcun altro che non al soggetto. C"è, ovviamente, un rapporto tra la questione del suicidio e i temi del «fine vita», ed in particolare dell"eutanasia.

Io per me, da ragazzo rimasi fulminato da una citazione con cui si apriva il libro sul suicidio di uno psicologo junghiano, poi diventato famoso, tratta da John Donne, il poeta inglese che tutti conoscono per aver dato il titolo ad un romanzo di Ernest Hemingway, e che pubblicò (prudenzialmente postumo) un libro intitolato «Biathanatos. Dichiarazione di quel paradosso, o tesi, che il suicidio non è necessariamente un peccato». La citazione è questa: «Cose che sono naturali per la specie, non sempre lo sono per l"individuo».

È possibile pensare, cioè, che il suicidio non sia sempre un male. Insomma, si possano dare suicidi e suicidi: tanto per dire, il suicidio di Socrate o di Catone Uticense non è la stessa cosa della «fangosa morte» di Ofelia, ormai impazzita, costretta, se così posso dire, dal doppio legame tra i doveri nei confronti del padre e l"amore che suppone non ricambiato di Otello.

Ecco, qui parliamo di questa seconda categoria di suicidi: suicidi che maturano in una situazione di marasma psichico ed esistenziale e che, se qualcuno non avesse fatto qualcosa di male, probabilmente non avrebbero avuto luogo.

Il quesito al quale debbo rispondere, allora, è in breve il seguente: può darsi il caso che, dinanzi al suicidio di un minore, qualcuno possa essere chiamato a risponderne, sul piano penale o su quello civile?

Dal punto di vista del diritto penale dirò davvero soltanto due parole, anche perché, come sapete, sono ormai molti anni che il diritto penale in Italia non esiste più, nessuno pare credere che gli autori di un qualche crimine, per quanto efferato, meritino di essere puniti con il carcere. Ricordo che per il diritto penale il suicidio non è del tutto illecito, tant"è che non soltanto non è punito il suicida (cosa non del tutto scontata nei secoli passati), ma non è punito neppure il tentativo di suicidio; ma, per altro verso, non è neppure del tutto lecito, giacché l"articolo 580 del codice penale punisce l"istigazione o l"aiuto al suicidio.

C"è poi un dato normativo che mi interessa rammentare. Ed è articolo 572 del codice penale. Questa disposizione stabilisce che chiunque maltratta una persona della famiglia o un minore degli anni quattordici, eccetera eccetera, è punito con la reclusione. Se dal fatto deriva la morte, la reclusione è aumentata. Ora, la morte cui allude l"articolo 572, quale aggravante del delitto di maltrattamenti in famiglia, non è soltanto quella direttamente prodotta dalla condotta delittuosa, ma anche quella cagionata dal suicidio della vittima. Già questa disposizione ci fa comprendere che i maltrattamenti possono spingere al suicidio, sicché, in questo caso, chi maltratta risponde della morte stessa della vittima.

Non sempre, dall"angolo visuale del giudice penale, la percezione del collegamento tra i maltrattamenti ed il suicidio pare essere del tutto chiaro. In una non remota sentenza della cassazione penale (Cass. pen. 15 ottobre 2009, n 44492) si trova narrata questa vicenda. Un uomo, roso a quanto par di capire da una ossessiva gelosia, sottopone la sua convivente a reiterati maltrattamenti morali e fisici: per dirla chiara la pesta spesso e volentieri. Dopo l"ennesimo episodio di violenza, verbale e fisica, la donna si impicca. La corte d"assise condanna l"uomo per il delitto di maltrattamenti aggravato dalla morte per suicidio. La corte d"assise d"appello, invece, esclude l"aggravante e determina il danno patito dalle parti civili costituite (suppongo i congiunti della vittima) nella bella sommetta di € 5000,00. Sostiene in buona sostanza la corte d"assise d"appello che l"evento del suicidio non sarebbe stato concretamente prevedibile da parte dell"uomo. Si dice che al suicidio «ha in realtà dato vita attraverso una delle (tante) azioni vessatorie» compiute dall"uomo; si aggiunge che il comportamento della donna non manifestava «apprezzabili, inequivoci sintomi di prevedibilità in concreto di un gesto tragicamente autodistruttivo», tanto più che, come riferito dalla madre della vittima, tra i due «non era escluso il matrimonio». Insomma, si volevano bene.

Detto in parole povere il ragionamento pare essere questo: l"uomo aveva pestata già tante altre volte e lei non si era ammazzata, come faceva il poverino a prevedere che dopo quell"ultimo consueto pestaggio lo avrebbe fatto? La corte d"assise d"appello non tiene conto invece che la donna, qualche giorno prima, aveva minacciato il convivente «di privarlo della propria esistenza». Un ragionamento, devo dire, nel quale qualcosa mi sfugge.

In ambito civile i termini della questione sono completamente diversi.

Anzitutto occorre fare una ulteriore partizione: vanno distinti i suicidi prodotti da una condotta commissiva da quelli determinati da condotte omissive.

Nel primo campo si collocano casi che, a giudicare dai repertori giurisprudenziali, non dovrebbero presentarsi se non raramente. Parliamo di un suicidio che potremmo chiamare post-traumatico, conseguito ad abusi o violenze, in particolare sessuali. Circoscrivendo il campo alla nostra giurisprudenza, vorrei citare una decisione anch"essa non remota della cassazione penale (Cass. pen. 5 novembre 2009, n. 4404). Una minore è vittima di violenza sessuale commessa dal padre. La ragazzina viene sentita dalla polizia giudiziaria quando il padre è ancora in libertà. Rievoca e ricostruisce gli abusi sessuali subiti e, in quell"arco temporale, tenta più volte il suicidio. Il padre è poi arrestato e sottoposto a giudizio per le violenze compiute. Occorrerebbe, quindi, che la giovane donna compaia in dibattimento e si sottoponga all"interrogatorio secondo le regole alla cross examination: ma in questo caso il giudice comprende bene che un simile stress potrebbe assumere rilievo della goccia che fa traboccare il vaso: è chiaro, in altri termini, che la ragazzina non ce la può fare. Ecco allora che il tribunale considera le dichiarazioni rese in fase predibattimentale alla stregua di atti irripetibili, con conseguente ammissibilità della lettura delle dichiarazioni predibattimentali, dato il grave pericolo per l'incolumità fisica o psichica della teste. In questo modo, direi appropriatamente, adotta una soluzione utile a prevenire il rischio di suicidio che il dover riferire, per di più dinanzi al padre, l"esperienza della violenza avrebbe con tutta probabilità comportato

Più in generale, quando pensiamo al suicidio di un minore indotto da una condotta aquiliana, dobbiamo misurarci, sul piano giuridico, essenzialmente con il problema della causalità. Prendiamo il caso del cyber-bullismo, in particolare quello, molto noto, che ha avuto come vittima Rebecca Ann Sedwick, una ragazzina di 12 anni, suicidatasi dopo due anni di persecuzioni via social network, buttandosi dal tetto di una fabbrica a poco meno di due chilometri da casa sua. Cattiverie tra adolescenti e preadolescenti, se guardiamo al mondo com"è e non come vorremmo che fosse, sono tutt"altro che infrequenti: mi basta ricordare «Il signore delle mosche» di William Golding ed il bellissimo film di Peter Brook. Le vittime, generalmente, non si suicidano; solo qualcuno, particolarmente fragile, raramente, lo fa. Il punto allora è questo: la fragilità della vittima può ritorcersi a carico del danneggiante? Può il preteso danneggiante essere chiamato a rispondere per una condotta — aver preso in giro il più debole, il meno piacente, il più sciocco, quello con un orientamento sessuale ancora perplesso  — che normalmente non produce nessuna conseguenza davvero significativa?

Qui abbiamo tuttora molto da imparare dal common law. Se do un colpo in testa ad un uomo che ha il cranio sottile come un guscio d"uovo, sicché il guscio si rompe, da quale parte deve pendere la bilancia della responsabilità civile? Per il common law non c"è dubbio, dalla parte della vittima, tanto più se il colpo l"ho inferto volontariamente. È una regola nota per l"appunto come eggshell skull rule, o anche  thin skull rule, o take your victim, take your plaintiff as you find him. E la ragione della regola, nell"ottica pragmatica, nell"approccio empirico che caratterizza il common law è ovvia: se così non fosse i più deboli dovrebbero vivere tappati in casa, esclusi — visti i pericoli del cyberspazio — anche dalle comunicazioni via social network. Certo, una ragionevole congruenza tra condotta ed evento non può mai mancare. Ed allora un episodio isolato, uno scherzo poco opportuno ma non troppo malevolo, una singola battuta fuori posto, non può dar luogo alla responsabilità per un suicidio. Nel caso di Ann Sedwick, però, la cosa andava avanti da due anni, era chiaro che lei non ne poteva più, i genitori si erano lamentati con la scuola, che non aveva avuto modo però di far cessare la condotta.

Ma il campo in cui il suicidio dei minori assume il maggior rilievo, se non altro statistico, è quello in cui occorre scrutinare non tanto condotte commissive, bensì omissive: e questo è in fondo l"aspetto più pertinente al titolo di questa sessione, in cui ci si interroga sul come prevenire gesti estremi. L"idea del suicidio, in questo caso, matura in qualche modo liberamente nella testa del minore.

Dal punto di vista del diritto, allora, non c"è in linea di principio alcuna responsabilità. Se vedo un uomo che sta per gettarsi in un fiume (come nel film di Frank Capra «La vita è meravigliosa»), non ho alcun obbligo giuridico di impedirgli di suicidarsi, sicché, se effettivamente si suicida, non ne ho nessuna responsabilità. Stabilisce però una disposizione del codice penale, l"articolo 40, che: «Non impedire un evento che si ha l"obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». Ecco allora che, se sono tenuto a vigilare sull"incolumità psicofisica di una persona, e se sono in grado di percepire dei segnali dai quali emerge una volontà suicidaria, devo fare il necessario per impedire che il suicidio avvenga.

Questo concetto è facile da capire se pensiamo a quelli che Foucault chiamava istituzioni totali, universi concentrazionari, anzitutto il carcere e il manicomio: luoghi in cui il germogliare, per diverse ragioni, di intenti suicidari è più che plausibile. Ma, con riguardo ai minori, quello che ci interessa capire è se possa ipotizzarsi, al riguardo, una responsabilità della scuola, per non essersi avveduta che lo studente inclinava seriamente al suicidio.

Anche in questo caso ci viene in aiuto il common law, e — permettetemi di dire — è per me sempre sorprendente come un apparato concettuale spesso frammentario e non di rado primitivo, quale quello di cui si serve il common law, possa stare talvolta avanti di qualche decennio. Secondo la tradizione, una third party responsability per l"altrui suicidio non è configurabile, giacché il suicidio è un atto volontario, per di più considerato illegale. Nel corso del 20º secolo, però, la percezione del suicidio cambia a seguito di ricerche mediche le quali rivelano che spesso il suicidio costituisce il culmine di severe malattie mentali, più che un criminale atto volontariamente deliberato. Vengono per questa via individuati taluni casi in cui tra il suicida ed un altro soggetto si stabilisce una special relationship in forza della quale quest"ultimo è tenuto ad un duty to prevent suicide. Il suicidio diventa cioè, secondo la nostra terminologia, un evento che si ha l"obbligo giuridico di impedire. È il caso certamente del carcere e del manicomio. Ma è il caso anche della scuola.

In Wike v. Polk County School Board, pronuncia risalente al 1997 (che mi pare, se non vado errato, sia il leading case in materia), Shawn Wike, un ragazzino di 13 anni, tenta per due volte il suicidio scuola. Una prima volta nel bagno dei ragazzi. Un altro studente riferisce alla propria madre che lo ha trovato mentre provava ad impiccarsi con una maglietta da calciatore. La madre di quest"altro ragazzo avverte la scuola e viene rassicurata che verranno prese misure adeguate. Poco dopo — eccola misura adeguata — il decano della scuola chiama Shawn nel suo ufficio e gli legge alcuni versetti della Bibbia, i quali, probabilmente, dovrebbero taumaturgicamente distoglierlo dall"intento. Il secondo tentativo ha luogo sempre nel bagno dei ragazzi. Se ne accorge un bidello, il quale avvisa il vicepreside. Quest"ultimo si disinteressa. Il giorno dopo Shawn si impicca nel suo giardino.

I genitori fanno causa alla scuola ed il giudice afferma che quest"ultima è soggetta al dovere legale di esercitare una ragionevole attenzione alla cura degli studenti: in questo caso la scuola aveva omesso di avvisare i genitori del ragazzo dei tentativi di suicidio e non aveva neppure pensato di affidare Shawn all"esame di uno psicologo. Ciò in una situazione, dice il giudice, in cui una persona prudente «would not have a crystall ball to see that Shawn  needed help and that if he didn"t geti t soon, he might attempt suicide again». Il risarcimento è di quasi $ 700.000.

In Italia abbiamo un caso scrutinato dal tribunale di Catanzaro (Trib. Catanzaro 18 giugno 2009, in Resp. civ. e prev., 2010, 150) che, a parer mio, rappresenta bene il modo (o uno dei nodi) in cui non bisogna procedere nell"occuparsi del suicidio dei minori, consentendo che il sistema della responsabilità civile perda di vista la sua natura per scivolare definitivamente dal versante meramente redistributivo, quale strumento (per di più randomizzato) di allocazione del danno. Il caso è questo. Una ragazza diciassettenne esce di casa alle 8 del mattino del 13 giugno per andare a scuola. Dovrebbe entrare alle 8.10. Intorno alle 8.40 la sua compagna di banco, notata la sua assenza, chiede alle compagne se l"abbiano vista, ma nessuno le risponde. Intorno alle 9 un"altra ragazza va in bagno per fumare una sigaretta e la trova impiccata con una cintura di cuoio ad un tubo dei riscaldamenti.

Il giudice ragiona così: tra l"Istituto scolastico e lo studente si instaura un rapporto di tipo contrattuale, che importa obblighi protettivi della scuola nei confronti dello studente; trattandosi di responsabilità contrattuale, a fronte della deduzione di inadempimento, spetta alla scuola provare di essere adempiente ovvero dimostrare la non imputabilità dell"inadempimento, secondo la previsione generale dell"articolo 1218 c.c.; in questo caso la scuola nulla ha provato, tanto più che non risulta che il professore fosse presente in aula, avesse fatto l"appello e avesse annotato sul registro l"assenza della studentessa. Segue condanna della scuola al risarcimento del consueto danno da perdita del rapporto parentale, quantificato in circa € 220.000.

Per conto mio il ragionamento non tiene. Dedurre l"inadempimento non significa dire: la ragazza si è suicidata. Quello non è l"inadempimento, ma è l"evento di danno. L"inadempimento è non aver fatto quello che, in ossequio agli obblighi di protezione che discendono dal contratto, andava invece fatto. Occorreva quindi che il preteso danneggiato addebitasse qualcosa, una qualche omissione, alla scuola, nel qual caso quest"ultima avrebbe dovuto dare la prova liberatoria a suo carico. In questo caso una deduzione di inadempimento invece mancava. E, certo, l"inadempimento non può essere identificato nel fatto che la scuola non avesse provato la presenza del professore in aula né avesse dimostrato che questo aveva fatto l"appello. Se fossi stato il professore di quella scuola ed avessi constatato che la ragazza non era presente all"appello avrei alternativamente formulato due ipotesi: una pessimistica, la ragazza è a casa col raffreddore; l"altra ottimistica, tenendo conto che era il 13 giugno, l"anno scolastico prossimo era alla fine ed il raffreddore era poco probabile, considerata la stagione: la ragazza ha marinato la scuola e se ne va a spasso col suo moroso. Non avrei mai pensato al suicidio, salvo che circostanze specifiche, che per l"appunto avrebbero dovuto essere dedotte, non me lo avessero suggerito: la ragazza, ad esempio, non aveva mai fatto neppure un"assenza nella sua vita scolastica, negli ultimi tempi era particolarmente depressa, volgendo l"anno scolastico al termine temeva di essere bocciata, qualcuno l"aveva vista entrare alle 8.10, ma non si sapeva dove fosse finita. E così via.

Compito del giudice non è compensare qualunque perdita, socializzandone il carico sulla collettività. Quello, nei limiti delle risorse disponibili, è compito della previdenza sociale. Il sistema della responsabilità civile non può fare più di tanto. E d"altro canto, dall"angolo visuale del funzionamento della società, una tale dilatazione del sistema della responsabilità civile produce effetti distorsivi e diseducativi: se la scuola subisce la condanna indipendentemente da ogni plausibile addebito di colpa, non v"è neanche alcuna ragione per cui essa debba prestare attenzione a fare per bene il proprio dovere.

Ho l"impressione che i miei otto minuti siano finiti da un pezzo. Poiché l"argomento che ho trattato, oltre che difficile, è particolarmente cupo e triste, chiuderei con un pensiero sul suicidio del grande Marcello Marchesi, che diceva: «Non sprecate il vostro suicidio, ammazzate prima qualcuno che vi è odioso».



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