Diritto e filosofia  -   Letizia Davoli  -  26/08/2017

La consapevolezza di essere fragili e la sua forza

Tutti siamo fragili.

Alcuni lo sono più di altri, alcuni riescono a convivere con le proprie fragilità, altri meno, alcuni non riescono o non vogliono vedere le proprie fragilità, altri invece ne sono consapevoli.

Ma in ogni caso tutti siamo fragili.

Spesso invece sbagliamo e tendiamo a pensare che le persone fragili siano sempre “gli altri” con chissà quali storie tragiche alle spalle; persone sicuramente diverse da “noi”.

Non è così; tutti prima o poi devono fare i conti con le proprie fragilità, ma dopo un’iniziale senso di paura e di vergogna, si inizia a capire e a maturare la consapevolezza di cos’è veramente la fragilità.

E’ in quel momento che la fragilità si trasforma in forza, per sé e per gli altri.

La Fragilità non è quindi solo sinonimo di vulnerabilità, insicurezza, debolezza, ma anche di sensibilità, altruismo, empatia, coraggio.

D’altronde se pensiamo ai cambiamenti sociali dell’ultimo secolo e alla cultura della performance dei giorni nostri, appare subito evidente come l’individuo si sia emancipato, ma al tempo stesso fatichi ad essere se stesso, perchè deve sempre essere pronto ad agire, anche al di là delle proprie risorse interne, deve sempre essere all’altezza delle aspettative perché “oggi tutto è possibile” e quindi occorre raggiungere il risultato.

Come ha spiegato bene il sociologo Alain Ehrenberg nel suo libro “La fatica di essere se stessi”, la contropartita a questo conformismo alle norme della performance, è che ognuno di noi ha il timore di non farcela, di non essere all’altezza e di non rispondere alle aspettative e vive quindi in una costante crisi identitaria.

Non è quindi necessario cercare molto lontano per capire cos’è la fragilità e per comprendere come nessuno di noi ne sia immune.

In passato, a fronte di fenomeni di precarietà particolarmente accentuati, il sociologo Jaques Donzelot, sosteneva che “producendo individualità si spera di produrre anche società. Bisogna produrre la società non sottomettendo gli individui, ma sollecitandoli, motivando i loro affetti, le loro aspirazioni, i loro desideri … Da un lato gli aventi diritto prendono parte attiva al proprio reinserimento, dall’altro le istituzioni devono metterli nelle condizioni di poterlo fare: abolire la vergogna ristabilendo la dignità, produrre rispetto là dove impera il disprezzo, ricostruire l’individualità là dove vacilla per disperazione o per carenze legislative ecc. ”.

Si tratta di una tesi che, per le circostanze in cui è sorta e per finalità perseguite, può tranquillamente essere mutuata anche oggi al concetto di fragilità in senso lato.

D’altronde, come si può cercare di capire e aiutare le persone fragili, se prima non ci rendiamo conto che tutti, con le doverose e rispettose differenze, siamo soggetti fragili?

Come si possono pensare nuove norme a tutela delle persone fragili e a difesa dei loro diritti se viviamo ancora arroccati nell’idea che siano temi che riguardano sempre gli altri e mai noi stessi?

Occorre abbattere questa confine tra “noi” e “loro”, perché siamo un’unica società e, applicando la tesi di Donzelot, alla fine è sufficiente che ognuno di noi si fermi a riflettere sulle proprie fragilità, per poi trasformare questa consapevolezza in forza e impegno a creare un società più dignitosa e rispettosa delle fragilità di ciascuno di noi.

Alla fine è semplice, basta iniziare.