Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Bernicchi Francesco Maria - 2013-11-11

AZIONE REVOCATORIA E MODIFICAZIONE QUALITATIVA DEL PATRIMONIO - Cass. Civ. 1896/2012 - F.M. BERNICCHI

Si prende in esame una sentenza della Corte di Cassazione (Sez. III Civile, n. 1896 depositata in data 9 Febbraio 2012) relativa al tema dell'azione revocatoria e suoi presupposti.

Il fatto, in breve: con sentenza del Dicembre 2005 la Corte d'Appello di Bari, modificando il precedente provvedimento del Tribunale di Trani, ha rigettato la domanda revocatoria ex art. 2901 c.c. proposta da Tizio, titolare di un credito di lavoro nei confronti di Caio di circa 25 milioni di lire oltre accessori, accertato a conclusione di un giudizio iniziato nel 1991.

La domanda era volta a far dichiarare l'inefficacia nei suoi confronti dell'atto del Maggio 1996 con cui Caio, suo datore di lavoro, aveva venduto un complesso immobiliare in favore del genero Mevio, per l'importo di lire 443 milioni.

Tale complesso, successivamente, era stato ceduto da Mevio, con patto di riservato domino, alla Alfa costruzioni s.r.l.

Propone ricorso in Cassazione Tizio con due motivi.

PRIMO MOTIVO:

Violazione degli artt. 2901, 2967, 2729 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p. in relazione all'eventus damni.

Il ricorrente sostiene che per esperire l'azione revocatoria, il creditore deve dare la prova che l'atto di disposizione impugnato aveva determinato una variazione quantitativa e qualitativa del patrimonio in modo da rendere impossibile o altamente difficile la realizzazione del proprio credito.

Prova che egli aveva fornito in quanto le procedure esecutive sia mobiliare che immobiliare, attivate dopo la pronunzia giudiziale, avevano dato esito negativo e che la somma di denaro a seguito dell'atto ci compravendita non era mai entrata nel patrimonio del venditore.

Il motivo è fondato.

La Corte d'Appello ha ritenuto che il creditore non aveva modificato la consistenza qualitativa e quantitativa della garanzia, dato che il debitore aveva fornito la prova di un residuo di quota sociale di lire 125.000.000 del tutto idonea a soddisfare il credito.

Tuttavia, secondo costante giurisprudenza di legittimità in tema di azione revocatoria ordinaria non è richiesta, a fondamento dell'azione, la totale compromissione della consistenza patrimoniale del debitore, ma soltanto il compimento di un atto che renda più incerto o difficile il soddisfacimento del credito, che può consistere non solo in una variazione quantitativa del patrimonio del debitore, ma anche in una modificazione qualitativa di esso.

Tale rilevanza quantitativa e qualitativa dell'atto di disposizione deve essere provata dal creditore che agisce in revocatoria, mentre è onere del debitore, per sottrarsi agli effetti di tale azione, provare che il suo patrimonio residuo sia tale da soddisfare ampiamente le ragioni del creditore.

Inoltre, agli effetti dell'azione revocatoria, deve ritenersi lesivo del credito anche l'atto oneroso che sia collegato con uno o più atti successivi, in modo da risultare tutti convergenti, per il breve periodo di tempo in cui sono stati compiuti o per altre circostanze, al medesimo risultato lesivo.

In tal caso il creditore che agisca in revocatoria non è tenuto ad impugnare l'ultimo o gli ultimi atti con i quali si sia perfezionata la totale distruzione della garanzia del suo credito, ma può rivolgere la propria impugnativa contro quello più significativo da un punto di vista economico o che meglio riveli gli elementi della frode (Cass. Civ. 13404/2008)

Alla luce di tali principi sopraesposti, se pure oggetto di revocatoria è l'atto di compravendita immobiliare, non è irrilevante ai fini della valutazione dell'eventus damni, il successivo atto di cessione della quota sociale, posto in essere dal debitore alla distanza di circa una mese dall'atto con cui si era spogliato di tutti i beni immobili.

Di conseguenza è errata la decisione della Corte di appello che, non considerando il breve lasso di tempo intercorso fra i due atti e la rilevanza dell'atto di cessione di quota sociale al fine di compromettere definitivamente la garanzia patrimoniale del debitore, ha addirittura considerato che la quota sociale costituisse prova che il patrimonio del debitore aveva, dopo la vendita degli immobili, una residuante positiva idonea garantire l'adempimento del debito.

Con la vendita della quota sociale immediatamente dopo la cessione degli immobile, infatti, la garanzia patrimoniale del credito è stata totalmente eliminata.

SECONDO MOTIVO

Denunzia la violazione degli artt. 2901, 2697 e 2729 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione al requisito soggettivo con riferimento a Mevio.

Sostiene il ricorrente che l'indagine sullo stato soggettivo tra le parti dell'atto da revocare va effettuata con riferimento al momento in cui l'atto viene compiuto mentre la corte di appello trae la sua convinzione con riferimento ad un atto posto in essere. successivamente all'atto oggetto di revocatoria. Inoltre, come accertato dal Tribunale di Trani, Mevio era a conoscenza sia dell'esistenza della controversia di lavoro fra il suocero ed Tizio sia dell'entità del credito, come da lui stesso confessato in sede di interrogatorio formale.

Motivo fondato.

La Corte di appello ha erroneamente valutato la scientia damni di Caio, implicitamente confermando la decisione del primo giudice in ordine all'anteriorità del credito litigioso rispetto all'atto dispositivo, con riferimento ad un comportamento di Mevio successivo all'acquisto dell'immobile.

In tal modo ha fatto mal governo delle norma di cui all'art. 2901 c.c. che richiede la consapevolezza nel terzo del pregiudizio arrecato al momento del compimento dell'atto oggetto di revocatoria, che trova il suo fondamento in circostanze sussistenti al momento del compimento dell'atto.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito ex art. 384 c.p.c., accoglie la domanda di revocatoria proposta da Tizio.



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