Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2014-09-29

BASTA UNA SOLA AZIONE PER IL REATO DI MOLESTIA - Cass. pen. Sez I, n. 31622/2014 - Pietro PERINI

"LA MOLESTIA È UNA CONTRAVVENZIONE SOLO EVENTUALMENTE ABITUALE E PUÒ ESSERE REALIZZATA ANCHE CON UNA SOLA AZIONE, PURCHÉ IDONEA A TURBARE LA SERENITÀ DELLA VITTIMA" – Cass. pen., sez. I, 23 maggio – 17 luglio 2014, n. 31622 – Pietro PERINI

Dopo un'accesa riunione condominiale, una donna affrontava la persona offesa, che abitava nel medesimo stabile, e inveiva contro la stessa. Le condotte moleste non si esaurivano in quell'unico episodio, ma si ripetevano, seppur in un arco di tempo abbastanza ampio. Così, in un'altra occasione, l'imputata spintonava la vittima per strada e la inseguiva per un centinaio di metri, tanto da rendere necessario l'intervento delle forze dell'ordine. Infine, appendeva un inquietante teschio sopra la finestra della malcapitata, al fine di ingenerare in quest'ultima un forte stato di ansia.

Questo era il quadro probatorio, ricostruito sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, alla luce del quale il tribunale emetteva sentenza di condanna per il reato di cui all'art. 660 c.p. Le condotte di disturbo – motivavano i giudici di merito – si erano ripetute nel tempo e avevano assunto una progressività esponenziale, tale da far ritenere integrata la contravvenzione de quo.

Avverso tale condanna l'imputata ricorreva personalmente per cassazione, denunciando violazione di legge sia processuale che sostanziale. In particolare, con riferimento alla valutazione della prova, lamentava come i giudici di prime cure si fossero basati esclusivamente sulle dichiarazioni dibattimentali della persona offesa, costituita parte civile, senza alcun vaglio di credibilità né intrinseco né estrinseco della teste.

Tali dichiarazioni, invero, avrebbero dovuto essere corredate da idonea motivazione, sia per la loro credibilità soggettiva, sia per l'attendibilità intrinseca del racconto (sul tema si sono pronunciate recentemente le Sezioni Unite, stabilendo inoltre come il vaglio debba essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello a cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone: cfr. Cass. pen., SS.UU., 19 luglio 2012, n. 41461, in Cass. pen., 2013, 2, 541).

Oltre le censure di ordine processuale, l'imputata lamentava violazione dell'art. 660 c.p., dal momento che le singole condotte, separatamente considerate, erano penalmente irrilevanti. Inoltre, l'enorme lasso di tempo tra una e l'altra – più o meno un anno – faceva sì che non fossero idonee a turbare la serenità della persona offesa.

La Sezione I accoglieva il ricorso poiché fondato. I giudici di legittimità evidenziavano come il reato di molestie fosse eventualmente abituale, ossia poteva essere realizzato anche con una sola azione criminosa, idonea a ledere il bene giuridico protetto (da ultimo, Cass. pen., sez. I, 29 aprile 2014, n. 23619, in Guida dir., 2014, 36, 80, nella quale emerge come la reiterazione di singole azioni penalmente rilevanti possa configurare l'ipotesi della continuazione di reati; Cass. pen. sez. I, 7 novembre 2013, n. 3758, in DeJure).

Tuttavia non era questo il caso, posto che il disvalore della condotta non era dato dalla natura o dalla gravità dei singoli episodi, quanto piuttosto dalla loro asserita abitualità. Discostandosi dal giudizio di primo grado, gli ermellini statuivano come non potesse essere considerata abituale una condotta che si manifestava con cadenza annuale e conseguentemente non era integrata la fattispecie ex art. 660 c.p. (conforme: Cass. pen., sez. I, 24 novembre 2011, n. 6908, in DeJure, secondo la quale gli atti devono essere petulanti per essere considerati abituali, ovverosia rappresentativi di un atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nell'altrui sfera di libertà).

Alla luce di ciò, annullavano la sentenza impugnata senza rinvio poiché il fatto di reato non sussisteva.



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