Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Lombardi Filippo - 2015-01-22

BLOCCARE L'AUTO ALTRUI NON SEMPRE CONFIGURA LA VIOLENZA PRIVATA - CASS. PEN. 51697/2014 - Filippo LOMBARDI

Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di Cassazione si pronuncia sulla questione se il mero atteggiamento omissivo e non collaborativo rispetto agli scopi della parte offesa possa essere sussunto nel reato di violenza privata (art. 610 cod. pen.) qualora presenti in concreto un effetto costrittivo o impeditivo.

Questi in breve i fatti.

Un uomo parcheggiava la propria autovettura dinanzi alla sbarra di apertura di un parcheggio condominiale, inizialmente alzata, e si allontanava per circa novanta minuti. Al proprio ritorno, trovava la suddetta barriera chiusa e, nel momento in cui invano si avvicinava alla stessa confidando nell"esistenza di un meccanismo di apertura, subiva l"avvicinamento della vettura dell"imputato, il quale stazionava dietro di lui bloccandolo tra la barriera chiusa e la propria auto, sicché la parte offesa non poteva né proseguire nella marcia né retrocedere. Dopo una accesa discussione (durata circa venti minuti) in merito al diritto di quest"ultima di parcheggiare in quell"area, la stessa riusciva a "liberarsi" utilizzando il marciapiede laterale, così superando la sbarra chiusa.

Si apriva un processo contro l"automobilista sopraggiunto, per violenza privata - reato previsto e punito dall"art. 610 c.p. - in quanto, secondo il denunciante ed in conformità al testo di detta norma penale, il primo gli aveva impedito di circolare liberamente e lo aveva costretto a servirsi del marciapiede per svincolarsi dalla "morsa" in cui si era ritrovato.

I due gradi di merito conducevano ad esiti contrapposti, poiché, mentre il Tribunale condannava per violenza privata l"imputato, la Corte di Appello ribaltava il verdetto processuale, per insussistenza del fatto. Ciò consentiva il ricorso per cassazione della parte offesa, fondato - per quanto qui di interesse - sulla violazione dell"art. 610 pocanzi citato. La sentenza della Suprema Corte conferma gli esiti cui era giunto il giudice di appello, con un percorso argomentativo che di seguito si riassume.

I Giudici di Legittimità rammentano l"insegnamento costante secondo cui la "violenza" sussumibile nell"art. 610 cit. consiste in un "mezzo idoneo a privare coattivamente l"offeso della libertà di determinazione e di azione", e può consistere anche nella c.d. "violenza impropria" generata dall"uso di "mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui impedendone la libera determinazione" (v. Sez. V, 18 novembre 2011, n. 603, in C.E.D. Cass., n. 246551). E" necessaria però una forza fisica o una forma di comunicazione che crei o prospetti una situazione coartante, senza che sia sufficiente la sola forma passiva di non cooperazione. Ragionando in senso opposto, si finirebbe per fornire all"art. 610 c.p. una lettura puramente finalistica, avvalorando il solo dato effettuale costituito dall"esito vincolante, a scapito della struttura lessicale della norma penale citata, che punisce specifiche modalità comportamentali evidentemente attive.



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