Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2016-01-03

BOVINO INCAPACE DI DEAMBULARE MALTRATTATO (FINO ALLA MORTE?) - Cass. pen. 42982/15 - Annalisa GASPARRE

- bovino diretto al macello

- maltrattamento aggravato perchè ne è seguita la morte

- contestata l'aggravante: occorre chiarire se anche in assenza del pietoso intervento del veterinario, la morte si sarebbe verificata

In primo grado l'imputato è stato assolto ma la Corte d'appello lo ha invece condannato per maltrattamento aggravato di animali "per avere, per crudeltà e, comunque, senza necessità, inflitto inutile sevizie e vessazioni ad un capo bovino che, pur essendo destinato al macello, avrebbe dovuto essere abbattuto immediatamente e, comunque, venire sedato per il trasporto in quanto incapace di deambulare e non - come invece fatto - agganciato per il muso con un puntale di ferro e quindi (dopo essere stato appeso in tal modo ai verricello) trascinato con una corda ed abbandonato sanguinante e sofferente fino all'intervento di un veterinario che ne aveva constatato tale condizione". Il quadro della vicenda è tipico dei c.d. bovini a terra, animali che non riescono a deambulare ma che vengono nondimeno portati al macello, anche in condizioni obiettivamente pietose. Un altro caso, finito in Cassazione, è quello descritto, su questa Rivista, (5.11.2015), "TUTTI GLI ANIMALI SONO DESTINATARI DI PROTEZIONE, ANCHE QUELLI DIRETTI AL MACELLO" - Cass. pen. 38789/15.

Per quel che qui interessa si contestava che la morte dell'animale non era stata conseguenza della condotta maltrattante dell'imputato bensì dell'iniezione praticata dal veterinario.

La censura coglie nel segno, nel senso di richiedere un nuovo esame sul punto alla Corte territoriale che, a giudizio della Cassazione, senza motivare, aveva ritenuto sussistere l'aggravante e l'aveva perciò bilanciata con le circostanze attenuanti generiche riconosciute all'imputato.

Evidenzia la Suprema Corte che la morte dell'animale è stata indotta dalla puntura praticata dal veterinario. Il sanitario, constatato il grave stato di sofferenza dell'animale, ha operato una sorta di "eutanasia". Questo dato di fatto, secondo il ricorrente, fa sì che non ricorra l'aggravante della morte, prevista dal co. 3 dell'art. 544 ter c.p. In verità, la questione non è stata affrontata dai giudici di merito che automaticamente hanno ritenuto integrata l'aggravante. Dagli atti non emerge neppure che, "in conseguenza delle inutili torture infintegli dall'imputato, la condizione dell'animale era tale che, anche senza il pietoso intervento del veterinario (che l'avrebbe solo anticipata), ne sarebbe sopraggiunta la morte", caso in cui correttamente potrebbe essere contestata l'aggravante. Si tratta, dunque, di una carenza di approfondimento e di motivazione della decisione che impone l'annullamento della sentenza impugnata.

Ferma restando la "dichiarazione di responsabilità dell'imputato per il reato ascrittogli, difetta, allo stato, una valida motivazione circa la ricorrenza dell'ipotesi aggravata ritenuta in sentenza e, comunque, la pena irrogata è illegale" perchè, anziché l'alternativa tra pena pecuniaria e pena detentiva, la Corte territoriale ha condannato l'imputato ad entrambe le pene.

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Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 14-07-2015) 26-10-2015, n. 42982 - Pres. Fiale - Rel. Mulliri

Svolgimento del processo

1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato - Con la sentenza impugnata, la Corte d'appello, in riforma della sentenza assolutoria pronunciata in primo grado, ha condannato l'imputato per violazione dell'art. 544 ter c.p. per avere, per crudeltà e, comunque, senza necessità, inflitto inutile sevizie e vessazioni ad un capo bovino che, pur essendo destinato al macello, avrebbe dovuto essere abbattuto immediatamente e, comunque, venire sedato per il trasporto in quanto incapace di deambulare e non - come invece fatto - agganciato per il muso con un puntale di ferro e quindi (dopo essere stato appeso in tal modo ai verricello) trascinato con una corda ed abbandonato sanguinante e sofferente fino all'intervento di un veterinario che ne aveva constatato tale condizione. Inizialmente all'imputato era stata contestata anche la violazione dell'art. 727 c.p. ma, per tale contravvenzione, la corte ha dichiarata la non procedibilità per sopraggiunta prescrizione.

2. Motivi del ricorso - Avverso tale decisione, l'imputato ha proposto ricorso, tramite difensore, deducendo:

1) violazione di legge processuale in quanto l'imputato "come risulta in atti" aveva "eletto domicilio", sin dal primo grado di giudizio, in (OMISSIS) ma, presso di esso, dopo il decreto di citazione per il giudizio di primo grado, nulla gli era stato notificato. Ed infatti, a seguito della relativa eccezione, la Corte d'appello aveva nuovamente notificato il decreto di citazione presso il "domicilio eletto" dell'avv. B.E. (v. fotocopia inserita nel ricorso). Inoltre, sebbene in data 23.1.14 l'imputato avesse effettuato una nuova "elezione" di domicilio in (OMISSIS) (v. f. 6 ricorso), la notifica è ugualmente avvenuta in (OMISSIS);

2) violazione di legge in punto di pena perchè la Corte ha irrogato sia la pena detentiva che quella pecuniaria sebbene l'art. 544 ter preveda le due pene in via alternativa;

3) vizio della motivazione in punto di riconoscimento dell'aggravante del 3 comma. Ed infatti, la morte dell'animale non è stata conseguenza della condotta dell'imputato ma della puntura praticatagli dal veterinario;

4) violazione di legge nel diniego della prevalenza delle attenuanti generiche sull'aggravante (peraltro insussistente come sostenuto nel motivo che precede) perchè non ne sarebbe stata data una valida motivazione.

Il ricorrente conclude invocando l'annullamento della sentenza impugnata.

In data 30.6.15, la Parte Civile ____ ha depositato una memoria nella quale ribatte ai motivi e conclude per l'inammissibilità e/o il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione

3. Motivi della decisione - Il ricorso è parzialmente fondato nei termini di seguito precisati.

3.1. Il primo motivo di ricorso è decisamente privo di pregio.

A prescindere da una certa genericità ed imprecisione della doglianza (che, ad esempio, muove dall'assunto che l'imputato aveva eletto domicilio in (OMISSIS) "come risulta in atti" - senza che però sia indicato in quale punto preciso del fascicolo ciò risulti - e che, inoltre, confonde ripetutamente la "dichiarazione" con la "eiezione" di domicilio) è, comunque, un dato di fatto che la consultazione dell'incarto processuale permette di constatare che, in data 3.4.08, l'imputato aveva "dichiarato" (e non eletto) domicilio presso la propria abitazione sita a (OMISSIS) e che solo in seguito (per la precisione quando venne interrogato dia CC. il 9.12.09), egli "elesse" domicilio presso il proprio difensore di fiducia in (OMISSIS).

Di conseguenza, il decreto di citazione era stato correttamente notificato presso tale ultimo indirizzo a mezzo fax (trattandosi di notifica presso difensore).

Quella effettuata successivamente il 23.1.14 (v. fotocopia incorporata nel ricorso), in prossimità dell'udienza di appello del 3.2.14 (pertanto, quando gli avvisi per tale udienza erano già partiti), è una dichiarazione (e non eiezione) di domicilio di cui, in ogni caso, la Corte ha tenuto conto visto che ha disposto la rinnovazione dell'avviso per la successiva udienza del 12.2.14.

Tale avviso è stato notificato a mani dell'imputato che, quindi, non ha nulla di cui dolersi a proposito della vocatio in jus.

3.2. E' invece fondato il secondo motivo visto che, palesemente, vi è stata, da parte della Corte, una errata applicazione della norma - art. 544 ter c.p. - che prevede le pene (detentiva e pecuniaria) in alternativa, e non congiunte (come, invece qui irrogate).

Il conseguente, doveroso, annullamento della sentenza per tale ragione va di pari passo con l'accoglimento del terzo motivo.

E', infatti, innegabile che la Corte, nella parte finale della propria decisione, quando afferma che le attenuanti generiche vanno valutate con giudizio di equivalenza rispetto all'aggravante di cui all'art. 544 ter, da sostanzialmente per scontata la ricorrenza di tale circostanza di cui, però, in precedenza, non aveva fornito giustificazione.

E' un dato di fatto obiettivo che la morte dell'animale sia stata indotta dalla puntura praticatagli dal veterinario che, nel constatare il grave stato di sofferenza dell'animale, ha operato una sorta di "eutanasia". Il ricorrente, pertanto, ritiene di poter effettuare delle puntualizzazioni e del distinguo rilevando che, in conseguenza di ciò, non ricorrerebbe l'aggravante qui ritenuta perchè la morte non è sopraggiunta in conseguenza della condotta ascritta dell'imputato.

La questione, come osservato, non è stata affrontata dai giudici di merito che hanno dato per pacifica l'aggravante. La qual cosa, a dispetto delle obiezioni difensive, ben potrebbe essere qualora dagli atti fosse emerso che, in conseguenza delle inutili torture infintegli dall'imputato, la condizione dell'animale era tale che, anche senza il pietoso intervento del veterinario (che l'avrebbe solo anticipata), ne sarebbe sopraggiunta la morte.

Il punto è, però, che siffatto accertamento (così come eventuali altri necessari a chiarire il punto) non può essere svolto in questa sede di legittimità essendo squisitamente di tipo fattuale. Anche a tal fine, perciò, si impone l'annullamento della sentenza impugnata.

3.3. Nella misura in cui dovesse essere fornita valida giustificazione di tale circostanza, la sentenza va confermata anche con riguardo al giudizio di bilanciamento posto che, a differenza di quanto sostenutosi dal ricorrente nel suo quarto motivo, la decisione di dichiarare l'equivalenza dell'aggravante con le attenuanti generiche non è priva di idonea motivazione avendo i giudici richiamato l'attenzione sul fatto che il M. risulta pregiudicato, quantomeno, per il delitto di lesioni colpose (posto che l'altro precedente riguarda reato poi depenalizzato) e che la rilevanza della "confessione" da lui resa va ridimensionata alla luce della documentazione acquisita.

Dal momento che il giudizio a proposito della equivalenza o prevalenza delle circostanze tra loro in bilanciamento è espressione tipica del potere discrezionale del giudice di merito, deve ricordarsi che essa diviene incensurabile in sede di legittimità purchè sostenuta da motivazione congrua, aderente ai dati processuali e non manifestamente illogica (sez. 4, 23.5.07, Montanino, Rv. 236992).

La qual cosa, per l'appunto, può tranquillamente affermarsi essere avvenuta nella specie.

Alla stregua di quanto precede, la sentenza impugnata deve, quindi, essere annullata perchè, ferma restando la dichiarazione di responsabilità dell'imputato per il reato ascrittogli, difetta, allo stato, una valida motivazione circa la ricorrenza dell'ipotesi aggravata ritenuta in sentenza e, comunque, la pena irrogata è illegale.

Gli atti vanno, pertanto restituiti ad altra sezione della Corte d'appello di Milano per nuovo giudizio che tenga conto dei rilievi fin qui formulati con riferimento alla sussistenza dell'aggravante ed alla determinazione della pena.

Il ricorso va, invece, respinto nel resto ed il M. deve essere condannato alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile ____ che si liquidano in Euro 3000 Euro, oltre spese generali ed accessori di legge.

P.Q.M.

Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p.;

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla sussistenza della contestata ipotesi aggravata ed alla determinazione della pena e rinvia su tali punti ad altra sezione della Corte d'appello di Milano. Rigetta il ricorso nel resto e condanna il M. alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile _____ che liquida in Euro 3000 Euro, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 14 luglio 2015.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2015



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