Legislazione e Giurisprudenza, Obbligazioni, contratti -  Redazione P&D - 2017-05-10

BUONI POSTALI: i rimborsi contestati e le ultime novità giurisprudenziali - Chiara Parzianello

BUONI POSTALI: i rimborsi contestati e le ultime novità giurisprudenziali

E' oramai nota l'ampia contestazione che da oltre una decina d'anni coinvolge i possessori di Buoni Fruttiferi Postali (per brevità BFP) che, recatisi agli sportelli delle filiali onde ottenere il rimborso della somma investita e dei promessi interessi, si sono visti liquidare importi nettamente inferiori alle aspettative fondate, com'è evidente, su quanto riportato a tergo dei documenti medesimi. E' altrettanto noto, peraltro, come la giurisprudenza stia sempre di più sostenendo le ragioni dei risparmiatori coinvolti nella vicenda suddetta, ed un tanto semplicemente applicando i principi basilari del diritto, quali la buona fede nelle trattative, nella formazione e nell'esecuzione del contratto, la rilevanza dell'accordo tra le parti e del contenuto scritto del patto, nonché la tutela del contraente debole.

Le modalità di rilascio e rimborso dei Buoni Fruttiferi Postali erano disciplinate dal c.d. Codice Postale, D.P.R. 156/ 1973 il quale, agli artt. 171 e ss.  prevedeva espressamente che al titolare di detti documenti di risparmio fossero restituiti, a vista ed in qualsiasi momento, il capitale investito maggiorato degli interessi maturati e liquidabili in base alle caratteristiche stesse del Buono, come indicate nella tabella stampata sul retro del documento. Ai sensi dell'art. 173 del medesimo Codice, tuttavia, lo Stato si riservava, sin dall'emanazione della normativa, la facoltà di rivedere i saggi di interesse de quibus a mezzo di decreti del Ministero del Tesoro di concerto con l'allora Ministro delle Poste e Telecomunicazioni, con espressa possibilità dunque di determinare variazioni, in aumento o (con più probabilità) in diminuzione, in grado di incidere anche sulla liquidazione dei BFP già emessi. Questi ultimi, infatti, avrebbero dovuto essere considerati come convertiti di diritto in titoli della nuova serie ed il computo dei relativi interessi avrebbe dovuto essere effettuato sul montante maturato alla data di entrata in vigore dei decreti suddetti. In buona sostanza, la normativa specifica consentiva alle Poste di emettere (e consegnare ai risparmiatori) Buoni Fruttiferi le cui condizioni di calcolo e liquidazione degli interessi, indicate sul retro del titolo, ben avrebbero potuto essere oggetto di futura ed unilaterale modifica in seguito alla pubblicazione di decreti ministeriali ad hoc. Unico "onere", a carico del soggetto emittente, la mera divulgazione, presso gli Uffici Postali, della sopravvenienza di eventuale normativa  idonea ad incidere sulla misura della futura liquidazione del BFT.

I problemi, com'è evidente, sono sorti quando il citato art. 173 è stato effettivamente applicato, prevedendo una singolare modifica in peius delle condizioni di rimborso degli interessi: il 13 giugno 1986, il Ministero emanava il decreto n. 148 (Legge Gava- Goria), pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28.06.1986, che stabiliva un drastico taglio dei saggi di interesse dei BFP, anche in via retroattiva, ossia non solo per i Buoni di nuova emissione, ma coinvolgendo anche i documenti già emessi e stampigliati con la "vecchia tabella", recante un saggio d'interesse più favorevole: tali documenti, invero, erano già stati distribuiti presso gli Uffici Postali, in attesa di essere sottoscritti dai risparmiatori. La stortura, in tale previsione normativa, era evidente: i risparmiatori che, nelle settimane successive al 28.06.1986 si fossero recati in Posta per investire i propri risparmi in BFP avrebbero ottenuto un documento  recante precise informazioni e condizioni di rimborso tuttavia già superate per effetto dell'intervenuta emanazione del decreto n. 148; di tali sopravvenute condizioni peggiorative, peraltro, non avrebbero potuto sapere se non per il tramite dei funzionari degli Uffici o, al più, leggendo una copia della Gazzetta Ufficiale!

Ed è quanto effettivamente accaduto: le Poste, all'epoca, non solo non provvedevano ad informare dettagliatamente i nuovi sottoscrittori dei BFP dell'intervenuta modifica dei tassi d'interesse (forse si sono limitate ad affiggere all'interno dei propri locali una comunicazione recante le nuove tabelle) ma, addirittura, all'atto della consegna dei Buoni ai risparmiatori, continuavano a rilasciare  Buoni Fruttiferi cartacei "vecchi", recanti sul retro una tabella con tassi d'interesse maggiori rispetto a quelli all'epoca già in vigore ex decreto ministeriale n. 148.

Vale a dire: mentre il tenore contrattuale del documento (Buono Postale) recava talune condizioni di liquidazione dell'investimento, la normativa di settore ne prevedeva contemporaneamente altre, di minor vantaggio per il risparmiatore, il quale poi veniva a "scoprire" la verità solamente al momento dell'incasso del Buono, dunque anche a distanza di vent'anni, vedendosi riconosciuta una somma nettamente inferiore rispetto a quella calcolata sulla base della predetta tabella.

Solo in alcuni casi, peraltro, le Poste hanno "comunicato" l'intervenuta modifica peggiorativa dei tassi d'interesse apponendo un timbro sopra la tabella del BFP consegnato al risparmiatore.

Le Poste hanno inizialmente giustificato la minor liquidazione proprio in forza dell'intervento del citato decreto ministeriale n. 148 ma, nel 2007, la Corte di Cassazione civile, con  sentenza n. 13979 del 15.06.2007, ha dato ragione ai risparmiatori stabilendo che questi avessero diritto ad ottenere il rimborso del capitale e degli interessi maturati calcolati in base alle condizioni espressamente riportate sul Buono stesso e non in base a quelle, più sfavorevoli, stabilite con il noto decreto ministeriale.

Un tanto perchè, ritiene la Corte, integra un comportamento censurabile quello degli Uffici Postali che, dopo aver emesso e consegnato Buoni che promettevano (da tabella apposta sul titolo) saggi di interesse più favorevoli rispetto a quelli già in vigore, offrivano liquidazioni diverse e più basse: in questi casi, invero, il vincolo contrattuale si era formato sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni di volta in volta sottoscritti, ossia sugli interessi più favorevoli, anche perchè il risparmiatore in buona fede aveva valutato il proprio investimento sulla base delle condizioni riportate sul Buono medesimo e non poteva certo immaginare che queste fossero, ab origine, già diverse e meno favorevoli. In breve: pacta sunt servanda.

Diversa soluzione, sino ad oggi, per i BFP emessi prima del 28.06.1986, o anche per quelli emessi in tempo successivo con vecchia tabella ma recanti, a tergo, il suddetto timbro o sigla: in questi casi, sarebbe legittima l'applicazione della modifica disposta dal decreto ministeriale n. 148 del 1986 in quanto, per un verso, lo Stato s'era espressamente riservato tale facoltà di revisione retroattiva dei tassi d'interesse e, per l'altro, si riteneva che le Poste avessero in qualche modo "informato" il sottoscrittore del Buoni dell'intervenuta modifica proprio in forza dell'apposizione del timbro o della sigla sopra la tabella in precedenza stampigliata sul documento.

Del tutto innovativa, anche se purtroppo poco argomentata, la soluzione adottata dal Tribunale di Catania il 16.11.2016 che, con ordinanza n. 6430 del 2016 resa a seguito di ricorso ex art. 702 bis c.p.c., ha diversamente deciso il caso ora esposto: "non è possibile ritenere che la mera apposizione di un timbro che ne modifichi la serie e che si sovrapponga alla tabella del calcolo degli interessi possa superare il contenuto proprio del titolo per come emesso: sarebbe stato onere della emittente rilasciare titoli già perfetti nella loro interezza e non ingeneranti dubbi". Un semplice timbro, per quanto ben visibile, non sarebbe sufficiente, per il Giudice siciliano, per ritenere che il risparmiatore sia stato reso edotto del fatto che, già al momento dell'emissione del titolo, le condizioni di rimborso erano diverse e peggiori rispetto a quelle prospettate dal documento originario.

Una decisione che riaprirebbe le porte ad innumerevoli casi sino ad oggi ritenuti "non meritevoli" di ragione; unico neo, lo si ribadisce, la veloce motivazione che, pur totalmente condivisibile, si presterà probabilmente à a facili critiche e motivi d'impugnazione della pronuncia da parte di Poste.



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