Articoli, saggi, Opinioni, ricerche -  Rossi Stefano - 2015-02-07

CALDEROLI, LA KYENGE E IL SENSO DELLE PAROLE - Stefano ROSSI

La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari ha votato a larga maggioranza contro la richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo di procedere per istigazione razziale (artt. 595, terzo comma, del codice penale e 3 della legge 25 giugno 1993, n. 205) nei confronti del senatore leghista Roberto Calderoli che aveva definito "orango" l"ex ministro Cécile Kyenge.

Calderoli, nel corso di un comizio nella bergamasca, aveva affermato quanto segue: "rispetto al ministro Kyenge, veramente voglio dirvi, sarebbe un ottimo ministro, forse lo è, ma dovrebbe esserlo in Congo, non in Italia, perché in Congo c"è bisogno di un ministro per le pari opportunità e per l"integrazione, c"è bisogno là, perché se che è vero che vedono passare un bianco là gli sparano, allora perché non va là ? che mi rallegro un pochino l"anima perché rispetto a quello che vivo io ogni volta, ogni tanto oggi, smanettando con internet, apro il Governo italiano e…vedo venire fuori la Kyenge, io resto secco, io sono anche un"amante degli animali per l"amor del cielo, ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie e tutto il resto, poi i lupi anche c"ho avuto, però quando vedo uscire delle…non dico… delle sembianze di orango, io resto ancora sconvolto …"

Evitiamo qualsivoglia commento sull"eloquio sconnesso e la rozzezza del turpiloquio del senatore (che la Procura ha coperto con degli "omissis"), ma appare evidente il contenuto, non certo sottinteso, dichiaratamente razzista delle parole pronunciate da quello che è uno dei vice-presidenti del Senato della Repubblica.

Rammentiamo che, dopo queste parole, tutti i partiti, l"allora Presidente del Consiglio Letta, oltre chiaramente al Presidente Napolitano si stracciarono le vesti condannando con vigore le affermazioni del senatore, al quale nessuno però chiese (come avviene negli altri paesi civili, come negli Usa o in Germania) di dimettersi.

Nella seduta del 4 febbraio scorso i rappresentanti nella Giunta del Pd, Forza Italia, Ncd e Autonomie hanno dichiarato che le affermazioni di Calderoli sono insindacabili, in quanto espresse nell"esercizio della funzione parlamentale.

Compito istituzionale della Giunta è quello di valutare la sussistenza o meno del cosiddetto «nesso funzionale», al fine di verificare se le dichiarazioni rese extra moenia dal senatore Calderoli possano o meno assumere una funzione «divulgativa» rispetto ad attività parlamentari espletate dallo stesso.

Appaiono pertanto perlomeno ridicole le affermazioni del capogruppo del Pd Giuseppe Cucca (di professione avvocato), il quale, forse digiuno delle nozioni minime di diritto parlamentare, ha avuto modo di dichiarare – all"indomani del controverso voto della Giunta – che, essendo la Giunta organo giurisdizionale (!?!), era suo compito valutare la sussistenza del reato contestato, per cui se "la condanna politica resta, però non ci sono le basi per l"istigazione razziale. E il magistrato non può procedere per diffamazione perché non c"è stata la querela da parte del ministro".

Tuttavia, il relatore in Giunta, sen. Crimi, già nella seduta del 14 gennaio 2015, aveva sostenuto l"assenza del nesso funzionale tra dichiarazioni e funzione, proponendo quindi di espletare in tempi celeri gli adempimenti procedurali di cui all"art. 135, 5° co., del Regolamento (ossia la fissazione di un breve termine, per l"eventuale presentazione da parte del senatore Calderoli di memorie scritte).

Sembra utile riportare in rassegna le illuminate opinioni di alcuni membri della Giunta per comprendere il livello a cui è giunta la nostra classe politica.

Così il senatore Giovanardi (che protetto dall"immunità definiva naziste le coppie che ricorrono alla diagnosi pre-impianto) sottolineava come le opinioni espresse nel caso di specie da Calderoli dovessero essere inquadrate in un contesto meramente politico, avulso da qualsivoglia profilo di tipo giudiziario. Nella storia politica italiana sono ravvisabili numerosi casi nei quali sono state espresse critiche, anche attraverso locuzioni aspre, rispetto ad avversari politici e ciò non ha mai determinato alcun risvolto sul piano processuale penale. Rilevava poi che la Lega ha nel proprio ambito sindaci e amministratori locali di colore e conseguentemente l"accusa di razzismo nel caso di specie è del tutto priva di fondamento.

Il senatore Malan (che sosteneva che Ruby fosse la nipote di Mubarak) la buttava sulle attitudini da cabarettista di Calderoli, il quale, nell"ambito di un comizio politico, aveva semplicemente svolto delle critiche rispetto agli indirizzi politici per le immigrazioni seguiti dal ministro Kyenge, effettuando altresì talune battute a scopo satirico. Nel caso di specie, sosteneva il senatore, non vi era stata nessuna offesa personale, visto che l"interessata non aveva presentato querela. La scelta del magistrato di ravvisare una fattispecie di istigazione all"odio razziale risultava quindi del tutto infondata, frutto di un pregiudizio culturale, atteso che se un cittadino di nazionalità europea fosse stato paragonato ad una scimmia nessuno avrebbe ravvisato un reato di tale tipo. Il magistrato non aveva poi tenuto conto che un politico ha diritto di fare battute umoristiche, atteso che queste rientrano nel diritto di manifestazione del proprio pensiero di cui all"articolo 21 della Costituzione.

Devo ammettere che, da elettore del Pd, provo imbarazzo per le considerazioni espresse dai due membri del partito in Giunta: così tale Moscardelli sottolineava che le accuse relative alle incitazioni all"odio razziale risultassero infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione erano state pronunciate e attesa anche la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano anche diverse persone di colore (ribadendo quindi il clichè: "io non sono razzista, tra i miei amici ci sono anche dei neri"). Non da meno, il senatore Cucca che rilevava come le parole pronunciate da Calderoli fossero da valutarsi nell"ambito di un particolare contesto di critica politica, evidenziando altresì che spesso nella satira si paragonano persone ad animali (!!!), senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose.

A riportare il discorso nell"alveo della Costituzione e delle funzioni affidate alla Giunta dal diritto parlamentare, era il senatore Buccarella (dei 5 Stelle) che, sul piano metodologico, si peritava di rammentare agli smemorati colleghi che la Giunta è chiamata a riscontrare esclusivamente la sussistenza o meno del nesso funzionale, non potendo la stessa operare valutazioni su altri aspetti, rispetto ai quali l"unico organo competente non può che essere l"autorità giudiziaria. Nel caso di specie, non era ravvisabile alcuna correlazione tra le dichiarazioni rese extra moenia da Calderoli e l"attività politico-parlamentare svolta dallo stesso.

A conferma di questa impostazione si potrebbe richiamare un passaggio della sentenza n. 1150 del 1988 secondo cui: «La prerogativa del comma 1 (c.d. insindacabilità) attribuisce alla Camera di appartenenza il potere di valutare la condotta addebitata a un proprio membro, con l"effetto, qualora sia qualificata come esercizio delle funzioni parlamentari, di inibire in ordine ad essa una difforme pronuncia giudiziale di responsabilità»

Se, al contrario, la dichiarazione di insindacabilità fosse intesa come una specie di ricognizione strettamente ancorata alla fattispecie di fatto, si realizzerebbe una sovrapposizione tra il giudizio in sede giurisdizionale e quello in sede parlamentare, di modo che non si spiegherebbe perché attribuire al Parlamento una decisione simile, e non affidarla direttamente al giudice, come per qualsiasi altra causa di giustificazione o scriminante (ad esempio, l"esercizio del diritto).

Tenuto conto peraltro che la deliberazione parlamentare sarebbe comunque una tipica decisione di maggioranza potenzialmente attenta alle posizioni di una parte contro quelle di un"altra, soggetta quindi alle contrapposizioni partitiche, solo il rigido ancoraggio al nesso funzionale potrebbe consentire di attenuare la lesione che la sottrazione alla giurisdizione ordinaria della competenza a conoscere degli eventuali reati (a seguito di delibera di insindacabilità) provoca al principio di eguaglianza ed alla tutela dei diritti.

Anche la Corte di Strasburgo si è infatti espressa più volte con riferimento all"ordinamento italiano in merito al rapporto tra insindacabilità e diritti fondamentali, dando un"interpretazione restrittiva all"ammissibilità di deroghe al diritto di accesso al giudice e richiedendo la sussistenza di un "ragionevole rapporto di proporzionalità" tra il fine perseguito con l"applicazione della prerogativa ed il sacrificio imposto alla tutela dei diritti fondamentali dei terzi.

Intervenendo in Giunta, in sede di replica, il relatore Crimi ribadiva infine la necessità di tenere distinti l"ambito processuale, nel quale Calderoli potrà svolgere tutte le proprie attività difensive e nel quale starà all"autorità giudiziaria valutare tutti gli elementi attinenti alla vicenda e l"ambito delle valutazioni della Giunta, circoscritte al mero riscontro della sussistenza o meno del cosiddetto nesso funzionale. In tale ottica, l"esame svolto dalla Giunta non poteva assumere un improprio ruolo di secondo grado di giudizio, dovendo necessariamente essere circoscritto alla valutazione della circostanza se le dichiarazioni rese extra moenia rese fossero o meno correlate funzionalmente con l"attività parlamentare svolta dal senatore Calderoli. In tale ottica prospettica tale nesso funzionale non era in alcun modo ravvisabile, risultando le dichiarazioni di Calderoli sindacabili, non rientrando le opinioni in questione nell"ambito della fattispecie tutelata dalle prerogative di cui all"articolo 68, 1° co., Cost.

Probabilmente, anche alla luce delle polemiche di queste giornate, la delibera della Giunta verrà ribaltata dal voto dell"Aula, ma, in ogni caso, sarebbe sicuramente stata travolta – in sede di conflitto di attribuzione – da una pronuncia della Corte costituzionale.

Si rammenta che, con la modifica dell"art. 68 Cost. a seguito l. cost. n. 3/1993 e la conseguente abolizione dell"istituto dell'autorizzazione a procedere, nell"ordinamento italiano non è più necessario il consenso della Camera di appartenenza per sottoporre un parlamentare a giudizio. Di conseguenza, il giudice – come delineato nella sentenza n. 1150 del 1988 della Corte costituzionale e, sotto questo profilo, cristallizzato nell"art. 3 della legge n. 140 del 2003 – può procedere contro il parlamentare, salvo arrestarsi nel caso in cui la Camera deliberi che l"attività del parlamentare sia coperta da insindacabilità ex art. 68, 1° co., Cost. In questo caso, all"autorità giudiziaria non rimane altro che sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti del Parlamento, per invasione o usurpazione della propria sfera di attribuzioni, di fronte alla Corte costituzionale.

Va detto che, soprattutto negli ultimi tre decenni, l"insindacabilità parlamentare, da strumento posto a tutela dell"indipendenza del parlamentare nei confronti degli altri poteri (esecutivo e giudiziario), è stata invocata per coprire qualunque tipo di dichiarazione o di comportamento, anche in situazioni che esulavano oggettivamente dall"esercizio delle funzioni parlamentari.

Sullo sfondo di tale situazione sta il cambiamento intervenuto nel costume politico, atteso che la personalizzazione del confronto politico è stata, al tempo stesso, prodotto e causa di un"affannosa ricerca di visibilità tutta condotta sul piano della comunicazione.

Per ovviare a questa distorsione, la Corte costituzionale, a partire dal 1998, ha svolto un controllo più rigoroso sulle deliberazioni parlamentari ex art. 68, 1° co., Cost., arrivando a richiedere l"esistenza di un «nesso funzionale» tra le dichiarazioni o i comportamenti per cui il deputato è chiamato a rispondere davanti all"autorità giudiziaria e l"esercizio della funzione parlamentare. Del pari, quanto alle dichiarazioni rese o ai comportamenti tenuti al di fuori delle aule parlamentari (c.d. extra moenia) – come nel caso, ad esempio, di un comizio o di un dibattito televisivo – la giurisprudenza costituzionale ha ritenuto tali dichiarazioni o comportamenti «coperti» dall"insindacabilità parlamentare solo se riconducibili a una dichiarazione resa o a un comportamento tenuto all"interno dell"Aula.

Nella valutazione della Corte costituzionale riguardo il giudizio di sindacabilità, al criterio della c.d. verifica esterna, secondo cui la delibera della Camera di appartenenza – che dichiarasse l"insindacabilità – poteva essere, a sua volta, sindacata nei soli limiti della manifesta arbitrarietà, si è succeduto il criterio della c.d. divulgazione per cui gli atti tipici dell"attività parlamentare sono insindacabili mentre quelli posti in essere extra moenia lo sono soltanto se i loro contenuti siano sostanzialmente corrispondenti a quanto sostenuto – dallo stesso parlamentare – intra moenia.

In questi termini si è tentato di individuare i limiti negativi all"esercizio della prerogativa dell"insindacabilità, indicando essenzialmente tre criteri attraverso i quali definire tali limiti: il riferimento alle regole di continenza formale previste per gli interventi nelle sedi parlamentari, la prevalenza o meno nelle opinioni dell"elemento personale o d"interesse, l"esclusione dall"ambito della prerogativa dei meri comportamenti materiali.

Così si è ritenuto che l"esercizio delle funzioni parlamentari non possa assumere extra moenia forme più licenziose di quante ne assuma intra moenia: il confine tra l"ambito delle opinioni sindacabili e quelle non sindacabili viene individuato non sulla base del contenuto del pensiero ma sul "modo in cui questo viene espresso" (S. Tosi, A. Mannino, Diritto parlamentare, Milano, 1999, 81).

In particolare, nella sentenza n. 249 del 2006, la Corte ha rammentato che i regolamenti parlamentari negano ingresso nei lavori delle Camere agli scritti o alle espressioni «sconvenienti», quindi le stesse espressioni, a maggior ragione, non potranno essere ritenute esercizio della funzione parlamentare quando usate al di fuori delle Aule parlamentari.

Altro potrebbe essere detto, tuttavia anche questa triste vicenda ci ricorda il progressivo svuotamento, se non la manipolazione (come ha scritto Carofiglio) del senso delle parole. Ciò accade perchè le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Lungo questa china si è giunti a considerare espressione della libertà di pensiero o il frutto dell"esuberanza di un gaffeur di provincia, paragonare una donna di colore ad un animale.

Se, come scriveva Karl Krauss, "la parola [è] madre del pensiero", abbiamo la necessità di imporci l"obbligo morale di una nuova etica del linguaggio, che sappia farsi corpo di un pensiero, senza diventare l"inane involucro di un"opinione dettata dall"opportunità sociale.



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