Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-10-23

CANE ANNEGATO IN UNA CISTERNA D'ACQUA: CONDOTTA IDONEA ALL'AVVELENAMENTO DELLE ACQUE - Cass. pen. 8601/15 - Annalisa GASPARRE

- rapina aggravata, lesioni personali, uccisione di animali e tentato avvelenamento di acque

- condanna

- abbandonare una carcassa in una cisterna d'acqua è condotta idonea a causare patologie

Quanto al reato di avvelenamento di acque destinate all'alimentazione, la Suprema Corte precisa che è corretto quanto affermato dal giudice di merito e cioè che "è un dato di fatto di oggettività medico-legale" che una bestia annegata in una cisterna d'acqua è idonea con certezza a causare gravi patologie; mentre, per quanto riguarda la consapevolezza e volontà "dirette e non certo eventuali" dell'imputato di avvelenare acque destinate all'alimentazione umana, essa emerge in modo evidente da una conversazione intercettata nella quale l'imputato "si vantava con la propria perplessa genitrice che, se non fosse stato tempestivo il rinvenimento del povero cane morto e la conseguente rimozione della sua carcassa, sarebbero morte delle persone e comunque avrebbero preso molte malattie".

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Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 30-01-2015) 26-02-2015, n. 8601 - Pres. Esposito, Rel. Fiandanese

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Firenze, con sentenza in data 27 maggio 2014, confermava la condanna pronunciata il 10 luglio 2013 dal G.U.P. del Tribunale di Trapani nei confronti di C.G. e M. S., il primo condannato alla pena di anni sei di reclusione ed Euro 1.000 di multa in ordine a due delitti di rapina aggravata e connessi reati di lesioni personali e in materia di armi, nonchè alla pena di anni quattro e mesi quattro di reclusione in ordine ai reati danneggiamento seguito da incendio, uccisione di animali e di tentato avvelenamento di acque; il secondo condannato alla pena di anni sei di reclusione ed euro 1.000 di multa in ordine a due delitti di rapina aggravata e connessi reati di lesioni personali e in materia di armi. Propongono ricorso per cassazione i difensori degli imputati.

Il difensore di C.G. deduce i seguenti motivi:

1) violazione dell'art. 192 c.p.p., in quanto "la Corte Territoriale avrebbe dovuto assolvere l'odierno ricorrente dal reato ascrittogli per non averlo commesso", in considerazione della "estrema fragilità degli elementi posti a fondamento del costrutto accusatorio".

2) erronea applicazione dell'art. 439 c.p.p., con riferimento al capo I) della rubrica (tentato avvelenamento di acque), in considerazione della inidoneità degli atti a determinare l'avvelenamento delle acque destinate all'alimentazione ed anche per la mancanza dell'elemento psicologico, che nel caso di specie sarebbe stato rappresentato dal dolo eventuale, del quale è esclusa la compatibilità con il delitto tentato.

3) erronea applicazione dell'art. 62 bis c.p., in quanto le attenuanti generiche avrebbero dovuto essere concesse con prevalenza sulle circostanze aggravanti contestate in considerazione della sostanziale incensuratezza dell'imputato.

Il difensore di M.S. deduce omessa motivazione in ordine alla scelta della pena, travisamento del fatto in ordine agli elementi costitutivi la personalità dell'indagato per avere fatto riferimento ad un procedimento non ancora definitivo e ad un episodio criminoso contestato ad un altro soggetto, omessa valutazione della condotta risarcitoria del danno.

Motivi della decisione

I motivi di entrambi i ricorsi sono manifestamente infondati ovvero generici e devono essere dichiarati inammissibili.

Il motivo di ricorso con il quale C.G. deduce la violazione dell'art. 192 c.p.p. è privo dei requisiti prescritti dall'art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), in quanto, a fronte di una motivazione della sentenza impugnata ampia e logicamente corretta, non indica gli elementi che sono alla base della censura formulata, non consentendo al giudice dell'impugnazione di individuare i rilievi mossi ed esercitare il proprio sindacato.

Il motivo di ricorso relativa al contestato reato di cui all'art. 439 c.p. è manifestamente infondato, in quanto, per quanto concerne la idoneità degli atti a determinare l'avvelenamento delle acque destinate all'alimentazione, la sentenza impugnata ha osservato, con ampia e puntuale motivazione, che "è un dato di fatto di oggettività medico-legale" che una bestia annegata in una cisterna d'acqua è idonea con certezza a causare gravi patologie; mentre, per quanto riguarda la consapevolezza e volontà "dirette e non certo eventuali" dell'imputato di avvelenare acque destinate all'alimentazione umana, essa emerge in modo evidente da una conversazione intercettata nella quale il C. "si vantava con la propria perplessa genitrice che, se non fosse stato tempestivo il rinvenimento del povero cane morto e la conseguente rimozione della sua carcassa, sarebbero morte delle persone e comunque avrebbero preso molte malattie".

Manifestamente infondato è anche il motivo di ricorso concernente il diniego del giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche, avendo il giudice di merito fatto riferimento agli "allarmanti e reiterati precedenti penali" dell'imputato.

I motivi di ricorso di M.S. relativi al trattamento sanzionatorio sono tutti manifestamente infondati, a fronte delle argomentazioni ampie e corrette dal punto di vista logico e giuridico esposte dalla sentenza impugnata, che, in conformità a quanto previsto dall'art. 133 c.p., comma 2, n. 2, fa riferimento non solo agli "allarmanti precedenti penali specifici", ma anche a quelli "giudiziari" dell'imputato "coinvolto in prima persona in altri gravissimi reati". In particolare, per quanto concerne il diniego dell'attenuante di cui all'art. 62 c.p., n. 6, la sentenza impugnata rileva che vi è in atti effettivamente una dichiarazione sottoscritta da una persona offesa dai reati di cui ai capi D) e N) di avere ricevuto dai familiari del M. 850 Euro, ma ritiene, con valutazione non sindacabile in questa sede di legittimità, perchè corretta dal punto di vista logico e giuridico, che trattasi di somma certamente non adeguata e che, comunque, in caso di reati di rapina, tutte le persone offese o i soggetti comunque danneggiati dal reato devono essere risarciti, ciò che non è avvenuto nel caso di specie. Del tutto generico e privo di specifiche allegazioni è il dedotto travisamento del fatto, che, in ogni caso, non inciderebbe in maniera decisiva sulla complessiva tenuta dell'apparato giustificativo della decisione del giudice di merito.

Alla inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonchè, ai sensi dell'art. 616, valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dai ricorsi, al versamento ciascuno della somma, che si ritiene equa, di Euro 1000,00 a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di Euro 1000,00 alla cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2015.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2015



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