Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2014-09-03

CANE COLPEVOLE DI LESIONI PERSONALI. A PAGARE SONO I PROPRIETARI - Cass. pen. 36461/2014 - A.G.

Non c'è scampo: se il cane azzanna una persona, gli umani che rivestono la posizione di garanzia pagano, e pagano salato visto che sono perseguiti e condannati penalmente. Le norme di riferimento, vale a dire le incriminazioni, sono quasi sempre quelle delle lesioni personali (art. 590 c.p.) e dell'omessa custodia (art. 672 c.p.). Così anche nel caso di specie.

Quale valore possa avere una punizione penale continuo a chiedermelo. Non nego di averlo usato in qualche circostanza - anche se controvoglia - quale "rinforzo" alla richiesta risarcitoria per i danni provocati da siffatte condotte integranti lesioni personali colpose. Forse basterebbe rendere obbligatoria l'assicurazione per la responsabilità civile e non vi sarebbero inutili e costosi procedimenti penali con tutte le conseguenze, davvero poco edificanti, per chi è riconosciuto responsabile per una condotta del tutto indiretta e che non è parificabile a quella di mera omissione ("non aver impedito") che scaturisce da un pieno "potere" sulla cosa o dalla vigilanza su una persona (minore o subordinato, ecc.). Fino a che punto si può vigilare su un animale domestico?

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 19 giugno – 1 settembre 2014, n. 36461

Presidente Zecca – Relatore Grasso

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Arezzo, con sentenza dell'8/2/2012, confermò la sentenza emessa dal Giudice di pace di Arezzo l'8/7/2009, con la quale C. R. e M.C., giudicati colpevoli del delitto di cui agli artt. 110 e 590, cod. pen., per non avere impedito al loro cane, idoneamente custodendolo, in violazione dell'art. 672, cod. pen., di azzannare B.L., procurandole lesioni, alla pena stimata di giustizia.

2. Entrambi gli imputati propongono ricorso per cassazione avverso la decisione d'appello prospettando duplice censura.

2.1. Con il primo motivo i ricorrenti assumono essere stata violata la legge in ordine alla valutazione probatoria, non essendo stata raggiunta la prova della pericolosità dell'animale da compagnia, sussistendo, anzi, in atti la prova contraria, poiché la bestia, in occasione dei sopralluoghi effettuati dalla polizia municipale, si era mostrata mansueta e docile.

2.2. Con il successivo motivo viene denunziato vizio motivazionale: il giudice d'appello aveva affermato la corresponsabilità di entrambi gli imputati, senza, tuttavia, rendersi conto che se il C., per ragioni fisiche, non era in grado di custodire adeguatamente il cane, non avrebbe potuto impedire l'evento; mente, al contrario, ove fosse stato capace, la M. non poteva essere giudicata responsabile.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è inammissibile a cagione della sua manifesta infondatezza.

Sulla base delle incontroverse acquisizioni processuali non è dubbio che l'animale, peraltro di grossa taglia e idoneo all'offesa (pastore maremmano), non solo, scorazzando libero, più volte aveva allarmato il vicinato, ma, quel che risulta decisivo, azzannò, in una occasione, la p.o., procurandole multiple ferite lacero alla mano destra. La circostanza, pertanto, che in occasione di talune visite effettuate dalla polizia locale lo stesso si fosse mostrato non aggressivo non assume alcun significato dirimente. Corrisponde, infatti, a norma cautelare ovvia che un animale di tal fatta, il quale, per qualsivoglia ragione, può dar luogo a pericolose aggressioni, venga adeguatamente custodito o, comunque, reso inoffensivo mediate museruola.

Anche a non voler tener conto della natura meramente ipotetica del secondo motivo, l'argomento è in ogni caso inconcludente: entrambi gli imputati, infatti, erano, in fatto, investiti da posizione di garanzia, in quanto avevano in potere l'animale. Né, l'ipotesi che il C. non fosse in condizione, per ragioni di salute, di prendersi diretta cura del cane, lo solleva da responsabilità, in quanto, perciò stesso, non sarebbe venuto meno l'obbligo di ben scegliere le persone alle quali affidare le cure dell'animale, vigilando che l'operato fosse adeguato a tutelare l'integrità fisica dei terzi (e, nella specie, la reiterazione delle scorribande del cane rendeva evidente l'inadeguatezza dell'operato).

4. La genetica inidoneità del ricorso, a causa della sua inammissibilità, ad impedire il passaggio in giudicato della sentenza gravata non consente di prendere in considerazione il computo prescrizionale maturato dopo la statuizione del Tribunale aretino (fra le tante, S.U. 11/7/2001, n. 33542; S.U. 22/4/2005, n. 23428; Sez. 1, 4/6/2008, n. 24688; Sez. III, 8/10/2009, n. 42839; Sez. VI, 4/7/2011, n. 32872).

5. L'epilogo impone condanna al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria in favore della cassa delle ammende, nella misura stimata congrua, di cui in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di €. 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.



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