Legislazione e Giurisprudenza, Ordinamento penitenziario -  Gasparre Annalisa - 2013-11-03

CARCERE E CONDIZIONI INUMANE – Cass. pen. 42901/2013 – Annalisa GASPARRE

Le carceri e le condizioni di detenzione dei ristretti sono argomento frequentemente denunciato, ragione di numerose condanne per lo Stato italiano da parte della CEDU, ma – oserei – rese note all'opinione pubblica grazie alle testimonianze di personaggi famosi nel mondo televisivo che ne sono venuti a contatto... in qualità di detenuti. Il che è senz'altro un bene (così almeno ritengo) per scalfire quella convinzione diffusa che 'in carcere stanno meglio che fuori', quando invece... in carcere spesso si paga, oltre quanto si dovrebbe con la mera privazione della libertà, unico 'costo' ammesso dall'ordinamento.

Con la pronuncia in commento la Corte Suprema di Cassazione si è espressa in ordine alle lamentele di un detenuto che si doleva davanti al Magistrato di sorveglianza rispetto alle condizioni inumane di detenzione patite e ne chiedeva un risarcimento. In particolare, denunciava la violazione della normativa interna e comunitaria e l'insufficienza di strutture per la socialità.

Rispetto alle segnalate condizioni lesive dei diritti, la Cassazione ha riconosciuto che il Magistrato di sorveglianza ha il compito di disporre la rimozione delle condizioni che determinano la violazione dei diritti del detenuto (art. 69 ord. pen.), tuttavia, in punto risarcimento, i giudici di legittimità hanno affermato che il Magistrato di sorveglianza "non ha competenza per liquidare somme a favore del detenuto, in relazione a lamentati danni per le condizioni della detenzione, né potrebbe pronunciare condanna dell'Amministrazione Penitenziaria a tale titolo".

Ciò premesso, dal provvedimento censurato si evinceva che il Magistrato di sorveglianza, effettuate le verifiche del caso, aveva concluso per l'insussistenza delle lesioni lamentate. Risultava infatti che il detenuto divideva con un altro detenuto una cella di mq. 10,17 "il che rendeva lo spazio disponibile per ciascuno ben superiore al limite dei 3 mq. ritenuto in sede comunitaria il limite al di sotto del quale si determina il trattamento inumano".

Rispetto alle lamentate carenze strutturali, il Magistrato affermava che "le strutture dell'Istituto garantiscono una sufficiente socialità nei suoi vari aspetti ed articolazioni" e che "anche per il passato non vi sono state marcate insufficienze, atteso che i pur deprecabili limiti strutturali degli strumenti disponibili non hanno impedito un apprezzabile trattamento risocializzante, di cui fa fede il diploma scolastico conseguito" dal detenuto.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 27 settembre – 18 ottobre 2013, n. 42901

Presidente Bardovagni – Relatore Zampetti

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza pronunciata in data 21.06.2012 e depositata il 15.01.2013, il Magistrato di Sorveglianza di Lecce rigettava il reclamo proposto da M..G. , detenuto nel locale carcere, che aveva lamentato le condizioni della concreta restrizione, asseritamente inumane e violatrici della vigente normativa interna e comunitaria, le insufficienti strutture per la necessaria socialità, ed aveva quindi richiesto una somma a titolo risarcitorio.

Rilevava invero detto Magistrato che, acquisite le necessarie informative presso la competente amministrazione carceraria, era risultato che le specifiche condizioni di restrizione del G. e la possibilità di fruizione di spazi e strutture di socialità erano, al presente, rispettose delle relative norme e per nulla induttive di trattamento inumano o degradante.

2. Avverso tale ordinanza proponeva ricorso per cassazione l'anzidetto condannato che motivava l'impugnazione deducendo, con atto personale, violazione di legge e vizio di motivazione, in particolare argomentando - in sintesi - nei seguenti termini: - il provvedimento era pressoché immotivato sui punti di particolare criticità oggetto del reclamo; - in realtà lo spazio disponibile nella cella era stato a lungo inferiore ai limiti fissati in sede comunitaria; - le strutture per la socialità erano del tutto insufficienti; - errato era di conseguenza il diniego del chiesto risarcimento (o indennità). Il ricorrente concludeva quindi per l'annullamento dell'impugnato provvedimento.

Considerato in diritto

1. Il ricorso, infondato in ogni sua deduzione, non può essere accolto.

Va premesso, per la migliore comprensione delle problematiche sollevate dal detenuto con il suo reclamo, che il G. poneva due questioni di massima (lo spazio ridotto della cella e gli strumenti insufficienti della socialità) finalizzate ad una richiesta conclusiva (un ristoro monetario a titolo risarcitorio).

2. Va ancora detto che, avendo il Magistrato di Sorveglianza di competenza respinto i due profili su cui era basata la richiesta risarcitoria, ritenuti in concreto insussistenti, è risultata implicitamente, ma coerentemente, respinta anche quest'ultima domanda, sulla quale, peraltro, la doglianza mossa dal G. nel suo atto di ricorso è meramente di tipo inferenziale e dunque generica. Del resto, per completezza, va qui ricordato e ribadito che è giurisprudenza di questa Corte di legittimità che la Magistratura di Sorveglianza non ha competenza per liquidare somme a favore del detenuto, in relazione a lamentati danni per le condizioni della detenzione, né potrebbe pronunciare condanna dell'Amministrazione Penitenziaria a tale titolo (sul punto, si veda Cass. Pen. Sez. 1, n. 4772 in data 15.01.2013, Rv. 254271, Vizzari). In proposito è bene ricordare che la competenza del Magistrato di Sorveglianza è circoscritta, sullo specifico tema, dall'art. 69, comma 5, L. 354/75 ("Impartisce, nel corso del trattamento, disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati"), nell'ambito dei poteri di vigilanza a lui affidati. Dunque il Magistrato di Sorveglianza può - e, se ravvisa la violazione, deve - dare disposizioni all'Amministrazione per la pronta rimozione di eventuali situazioni illegali, in quanto violatrici di diritti, ma non ha potere di pronunciare condanne di tipo risarcitorio, per le quali l'ordinamento, allo stato attuale della legislazione, predispone solo l'ordinario strumento della causa da introdurre davanti alla giurisdizione civile.

3. Ciò detto, venendo ora agli specifici motivi del ricorso, se ne deve affermare l'infondatezza.

Quanto alla prima questione, relativa agli spazi disponibili nella cella, del tutto correttamente il Magistrato di Sorveglianza, sollecitato dal reclamo, ha richiesto formali informative alla Direzione dell'Istituto i cui risultati sono contrari alle tesi del reclamante. Risultava, invero, che nella situazione in atto - al momento della decisione in esame - il G. divideva con un altro detenuto una cella di mq. 10,17, il che rendeva lo spazio disponibile per ciascuno ben superiore al limite dei 3 mq. ritenuto in sede comunitaria il limite al di sotto del quale si determina il trattamento inumano. In relazione ai suoi poteri - che sono quelli di dare disposizioni per la rimozione di eventuali condizioni che determinino la violazione dei diritti, e dunque per il futuro (si veda, ancora, sul punto, la sopra citata sentenza Vizzari) - il Magistrato di Sorveglianza correttamente ha dovuto prendere atto che non sussistevano, al tempo della sua decisione, patenti illegalità. Né era suo compito, proprio per i limiti di sistema e comunque ex art. 69 Ord. Pen., compiere accertamenti sulle situazioni pregresse, come tali superate e non bisognose di interventi per eliminarle (si tratta dunque di accertamento da rimettere all'eventuale sede civile, giudice ordinario dei diritti, ove adita).

4. Quanto alla seconda questione, parimenti il ricorso - che si risolve nella ripetizione delle doglianze di cui al reclamo - non può essere accolto. Anche sul punto va ripetuto lo schema argomentativo di cui al precedente paragrafo, in relazione ai limiti del potere del magistrato di Sorveglianza (dare disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti : dunque un'indagine sull'attuale rivolta al futuro). In proposito il giudice di competenza ha preso atto, con valutazione in fatto logica e coerente, non sindacabile nella presente sede, che le strutture dell'Istituto garantiscono una sufficiente socialità nei suoi vari aspetti ed articolazioni. Per tali profili, poi, anche per il passato non vi sono state marcate insufficienze, atteso che i pur deprecabili limiti strutturali degli strumenti disponibili non hanno impedito un apprezzabile trattamento risocializzante, di cui fa fede il diploma scolastico conseguito dal G., circostanza pacifica.

5. In definitiva il ricorso, infondato in ogni sua deduzione, deve essere respinto.

Al completo rigetto dell'impugnazione consegue ex lege, in forza del disposto dell'art. 616 Cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati