Legislazione e Giurisprudenza, Obbligazioni, contratti -  Fabbricatore Alfonso - 2015-03-02

CARENZA DI INTERESSE E TRANSAZIONE: DIFFERENZE SUL PIANO DEGLI EFFETTI GIURIDICI - Cass. 3598/15 - A. F.

Cassazione, sez. III Civile, sentenza 13 novembre 2014 – 24 febbraio 2015, n. 3598, Pres. Segreto, Rel. Scrima.

Con la sentenza in epigrafe la Cassazione affronta il tema della differenza, in termini di effetti giuridici, intercorrente tra cessazione della materia del contendere e transazione, sia essa novativa o semplice, endoprocessuale o stragiudiziale.

Nel corso dell"anno 2000, una società conveniva in giudizio altra società per ottenere sentenza dichiarativa della risoluzione di un contratto di locazione e per richiedere il risarcimento dei danni essendo l"immobile locato privo delle caratteristiche necessarie all"uso cui sarebbe stato destinato

La convenuta società produceva agli atti una transazione con la quale richiedeva dichiararsi la cessazione della materia del contendere in termini di carenza di interesse ad agire.

Resisteva la società attrice lamentando che tale transazione fosse stata sottoscritta dal suo legale rappresentante in stato di incapacità naturale, se non con dolo; inoltre evidenziava che tale transazione atteneva solo alle modalità di rilascio dell'immobile e non anche alla risoluzione del contratto di locazione ed ai danni.

Ricorre quindi in Cassazione, dopo la soccombenza nei primi gradi di giudizio, la società attrice , adducendo la violazione e falsa applicazione degli artt. 100 e 112 c.p.c., in quanto non sussisterebbe la cessazione della materia del contendere, avendo essa contestato il contenuto asseritamente transattivo dell'atto sottoscritto in data 22 dicembre 2010, "sia argomentando e deducendo mezzi istruttori atti a comprovare l'effettiva valenza e portata di tale scrittura, sia chiedendone in via giudiziale l'annullamento per incapacità naturale e/o per dolo".

Osserva in merito la Corte che nella transazione intervenuta in corso di causa, per giurisprudenza consolidata, si individua un fatto idoneo a determinare la cessazione della materia del contendere (Cass. 10 febbraio 2003, n. 1950).  
In particolare si distingue la transazione novativa da quella semplice. Nella prima si verifica l'estinzione del rapporto preesistente e la sostituzione di esso con altro oggettivamente diverso per contenuto e fonte costitutiva; nella seconda rimangono fermi il precedente rapporto e la relativa fonte, ma si introducono mutamenti dell'assetto sostanziale dei diritti e degli obblighi che sul piano processuale si configurano come fatti modificativi, impeditivi o estintivi del diritto azionato. L'una e l'altra forma di transazione eliminano la posizione di contrasto fra le parti e fanno venire meno l'interesse delle stesse ad una pronuncia sulla domanda come proposta o come evolutasi in corso di causa, correlativamente determinando l'inutilità della pronuncia medesima.      
Il collegamento all'interesse ad agire ha consentito, dunque, di dare base normativa all'istituto. Proprio la ricostruzione della cessazione della materia del contendere in termini di carenza di interesse è stata utilizzata dalle Sezioni Unite (S.U. 28.9.2000, n. 1048) per comporre il contrasto venutosi a creare sulla natura della pronuncia dichiarativa nel senso che tale pronuncia non è idonea ad acquistare efficacia di giudicato sulla pretesa fatta valere, ma solo sul venire meno dell'interesse (ex plurimis Cass. 3 marzo 2006, n. 4714).  
Corollario è che la parte può riproporre la medesima domanda e la parte, contro la quale è proposta, per ottenerne il rigetto deve sollevare l'eccezione rei per transactionem finitae.      
La dottrina, che aveva segnalato che la transazione comporta il rigetto della domanda per infondatezza sopravvenuta piuttosto che la declaratoria di carenza di interesse, osservando come la sentenza che, nonostante la transazione, accogliesse la domanda sarebbe non tanto inutile quanto contra ius, ha manifestato il proprio dissenso, rilevando che, se la transazione da luogo ad una modificazione estintiva del diritto controverso, la pronuncia di cessazione della materia del contendere è di merito e, come tale, idonea al giudicato sostanziale sulla pretesa.      
Se la transazione è endoprocessuale e, cioè, avviene nell'ambito del processo, non ha bisogno di essere provata, formando, al pari di qualsiasi altro elemento processuale, oggetto di valutazione del giudice; la stessa cosa si verifica quando la transazione è extraprocessuale, ma è ammessa dalle parti, in quanto in tal caso è pacifica ed il fatto pacifico non va provato; in entrambi i casi la transazione costituisce, insomma, fatto interno al processo, come tale direttamente accettabile dal giudice (Cass. 27 aprile 1994, n. 4017).          
Se la transazione extraprocessuale non è pacifica tra le parti, sorge la necessità di provarla ed a questo fine il giudice deve ammettere i mezzi istruttori richiesti, salvo che non escluda che la transazione allegata sia astrattamente idonea ad eliminare radicalmente e senza residui l'oggetto della controversia; nel qual caso deve rifiutarne l"ammissione (Cass. 16 ottobre 1993, n. 10241; Cass. 22 gennaio 1997, n. 622; v. pure Cass. 3 marzo 2006, n. 4714).            
Va peraltro precisato che il giudice può, in qualsiasi stato e grado del processo, dare atto d'ufficio della cessazione della materia del contendere intervenuta nel corso del giudizio se ne riscontri i presupposti, e cioè se risulti ritualmente acquisita o concordemente ammessa una situazione dalla quale emerga che è venuta meno ogni ragione di contrasto tra le parti, a ciò non ostando la perdurante esistenza di una situazione di conflittualità in ordine alle spese, dovendosi provvedere sulle stesse secondo il principio della soccombenza virtuale (Cass. 11 gennaio 2006, n. 271). Consegue da quanto precede che, se vi è controversia tra le parti in merito alla rilevanza giuridica ed al contenuto della transazione, si rende necessario dirimere questa controversia per cui non può esservi cessazione della materia del contendere, che prescinda da un intervento decisorio del giudice compositivo di un contrasto di posizioni. In particolare, qualora la decisione del giudice sia necessaria ed essa sia nel senso che la transazione investe anche l'oggetto della domanda, come affermato da una parte e contestato dall'altra, non vi è cessazione della materia del contendere, che il giudice si limita a dichiarare, ma una decisione dell'infondatezza della pretesa, per effetto o novativo (in caso di transazione novativa) o impeditivo (in caso di transazione semplice).
Quindi, mentre la declaratoria di cessazione della materia del contendere è in effetti una pronunzia processuale di sopravvenuta carenza di interesse, inidonea a formare il giudicato sostanziale, ma solo processuale, limitandosi tale efficacia di giudicato, appunto, al solo aspetto del venir meno dell'interesse alla prosecuzione del giudizio (Cass., sez. un., 28 settembre 2000, n. 1048; Cass. 3 marzo 2006, n. 4714), la decisione sulla rilevanza e sul contenuto della transazione costituisce un rigetto nel merito della domanda, impedita appunto dalla transazione (novativa o semplice che sia).
Alla luce di quanto appena evidenziato e sussistendo controversia tra le parti in merito al contenuto ed ai limiti della transazione, nella fattispecie all'esame, non poteva il giudice del merito adottare la formula definitoria della cessazione della materia del contendere, ma avrebbe dovuto adottare quella dell'infondatezza della domanda, ove avesse riconosciuto, così come ha fatto, che l'accordo investiva tutti i rapporti contenziosi tra le parti.



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