Articoli, saggi, Danni non patrimoniali, disciplina -  Redazione P&D - 2014-02-03

CASS. 1361 2014: IL DANNO DA PERDITA DEL BENE VITA – Pietro ROCCASALVA

La Suprema Corte inaugura il nuovo anno con una sentenza enciclopedica in materia di danno alla persona.

Il lungo intervento (di 110 pagine) si sviluppa con una motivazione in due atti.

Per un verso, Cass. 1361 del 2014 affronta organicamente, a cinque anni di distanza dalle Sezioni Unite (26972, 2973, 26974, 26975, del 2008), la nozione di "danno ingiusto", vale a dire la lesione degli interessi giuridici da cui derivano conseguenze pregiudizievoli non patrimoniali.

Sotto questo profilo, la pronuncia sembra superare definitivamente l"atteggiamento restrittivo, confluito in quell"orientamento giurisprudenziale post SS.UU., secondo cui l"unità dogmatica del danno non patrimoniale (art. 2059, c.c.) precluderebbe la liquidabilità di specifiche sofferenze patite dalla persona in aggiunta al danno alla salute, con la sola possibilità di modulare l"ammontare del risarcimento al concreto atteggiarsi del danno (c.d. personalizzazione).

Cass. 1361 del 2014, al contrario, dando continuità all"altro filone giurisprudenziale (Cass. 20292 del 2012), ammette la distinta liquidazione del danno morale (pagg. 20-24), del danno biologico, inteso come statico e dinamico (pag. 24-27) e del danno esistenziale (pagg. 27-38), perché "ontologicamente diversi", precisando, al contempo, che la diversità delle lesioni prese in considerazione non possono condurre a duplicazioni ma nemmeno a vuoti risarcitori: il risarcimento rimane unitario ma deve essere ispirato al principio di effettività.

La lunga disamina del danno non patrimoniale è completata dal richiamo ai principi informatori della materia sviluppati dalla giurisprudenza: funzione compensativa (pag. 16); danno conseguenza (pag. 37); allegazione (pag. 38); prova (pag. 38); valutazione equitativa (pag. 46-48); «vocazione nazionale» delle tabelle di Milano (pagg. 51-54).

Per altro verso, secondo atto della motivazione, Cass. 1361 del 2014 rappresenta, invece, un vero e proprio revirement in tema di danno da morte immediata (pagg. 62 e segg.).

L"orientamento tradizionale esclude il diritto al risarcimento del danno da perdita della vita in favore dell"offeso deceduto: «in caso di lesione dell'integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, si da potersi concretamente configurare un'effettiva compromissione dell'integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall'evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita» (Cass. 10107 del 2011).

Ciò discenderebbe da una impossibilità tecnico-funzionale della r.c.. Si afferma, infatti, che non si può configurare un diritto risarcitorio «posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un"anomala funzione punitiva» (Cass. 10107 del 2011; Cass. 6754 del 2011; Cass. 7632 del 2003).

Ulteriore ostacolo tecnico-giuridico alla liquidabilità del danno tanatologico sarebbe il principio del danno conseguenza, ossia la necessità della sussistenza di un pregiudizio derivante dalla lesione dell"interesse giuridico, sul quale commisurare l"entità del risarcimento, posto a fondamento del regime della r.c. (Corte cost. n. 372 del 1994; SS.UU. 576, 581, 582, 584 del 2008; SS.UU. 26972, 26973, 26974, 26975 del 2008).

Per Cass. 1361 del 2014, l"idea di riconoscere il ristoro alla perdita della vita in sé e per sé fa parte dei fondamenti assiologici del nostro ordinamento e la sua ristorabilità deve essere riconosciuta senza che rilevi il tempo trascorso tra l"illecito e la morte (art. 2, Cost., e art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell"Uomo).

La vita, «bene supremo dell"uomo», racchiude tutto il resto, tutti gli effetti e le conseguenze per cui, a seguito della morte, non si tratta di selezionare quali pregiudizi derivino dal danno evento: alla morte consegue la perdita di tutto.

La perdita della vita è un danno-evento per l"impossibilità di procedere a una sua valutazione nel segno della Differenztheorie: danno come differenza fra il prima dell"illecito e il dopo.

Perciò, la perdita della vita deve essere valutata ex ante e non già ex post rispetto all"evento che la determina. Sotto questo profilo, il diritto al ristoro del danno da perdita della vita costituisce «realtà ontologica ed imprescindibile eccezione al principio della risarcibilità dei soli danni-conseguenza» (pagg. 90-91). Il danno non patrimoniale da perdita del bene vita è un «danno altro e diverso, in ragione del diverso bene tutelato, dal danno alla salute, e si differenzia pertanto dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) della vittima, rilevando ex se, nella sua oggettività di perdita del bene vita, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile» (pag. 97).

Per Cass. 1361 del 2014, anche l"argomento della assenza di capacità giuridica in capo alla vittima è superato se si considera che, il diritto al ristoro del danno da perdita della vita si acquisisce, istantaneamente, al momento della lesione mortale (momentum mortis vitae tribuitur) (pag. 87).

Quanto alla funzione non istituzionale del risarcimento che in caso di ristoro del danno in re ipsa sarebbe concesso non in funzione dell"effettivo accertamento di un danno ma quale pena privata (così SS.UU. del 2008), Cass. 1361 del 2014 rileva che la funzione compensativa dell"istituto del risarcimento del danno sia assolta anche in questa ipotesi, dato che il riconoscimento del «credito alla vittima spettante per la perdita della propria vita a causa dell"altrui illecito accresce senz"altro il suo patrimonio ereditario» (pag. 94).

In conclusione, Cass. 1361 del 2014 ha l"indubbio merito di trattare le categorie giuridiche del danno in una prospettiva illuminata.

Sotto questo profilo, la sentenza riscrive, a poco più di un lustro dalle SS.UU. del 2008, lo statuto del danno alla persona.

Infatti, Cass. 1361 del 2014 affronta i temi dell"an respondeatur e del quantum respondeatur guardando soprattutto al vulnus, alla ferita, all"attentato al valore persona che subisce la vittima dell"illecito.

Cass. 1361 del 2014 cambia prospettiva rispetto alle SS.UU. del 2008: nel 2014, vero protagonista e destinatario delle norme regolatrici della r.c., nel linguaggio della sentenza, è la vittima; nel 2008, invece, destinatario delle SS.UU., nel linguaggio usato, era la giurisprudenza creativa dei Giudici di Pace (da cui una motivazione «spaventata» e da «crociate da streghe di Salem») (Cendon).

Facile prevedere che «le mobili frontiere del danno ingiusto» (Galgano) saranno, nei prossimi mesi, ancora più incerte, almeno fino a quando non interverrà una nuova pronuncia delle SS.UU. (a questo punto auspicabile).



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