Legislazione e Giurisprudenza, Risarcimento, reintegrazione -  Rossi Stefano - 2016-03-01

Cass. civ., sez. III, 20.01.2016, n. 885 – INTERVENTI ROUTINARI E ONERE DELLA PROVA – Stefano ROSSI

La vicenda giudiziaria nasce dalla richiesta di risarcimento del danno avanzato da un paziente nei confronti del medico specialista in dermatologia, a causa dell"erronea diagnosi di una malattia (psoriasi a chiazze del glande) diversa da quella da cui esso era in realtà affetto (una semplice micosi), con conseguente prescrizione di cure del tutto inadeguate in relazione alla patologia sofferta, poi rapidamente risoltasi a seguito dell"intervento di un altro medico.

Nei due gradi di giudizio la domanda del paziente fu respinta, stante la carenza della documentazione relativa alla patologia da cui l"attore era affetto, oltre alla mancanza di conseguenze il che aveva "reso inconsistente la pretesa risarcitoria", che appariva "carente di prova di danni di contenuto sia patrimoniale che non patrimoniale".

L"attore proponeva ricorso in Cassazione, lamentando, da un canto, la insanabile contrarietà e contraddittorietà della motivazione adottata dalla Corte lagunare rispetto alla realtà processuale così come emersa in sede di merito; dall"altro, l"erroneo rigetto delle pretese risarcitorie, arbitrariamente ritenute non provate né nell"an né nel quantum.

La Corte di cassazione sottolinea come sia ormai principio di diritto del tutto consolidato quello secondo il quale, in presenza di interventi sanitari c.d. "routinari", quale quello di specie, sia onere del professionista provare l"assenza di colpa in relazione alla condotta tenuta – i.e. che la prova che l"insuccesso dell"intervento (nella specie, di tipo diagnostico-terapeutico) sia dipeso da fattori indipendenti dal proprio comportamento – dimostrando di aver osservato, nell"esecuzione della prestazione sanitaria, la diligenza normalmente richiesta ad uno specialista, ed esigibile in capo ad un medico in possesso del medesimo grado di specializzazione. Al paziente è sufficiente allegare l"esistenza di un rapporto contrattuale con il medico ed il mancato miglioramento della patologia da cui era affetto, adempiendo tout court al proprio onere probatorio.

Orbene, si è statuito sul punto che:

a) a fronte di un intervento di routine, il paziente adempie l"onere a suo carico provando dapprima che l"operazione era di facile esecuzione e subito dopo che ne è derivato un risultato peggiorativo, dovendosi presumere l"inadeguata o non diligente esecuzione della prestazione professionale del sanitario, con la conseguenza che spetta al professionista fornire la prova contraria, cioè che la prestazione era stata eseguita idoneamente e l"esito peggiorativo era stato causato dal sopravvenire di un evento imprevisto e imprevedibile oppure dalla preesistenza di una particolare condizione fisica del malato, non accertabile con il criterio dell"ordinaria diligenza professionale;

b) diversamente, quando la prestazione sanitaria sia di difficile esecuzione, il paziente deve provare, ai fini dell"accertamento della responsabilità del medico, in maniera precisa e specifica le modalità di esecuzione dell"atto e, se del caso, delle prestazioni post-operatorie.

La Corte nota l"irrilevanza della circostanza posta a fondamento della propria motivazione del giudice d"appello secondo cui, al momento della visita eseguita dal CTU, il paziente sarebbe guarito senza postumi, laddove invero la stessa relazione peritale appare esaustivamente dimostrativa dell"errore diagnostico nella parte in cui esclude che l"attore fosse mai stato affetto da psoriasi – circostanza oltretutto confermata, sul piano di una elementare inferenza logico-deduttiva, dal fatto che, adeguatamente curato per l"infezione micotica, egli era prontamente guarito.

Non meno evidente appare che, sul piano logico-presuntivo, i danni non patrimoniali lamentati ed allegati dal ricorrente fossero sicuramente predicabili, quantomeno sotto l"aspetto della compromissione dei rapporti coniugali, attesa la natura della patologia lamentata, mentre la valutazione di quelli patrimoniali dovranno formare oggetto di una valutazione conseguente alle considerazioni che precedono, nei limiti dell"originario petitum attoreo e della relativa prova, se tempestivamente offerta in sede di giudizio di merito.

In sintesi, dalla sentenza emerge la conferma del principio secondo cui il paziente non è costretto a provare la colpevolezza del sanitario, ma ha unicamente l"onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno (Cass. civ., sez. III, 31 gennaio 2014, n. 2185); con la precisazione che un risultato «anomalo» dell"intervento medico-chirurgico è ravvisabile non solo in presenza di aggravamento dello stato morboso, o in caso d"insorgenza di una nuova patologia, ma anche quando l"esito non abbia prodotto il miglioramento costituente oggetto della prestazione cui il medico-specialista è tenuto (così Cass. civ., sez. III, 13 aprile 2007, n. 8826). Rimane a carico del sanitario l"onere di provare l"esatto adempimento, nella misura in cui nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, ovvero di dimostrare che l"inadempimento, pur concretizzatosi, non può considerarsi fonte del pregiudizio.



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