Articoli, saggi, Ingiustizia, cause di giustificazione -  Mazzon Riccardo - 2017-03-23

Cause di giustificazione e ragioni che giustificano il risarcimento: loffesa conseguente allillecito (seconda parte) - Riccardo Mazzon

Se la clausola generale dell"ingiustizia del danno erga omnes è contenuta nell"art. 2043 c.c. ("Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno"), quando il danno è ingiusto in quanto scaturente da un inadempimento a precedente rapporto obbligatorio (in personam), il suo risarcimento trova la propria disciplina nell"art. 1218 c.c.

"Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l"inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile" (cfr., amplius, da ultimo, "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Giuffré 2017); si pensi, ad esempio, alla responsabilità, certamente (almeno o anche) contrattuale, dei sanitari che abbiano omesso colposamente di rilevare una malformazione fetale, con ciò causalmente determinando il danno, ingiusto in quanto lesivo di interesse giuridicamente protetto, derivante dalla compromissione del diritto, eventualmente esistente in capo al soggetto leso, ad interrompere la gravidanza (ragionamento nient"affatto inficiato dal recente c.d. "decreto Balduzzi").

Giova avvertire, peraltro, di come responsabilità contrattuale e responsabilità extracontrattuale siano espressioni convenzionali, non del tutto appropriate, sulle quali ampiamente si è soffermata la migliore dottrina; anzi: l"art. 1218 c.c. e l"art. 2043 c.c. paiono concernere ambiti diversi, l"uno essendo diretto a disciplinare l"inadempimento di qualsivoglia obbligazione, a prescindere dalla matrice che quest"ultima ha determinato, l"altro attenendo al diverso piano di una specifica fonte generatrice di obbligazione, ossia il fatto illecito tout court.

Quando si discorre di responsabilità contrattuale, pertanto, implicitamente omettendo le problematiche dogmatiche sopra evidenziate, s"intende generalmente far riferimento alla responsabilità nella quale incorre chi pone in essere un inadempimento ad una preesistente obbligazione, anche eventualmente scaturente da fonte diversa dal contratto; la responsabilità extracontrattuale, in tale prospettiva, resta confinata alle conseguenze esistenti in capo a chi pone in essere un fatto illecito in senso stretto (c.d. aquiliano).

Infine, per completezza, sarà anche opportuno premettere di come il danno non patrimoniale, nel sistema risarcitorio italiano, nonostante - e forse, paradossalmente, grazie a - la sentenza della Suprema Corte, a sezioni unite, n. 26972, del 24 giugno - 11 novembre 2008, possa essere ragionevolmente tripartito in sotto-categorie, ognuna delle quali oramai ben identificata dal diritto vivente: ci si riferisce, naturalmente, al danno biologico (nelle sue due componenti del danno e del danno psichico), al danno morale e al c.d. danno esistenziale.

Doveroso, peraltro, notare come talune esclamazione della – ormai celeberrima - sentenza della Suprema Corte, a sezioni unite, n. 26972, del 24 giugno - 11 novembre 2008 abbiano prodotto vasta eco sulla giurisprudenza ad essa successiva; in particolare, la perentoria, quanto immotivata, affermazione secondo la quale il danno patrimoniale non può soffrire sotto-categorie, ad esempio, è stata apoditticamente ripresa a piè pari da numerose sentenze successive all'autunno 2008, molte delle quali, peraltro, probabilmente notata l'irragionevolezza del dictat, si sono (contemporaneamente) affrettate a sdoganare la subpartizione "con funzione meramente descrittiva" del danno predetto, con ciò legittimando e (neppur troppo implicitamente!) riconoscendo la necessità di giuridicamente discorrere proprio di danno biologico, di danno morale e di danno esistenziale.

L'ostracismo perorato dalla sentenza in commento nei confronti della locuzione "danno esistenziale" ha portato ad un duplice, nefasto risultato: taluni (per la verità in numero piuttosto limitato), infatti, hanno interpretato la pronuncia come negatoria di qualsivoglia risarcibilità di tale voce di danno; altri, forse spaventati dagli strali lanciati dalla Suprema Corte, hanno preferito "glissare" sulla qualificazione del danno quale facente parte della voce "danno esistenziale", utilizzando altre, più complesse, formulazioni e discorrendo, ad esempio, di ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, costituzionalmente garantito, alla quale consegua un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica".

Anche il mancato approfondimento della voce "danno morale", diretta conseguenza della petizione di principio secondo la quale il danno non patrimoniale non sopporterebbe sottocategorie, è risultata foriera di equivoci, consentendo addirittura di mettere in dubbio la risarcibilità della figura; in realtà, ovviamente, nessun dubbio può sussistere sulla risarcibilità del danno morale.

Effetto positivo (e, se vogliamo, per certi versi paradossale), della sentenza de qua, è stato quello di porre in luce come la categoria del danno non patrimoniale debba essere considerata con giuridica serietà, in un quadro interpretativo temperato dai principi costituzionali di solidarietà e di tolleranza (articolo 2 della Costituzione) che impone ricerca e prova tanto della non pretestuosità dell'offesa, quanto, se non proprio dalla gravità, almeno della percezione sociale delle conseguenze effettivamente riversate dall'illecito nella sfera personale del presunto danneggiato.

La giuridica serietà, imposta all'interprete nell'approccio al danno non patrimoniale, dalla sentenza de qua, ha stimolato la ricerca, da parte di interpreti e giurisprudenza, di come concretamente applicare gli universali principi in essa contenuti, specie quello conclamante il sacerdotale compito del giudice di accertare l'effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, nonché quello che impone al giudicante, per i pregiudizi non patrimoniali diversi dal biologico, di far ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva, quest'ultima anche come unica fonte (con onere della parte di allegare i fatti noti): ne è scaturito, com'era prevedibile, un inesaurito ed inesauribile vortice di pronunce che riconoscono ed approvano la risarcibilità del danno esistenziale, ora esplicitamente (come, ad esempio, nel caso della rilevanza attribuita al clima di intimidazione creato, nell'ambiente lavorativo, dal comportamento del datore di lavoro, nonché al peggioramento delle relazioni interne al nucleo familiare della lavoratrice molestata, in conseguenza dell'illecito subito; o anche nel caso di condotta illecita che abbia impedito a un soggetto di poter realizzare liberamente una propria, legittima, opzione di vita); ora implicitamente, facendo riferimento, ad esempio, alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo o alla "vita di relazione".

Ulteriormente, la sentenza n. 26972/2008 ha dato nuova linfa alla necessità di adeguatamente personalizzare le "tabelle" della liquidazione del danno biologico, alla risarcibilità del danno non patrimoniale in ambito contrattuale, al principio dell'integralità del risarcimento del danno alla persona, al riconoscimento che il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, rientrando tra i diritti fondamentali della persona, spetta a tutte le persone, indipendente dalla cittadinanza (italiana, comunitaria ed extracomunitaria), al principio secondo cui la risarcibilità del danno non patrimoniale non richiede che il fatto illecito integri in concreto un reato ed un reato punibile, essendo sufficiente che il fatto stesso sia astrattamente preveduto come reato.

Resta così assolutamente confermato che il vigente codice civile delinea, relativamente all"offesa conseguente all"illecito (il danno), un sistema risarcitorio bipolare, ove al danno patrimoniale si contrappone, con definizione eminentemente negativa (cui peraltro è opportuno cogliere la valenza residuale), il c.d. danno non patrimoniale; che il danno non patrimoniale è, in effetti, una categoria di danno estremamente ampia e variegata, comprendente, in una logica tripartita ormai condivisa dalla migliore dottrina e giurisprudenza, il danno morale soggettivo, il danno esistenziale e il danno biologico; che il danno biologico, coperto integralmente dalla garanzia costituzionale dell"art. 32 della Costituzione, è a sua volta scomponibile nel danno all"integrità fisica e nel danno all"integrità psichica, ove quest"ultima locuzione assume, sempre più di frequente, la denominazione di "danno psichico".



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