Legislazione e Giurisprudenza, Colpevolezza imputabilità -  Fabbricatore Alfonso - 2015-11-13

CERTIFICATO DI ORIGINE MERCI: RESPONSABILE ANCHE LA C.C.I.A.A. EMITTENTE - Cass. 22890/15 - di A. FABBRICATORE

Cassazione, sez. III Civile, 10 novembre 2015, n. 22890, Pres. Salmé – Rel. Barreca

I documenti di origine sono attestati, rilasciati nel nostro Paese dalle Camere di commercio, che accompagnano le merci esportate fuori dall"Europa e che ne certificano la provenienza comunitaria, con l"indicazione dello Stato di provenienza.

Le Camere di commercio, pertanto, sono responsabili non solo dell"aspetto formale che attiene all"emissione di tale documentazione, ma rispondono anche nel caso in cui la certificazione venga emessa per merce e/o beni la cui esistenza non sia comprovata.

Tanto stabilisce la Cassazione con la sentenza in commento: una azienda libanese aveva acquistato da una società italiana un ingente quantitativo di materiale metallico per costruzioni. L"acquirente, ricevuti i certificati di origine rilasciati da una camera di commercio italiana ed altri documenti, provvedeva a pagare il corrispettivo, accorgendosi solo in un secondo momento di essere stato vittima di una truffa.

Conviene, pertanto, in giudizio la stessa Camera di commercio che aveva curato l"emissione della certificazione di origine, in quanto tale merce non era mai esistita e, di conseguenza, alcuna attestazione poteva essere rilasciata.

Dopo un parziale accoglimento delle doglianze attoree in primo e secondo grado, la convenuta Camera di commercio ricorre in Cassazione lamentando falsa applicazione degli artt. 383, 384 cod. proc. civ. perché il giudice di rinvio avrebbe disapplicato o comunque non si sarebbe uniformato alle statuizioni rese dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23841/08; si denuncia comunque la violazione degli artt. 1176, 1223, 1527, 1528, 1530, 2 comma, 1703, 1842, 2043, 2055, 2056 cod. civ., anche in relazione agli artt. 9 e 10 del Reg. CEE n. 802 del 27 giugno 1968, perché il giudice ha individuato la condotta colpevole della C.C.I.A.A. nella mancanza di accertamenti in merito all'esistenza della merce, malgrado questa non vi fosse tenuta ai sensi del Regolamento. Così giudicando, il giudice di rinvio, secondo la ricorrente, oltre ad aver disatteso le prescrizioni della sentenza di cassazione e ad aver violato le norme indicate, non avrebbe neanche considerato il "giudicato sostanziale interno" che si sarebbe formato sull'affermazione, contenuta nella sentenza cassata, secondo cui la verifica circa l'esistenza della merce non competeva alla Camera di Commercio.

Denuncia, altresì, violazione e falsa applicazione degli artt. 1176, 1223, 1527, 1528, 1530, 2 comma, 1703, 1842, 2043, 2055, 2056 cod. civ., anche in relazione agli artt. 9 e 10 del Regolamento CEE n. 802/1968, nonché vizio di motivazione, perché, in conseguenza delle violazioni già denunciate col primo motivo, e di un "desolante vuoto motivazionale", non sarebbe percepibile la ratio decidendi della sentenza impugnata, specificamente in punto di comportamento negligente della Camera di Commercio.

Secondo la ricorrente, la motivazione sarebbe inoltre illogica laddove avrebbe collegato al fatto che lo smarrimento del certificato d'origine debba essere denunciato, la sua qualificazione in termini di documento rappresentativo di merce, con l'ulteriore errore di avere desunto da questa qualificazione obblighi certificativi in capo alla C.C.I.A.A. anche sull'esistenza della merce. Infine, la motivazione sarebbe viziata per aver sostanzialmente equiparato il certificato di origine alla polizza di carico, senza tenere conto della funzione di quest'ultima e della sua esistenza (pur se falsificata) nel caso di specie, nonché senza considerare la natura meramente documentale del controllo rimesso alla Camera di Commercio.

Con la sentenza n. 23841/2008 la S.C. cassò la sentenza di appello perché - ravvisata la colpa nella violazione, da parte della ricorrente Camera di Commercio, degli artt. 9 e 10 del Regolamento CEE n. 802/68, e considerato che queste disposizioni fanno riferimento soltanto alla provenienza della merce - la motivazione della Corte d'Appello è stata ritenuta viziata in quanto non faceva emergere "con chiarezza se essa ha esteso oppure no il suo accertamento sulla negligenza della C.C.I.A.A. anche per l"aspetto relativo all'esistenza dei beni compravenduti". Venne perciò demandata al giudice di rinvio l'effettuazione di "tale indagine".

Risulta smentito per tabulas l'assunto della ricorrente secondo cui la Corte avrebbe invitato il giudice del rinvio a rinvenire la colpa della Camera di Commercio nella violazione di regole di condotta generiche o di norme diverse da quelle degli artt. 9 e 10 del Regolamento, nonché l'assunto secondo cui si sarebbe formato un giudicato interno sul fatto che non sarebbe spettato alla Camera di Commercio verificare l'esistenza della merce.
L'accoglimento del ricorso per cassazione è stato possibile per il vizio di motivazione su punti decisivi della controversia e perciò la corte del rinvio, quale nuovo giudice di merito, avrebbe dovuto riesaminare tutte le circostanze attinenti ai punti decisivi indicati nella sentenza di cassazione, nonché tutte quelle legate ad essi da un nesso di dipendenza logica, valutando nuovamente quei punti della controversia ritenuti, nella sentenza di annullamento, potenzialmente idonei a giustificare una decisione diversa rispetto a quella annullata, salvo il suo potere di un nuovo apprezzamento complessivo della vicenda processuale (cfr. Cass. n. 8244/05, n. 18087/07).

Nella specie, il punto decisivo è stato ritenuto dalla Corte di Cassazione quello concernente la verifica, da parte della Camera di Commercio, dell'esistenza della merce, dato che proprio su questo punto vi era contestazione tra le parti e dato che la Corte in sede di cassazione con rinvio ha demandato un nuovo accertamento proprio sull'"aspetto relativo all'esistenza dei beni compravenduti".

Di modo che si è attribuito al giudice di rinvio il compito di indagare se la C.C.I.A.A. avesse tenuto una condotta che fosse qualificabile come colposa, nell'esecuzione dell'attività disciplinata dagli artt. 9 e 10 del Regolamento, ed in riferimento alle circostanze del caso concreto, già emerse in corso di causa. Si è chiesto quindi alla Corte d'Appello un nuovo apprezzamento in fatto di queste ultime, specificamente rivolto a verificare se una condotta negligente - anche per violazione della normativa regolamentare - fosse configurabile come causa (o concausa) del danno lamentato dalla società originaria attrice per non avere fatto risultare l'inesistenza dei beni compravenduti (malgrado quella normativa non fosse dettata a questo scopo, bensì a quello di verifica della provenienza della merce).

La sentenza impugnata motiva esaurientemente e logicamente sia sull'individuazione delle regole di condotta violate dalla Camera di Commercio nell'attività alla stessa demandata di rilascio del certificato d'origine sia sull'incidenza causale della violazione nella produzione del danno; secondo la S.C., infatti: "I dati fondamentali da cui il giudice di merito prende le mosse attengono entrambi alla peculiarità del caso di specie. Evidenzia, infatti, in primo luogo, che l'esportatore non figurava come egli stesso produttore della merce da esportare e che, in ragione di ciò, era tenuto a presentare la fattura d'acquisto in originale contenente tutti i dati della merce richiesti dall'art. 9 del Regolamento n. 802/68 (all'epoca applicabile) e le eventuali ulteriori fatture fino a risalire al produttore della merce, essendo la Camera di Commercio "tenuta non solo a certificare da quale paese provenisse la merce esportata, ma a verificare che di essa esistesse una fattura,, emessa dalla ditta produttrice, nella quale doveva essere riportato il nome del fabbricante, il luogo di fabbricazione, e tutti i dati sopra indicati".
Data siffatta premessa, sono congruenti le conclusioni che trae sui poteri della C.C.I.A.A. di verificare l'esattezza delle dichiarazioni del richiedente e di chiedere a sua volta informazioni sull'utilità di queste verifiche non solo al fine di attestare l'origine della merce, ma anche al fine di garantire in ordine alla sua esistenza; sull'affidamento creato dal rilascio del certificato d'origine "da un'autorità o da un organismo che presenti necessarie garanzie", che presuppone l'esecuzione di un controllo da parte di un ente pubblico certificatore accreditato che riguarda non solo la provenienza della merce, ma anche le sue caratteristiche.

Inoltre il giudice valorizza un altro dato idoneo a connotare il caso concreto: la circostanza che l'acquirente avesse subordinato il pagamento del prezzo, non solo alla consegna della polizza di carico, che ha la funzione tipica di rappresentare il diritto a vedersi consegnata la merce in esso indicata, ma anche alla presenza del certificato d'origine. Dato ciò, altrettanto congruenti risultano le conclusioni che trae sulla finalità non soltanto doganale del documento, ma anche di garanzia sull'esistenza e la consistenza della merce, in concreto perseguita dalle parti, senza che risulti alcuna impropria assimilazione del certificato d'origine alla polizza di carico ed essendo poco significativa la considerazione sulle conseguenze dello smarrimento del primo.

Né rileva che il giudice, come osserva la ricorrente, non abbia considerato che la Camera di Commercio non fosse a conoscenza dell'accordo tra le parti.
Il giudice di merito ha ben motivato sul fatto che la situazione concreta era tale che, comunque, nella specie, l'importatore avrebbe potuto fare affidamento su controlli estesi, quanto meno, alle fatture di acquisto della merce, e che la Camera di Commercio queste fatture avrebbe comunque dovuto richiedere, se avesse osservato, come avrebbe dovuto, le regole di settore.

D'altronde, la Corte di merito ha altresì ampiamente motivato sul fatto che si trattasse di un controllo documentale, che imponeva una serie di verifiche che - se effettuate - avrebbero fatto emergere i presupposti della truffa. Trattasi, all'evidenza, di accertamenti in fatto, che rispondono alle ragioni della cassazione con rinvio della precedente sentenza di condanna della stessa Corte d'Appello e che rendono infondate le censure della ricorrente, sia quanto alla violazione delle norme del Regolamento che quanto al vizio di motivazione.
Parimenti infondate risultano le altre censure, attinenti alla mancanza di colpa specifica - che il giudice ha correttamente individuato nell'omissione di un comportamento imposto da norme regolamentari - e di efficienza causale di questa omissione -poiché, anche se il comportamento omesso è previsto dalla normativa regolamentare ad altri fini, il giudice ha congruamente valutato come nel caso di specie si fosse posto come concausa del fatto di reato produttivo di danno (mentre la prevedibilità di questo da parte del responsabile non rileva, trattandosi di responsabilità extracontrattuale: cfr. 2056 cod. civ., in combinato disposto con l'art. 1225 cod. civ.).

Avendo la Corte di merito riscontrato nella fattispecie tutti gli elementi oggettivi e soggettivi dell'illecito civile, non sono pertinenti i richiami fatti dalla ricorrente al concorso colposo nel reato doloso, mentre è corretta in diritto la conclusione raggiunta dal giudice di rinvio circa la responsabilità solidale dell'odierna ricorrente per i danni prodotti dalla consumazione di quel reato (proprio in applicazione della giurisprudenza richiamata in ricorso secondo cui "per il sorgere della responsabilità solidale dei danneggianti, l'art. 2055 comma primo cod. civ. richiede solo che il fatto dannoso sia imputabile a più persone, ancorché le condotte lesive siano fra loro autonome e pure se diversi siano i titoli di responsabilità di ciascuna di tali persone, anche nel caso in cui siano configurabili titoli di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, atteso che l'unicità del fatto dannoso considerata dalla norma suddetta, deve essere riferita unicamente al danneggiato e non va intesa come identità delle norme giuridiche da essi violate": cfr. Cass. n. 27713/05 e n. 17475/07, tra le altre).    



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