Changing Society, Intersezioni -  Pant√® Maria Rosa - 2014-01-26

CHI HA DETTO CHE IL VOCABOLARIO HA SEMPRE RAGIONE? – Maria Rosa PANTÈ

Dedicato alla mia fondamentale professoressa di greco e latino, Renata Sambrini,

ora è molto malata e non mi può leggere, ma il racconto è di qualche anno fa.

Lei allora lo vide e si divertì molto. Per la prima volta lo rendo pubblico.


I nostri rapporti sono sempre stati piuttosto intensi, continuati nel tempo, mai scontati!

Ricordo quando le sue mani paffute, da bambina, mi toccavano con curiosità: ancora non arrivavano a sfogliarmi, ero troppo pesante. Il suo tocco era lieve e il contato con una manina gentile mi ripagava del trattamento, a dire il vero, un po' rude cui ero sottoposto da ben altre mani!

Sicuramente era attratta dalla mia mole, dal fatto che spesso volti preoccupati mi consultassero, talvolta sbuffando per la noia, talvolta sospirando per la soddisfazione!

In seguito, oltre che sfiorarmi, cominciò a sfogliarmi, cercando di decifrare quegli strani segni neri che non aveva mai visto. Per un po' di anni, quindi, mi lascio in disparte, attratta da altri giochi, altri oggetti, altre persone.

La prima volta che mi riprese in mano, dopo tanto tempo, stentai a riconoscere il suo tocco: le sue mani non erano più paffute, ma magre e grandi. Grandi!

Però era sempre delicata, mi sfogliava con calma. Era diversa dai suoi coetanei, cosi impazienti, sembrava mi prendessero in considerazione perché costretti: é una sensazione, vi assicuro, davvero seccante!

Lei mi studiava con pazienza, talvolta mi sfiorava con la matita per seguire meglio le mie indicazioni, addirittura sussurrava quando qualche passo le sembrava oscuro.

Credetemi, era una vera soddisfazione!

Sentivo di essere apprezzato, io il famoso, famigerato "Rocci", il vocabolario di greco più diffuso tra i liceali, da decenni amato-odiato, letto, studiato, martoriato, dimenticato in qualche angolo e poi ripreso, rimesso a nuovo per figli, nipoti, di generazione in generazione!

La mia amica, credo ormai di poterla così definire, cresceva, ma, al contrario di molti altri, finito il liceo continuò a custodirmi con somma cura: mi fece rilegare e col mio abito nuovo entrai, insieme a lei, all'Università. Eravamo a Milano, bella città, anche se allora non ne visitai granché.

Infatti studiare era molto difficoltoso, era appena finita la II guerra mondiale: io avevo percepito un'eco lontana di quei fatti; ciò che più mi colpì di quel periodo furono i viaggi. Quanti chilometri abbiamo fatto insieme! I treni talvolta non c"erano, il più delle volte si viaggiava in piedi, al freddo, in vagoni merci, pieni di spifferi.

Le mani che mi tenevano con cura erano gelate, ma ferme, decise: no, nonostante le difficoltà, sapevo che lei avrebbe continuato per la strada intrapresa; infatti arrivò alla laurea!

Fu un giorno di grande emozione e gioia: io, se fosse stato possibile, sarei arrossito di piacere e soddisfazione; quella laurea era un po' anche mia!

Negli anni successivi insieme a lei ho visto molte strade, molti luoghi e soprattutto molte scuole. Ho patito il freddo, il caldo, la fatica del viaggiare, la gioia di osservare paesi nuovi.

In particolare fu molto importante il periodo che trascorremmo a Genova. L'aria di mare mi giovò, stare in una vera città mi piacque, gli studenti mi sembravano intraprendenti, venni sfogliato ancor più frequentemente: ma il superlavoro non mi stressava!

Questa vita attiva, indipendente, interessante fini bruscamente un giorno terribile!

Contrariamente al solito, nonostante fosse ora di andare a lezione, la mia amica non si fece vedere; non mi pose insieme ai suoi appunti; non mi afferrò un po' frettolosamente per non arrivare in ritardo: mi lasciò lì! Io provai sensazioni diverse: stupore, rabbia, sconforto. Mi aveva forse abbandonato per sempre?

No, non mi aveva affatto abbandonato. Qualche giorno dopo, infatti, rieccola: mi prese, mi aprì, mi sfogliò, ma le sue mani, il suo sguardo erano diversi.

Le mani tremavano, sembravano più scarne, pallide, sofferenti; lo sguardo era triste, gli occhi rossi di chi ha pianto tanto e sa che piangerà e piangerà ancora.

Mi guardava, ma non mi vedeva; mi leggeva, ma non si concentrava. Il brano di greco giaceva a metà, la traduzione non procedeva: lei era lì, ma qualcosa, cosa?, l'aveva sconvolta, distrutta, nemmeno io, nemmeno i classici che tanto amava riuscivano a consolarla.

Ero sempre più perplesso: la sua angoscia mi angosciava, ormai eravamo così vicini che ciò che lei provava lo sentivo anch'io nelle mie pagine, nelle mie parole, in ogni singola lettera.

Fu solo quando, mentre piangeva sommessamente, la udii leggere a bassa voce un brano di Virgilio, il poeta latino, che capii il motivo di tanto dolore.

Pur essendo un vocabolario di greco, modestamente conosco un po' di latino, così capii che un lutto, un gravissimo, irreparabile lutto aveva colpito la mia amica.

"Heu miserande puer! si qua fata adspera rumpas, / Tu Marcellus eris. Manibus date lilia plenis, "

Così Virgilio descrive l'angoscia per la morte d'un giovane, Marcello, morto a vent'anni, la stessa età del nipote della mia amica! Ogni lutto è straziante, ma la morte prematura è così innaturale da sconvolgere gli animi più duri e far vacillare le menti più salde.

Lei aveva un animo sensibile e un grande affetto per il nipote, così la notizia della sua morte improvvisa la gettò nella disperazione: ancora una volta mutammo residenza, città, vita!

Non più il mare, ma le montagne! La nuova casa mi piaceva abbastanza: pian piano io e la mia amica stavamo ritornando alla vita, sia pure con enorme difficoltà e con la certezza che la ferita non si sarebbe mai rimarginata.

Che lei stesse reagendo alla disperazione lo capivo delle sue mani, tornarono a sfogliarmi delicate, ma decise: gli impegni scolastici la stavano riassorbendo e aiutando.

Non vorrei peccare di superbia, ma ritengo di aver avuto un certo "peso" nell'elaborazione di questa grave perdita: stavamo superando insieme un'altra ardua prova!

Non è giusto, però, dare dei nostri rapporti un quadro troppo idilliaco.

Lei aveva un bel caratterino!

In primo luogo, con l'andar del tempo, mi usava un po' meno: sapeva già tutto!

La perdonavo, però, sempre: soprattutto quando la assistevo nella correzione dei compiti in classe. Talvolta era davvero divertente: devo ammettere che i suoi studenti hanno sempre avuto una sfrenata fantasia e una vena comica straordinaria; riuscivano a far ridere persino traducendo quel barboso Isocrate o quell'irritante Demostene o addirittura quel Platone che non stava né in cielo né in terra!

Nulla sfuggiva alla sua matita rossa e blu! Io cercavo di immaginare le facce sconvolte degli studenti di fronte a quel cimitero di croci, a quel campo di battaglia in cui sopravvivevano ai suoi colpi impietosi (di matita, s'intende) si e no quattro o cinque parole!

Ciò nonostante il suo modo di correggere non era mai sarcastico: in lei sentivo la volontà di aiutare la massa di fanciulli e fanciulle che avevano avuta la buona ventura di incontrarla lungo il loro cammino scolastico.

lo non ho avuto il piacere di assistere a tutte le sue lezioni: sicuramente, però, dovevano essere molto interessanti. I ragazzi, infatti, scrivevano incessantemente. Vedevo le loro teste chine sui quaderni e le mani che si affannavano nel vano tentativo di trascrivere tutte, ma proprio tutte le parole che lei diceva!

Quando si trattava di traduzione: bisogna ammettere che alcune calunniose voci sulla sua severità non erano del tutto infondate. Certe domande erano veramente difficili, facevano davvero soffrire lo studente di turno. Ma l'unico caso in cui mi univo alla sacrosanta indignazione degli studenti era quando, con somma gentilezza e cortesia, affermava che "Insomma il vocabolario non è poi il Vangelo (ah no? pensavo io), anch'esso può sbagliare...": il povero discepolo, privato di S. Rocci, non sapeva più a quale superiore potenza appellarsi e il sottoscritto si sentiva ingiustamente degradato. Come avrei voluto in quei momenti richiudermi di colpo, imprigionando tra le mie numerose pagine un suo dito!

Le mie ire non duravano a lungo: bastava che mi riprendesse in mano, mi spolverasse un po' e io mi sentivo subito rivalutato!

Anche quando, a causa di problemi alla vista, dovette lasciarmi in disparte, non me la presi: sentivo le sue mani divenute un po' più deboli ed esitanti e percepivo il suo sguardo stanco e affaticato.

Non mi sorprese perciò la sua sofferta decisione di lasciare la scuola.

Le sue mani sono state la parte più importante della mia esistenza, sono state il filo conduttore dei miei anni, il mio contatto vitale col mondo esterno: cosa sarei senza di loro?

Sto aspettando che esse mi affidino ad altre mani, paffute e che così la mia storia abbia un senso e continui grazie al tocco di qualcun altro... Anche se non sarà mai la stessa sensazione



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati