Articoli, saggi, Generalità, varie -  Ricciuti Daniela - 2015-01-12

CHI HA QUALCOSA DA DIRE SI FACCIA AVANTI E TACCIA - Daniela RICCIUTI

Il terrorismo fa paura. Ma soprattutto addolora. Il dolore che resta, quando accadono fatti come quelli di questi giorni, è profondo anche più, forse, della paura e del non sentirsi al sicuro. E quello che addolora è l'inutile perdita di Vite umane, la sconcertante mancanza di rispetto per la Vita umana.

Si levano tante voci, le più diverse e contraddittorie. E le ragioni si contrappongono. Alcune reazioni energiche, nette, violente anche; altre più miti, pacate, forse rassegnate. E mi viene in mente quanto scrisse Tiziano Terzani, in risposta alle considerazioni espresse da Oriana Fallaci all'indomani dell'11 settembre (oggi non è lontano da allora; quella data, d'altronde, ha segnato l'inizio di un nuovo corso della storia, ed i nostri giorni ne fanno parte), ed il suo invito ad un "consapevole silenzio", attraverso il richiamo alle parole di Karl Kraus («disperato dal fatto che, dinanzi all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua»): "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia"!

Dinanzi a certi orrori si dovrebbe tacere. Fermarsi, «riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi». Per non cedere alla facile reazione dell'odio, della rabbia e della vendetta; per evitare che arrivino, attecchiscano, influenzino, intercettando malumori diffusi, sull'onda dell'emotività del momento, pericolose lezioni di intolleranza.

Ciò perchè non è dalla rabbia che potrà mai venire la "salvezza". E la violenza genera solo altra violenza, in una reazione a catena, che va invece disinnescata: occorre rompere il circolo vizioso della vendetta e della violenza, che (da Eschilo a Shakespeare, da Dante a Tolstoj, questo l'insegnamento ed il leit motiv della letteratura e del teatro occidentali) è inutile e non raggiunge mai il suo fine.

Occorre fermarsi prima - l'appello accorato dello scrittore. - Occorre cambiare «il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo», recuperando «la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo» e che «ci sta cambiando attorno».

Smettere di concentrarsi solo sulle nostre ragioni e sui nostri dolori, e cercare di comprendere ed immedesimarsi anche nei dolori e nelle ragioni degli altri, dei "nemici", (come San Francesco, nel 1219, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto), con compassione ed empatia, nel significato più nobile ed umano, che questi termini, etimologicamente (συμπάϑεια e εμπαθεία), esprimono.

Cambiare prospettiva.

«L'immagine del terrorista, che ora ci viene additata come quella del "nemico" da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell'Afghanistan, ordina l'attacco alle Torri Gemelle; è l'ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla»; è costituito, da ultimo, dalla nuova leva dei "foreign fighters", cittadini con passaporti europei, che ingrossano le fila delle milizie dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, avvicinatisi alla Jihad globale non tanto perchè condividono i precetti più estremi dell"Islam radicale, quanto piuttosto mossi da un fine - sociologico più che religioso - di riscatto dei diseredati (fine che - inutile dirlo, comunque non giustifica i mezzi! e che - un tempo passava attraverso il "mito" rivoluzionario del "Che", mentre oggi s"incarna nella sollevazione contro l"Occidente colonizzatore).

«Dobbiamo pero' accettare che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?

Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare».

Tutto ciò dovrebbe indurre a domandarsi dove davvero vadano ricercate le radici dell'anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano. Forse l'attentato di New York non era in realtà un attacco all'America, quanto, piuttosto, un "contraccolpo" della politica estera americana e delle strategie geopolitiche del mondo occidentale in Medio Oriente, frutto di "altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti" (la combinazione fra gli interessi dell'industria petrolifera con quelli dell'industria bellica, ad esempio?) rispetto ai blasonati e sbandierati valori democratici.

«Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perchè il problema del terrorismo non si risolvera' uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c'è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l'atto di "una guerra di religione" degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia. Non è neppure "un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale"».

Allo stesso modo forse non è soltanto "un attacco alla libertà di manifestazione del pensiero" l'attentato al Charlie Hebdo e i successivi episodi di violenza. Probabilmente è ancora presto e vi è troppa confusione perchè si riesca a decodificare fenomeni così complessi, che di certo non possono mai esaurirsi in formule ed etichette semplicistiche ed in quanto tali inadeguate.

Come semplicistico ed inadeguato (in questo caso, anche, come per tutte le cose della vita e del mondo) è sempre il dualismo manicheo di bene e male. Comodo, certo, soprattutto se si dà per scontato, apoditticamente, l'indimostrato ed indimostrabile presupposto che noi siamo dalla parte "giusta", della "ragione".

Ma onestà intelletuale impone di rinunciare ad ogni autoreferenziale pretesa di ortodossia, per abbracciare quanto meno il dubbio. «Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l'aria ai nostri polmoni».

Diverso è per chi (i politici) è chiamato a dare risposte chiare e precise ai problemi del mondo, compito difficilissimo soprattutto allorquando credeva di dover «risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni, [e] si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civilta' combattuta in nome di Iddio e di Allah».

Ma chi (i più) - per dirla ancora con Terzani - "non si trova in mezzo ai flutti del fiume" ed ha "il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente", ha quanto meno la responsabilità - non facile - di ricercare la verità e di dedicarsi soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia".

Non che vi sia ragione che possa giustificare, scriminare, attenuare alcun atto di violenza, è ovvio. Ma solo per indagare - raccogliendo il "compassionevole" invito dello scrittore - e per tentare di comprendere cosa abbia determinato l'orribile catena causale di violenza e vendetta. Comprenderla perchè è forse l'unica possibilità di spezzarla.

Oggi, come all'indomani del crollo dei Twins, va condannata ogni semplificazione ed esagerazione. Non si può imputare al nemico ogni colpa, additarlo come la quintessenza del male. E' ingiusto e scorretto indicare le comunità di immigrati musulmani in Occidente come incubatrici di terroristi. D'altronde, tra le vittime dell'ultimo attacco terroristico di Parigi, vi sono anche musulmani, oltre che ebrei, cristiani, atei.

Il "semplicismo intollerante" è di certo più dannoso di ogni "buonismo multiculturalistico da libro Cuore", e l'unica via percorribile è, dovrebbe essere, quella della tolleranza, della comprensione, del confronto. Discorsi, questi, che vengono tacciati di essere retorici ed astratti. E forse lo sono anche; e lo saranno almeno fino a quando non acquisteranno concretezza e pragmaticità, calandosi nella realtà di una integrazione vera ed effettiva, che può conseguire soltanto ad una rivoluzione culturale, che parta dalle scuole per arrivare agli italiani / europei / occidentali di domani, ma che, si spera, possa ancora riguardare anche l'attuale società civile.

Vi sono segnali che fanno ben sperare che oggi la nostra civiltà non sia disposta a rinunciare ai propri valori per "combattere" i suoi "nemici".

Ricordando quanto disse il premier norvegese Stoltenberg dopo la strage di Utoya del 2011, ossia "Reagiremo con più democrazia, più apertura e più diritti", dal sito di Emergency Gino Strada "twitta": «Non vogliamo cedere alla paura e all"odio. Rifiutiamo la logica di chi divide il mondo in base alla religione, al colore della pelle, alla nazionalità. Rifiutiamo la logica di chi specula sulla morte per i propri interessi, alimentando una spirale di odio e violenza. È il momento di stare insieme, di far sentire la voce di tutti quelli, e sono tanti, che di fronte alla morte e alla violenza rispondono con il dialogo, la solidarietà e la pratica dei diritti. Tutti quelli che non fanno distinzione tra le vittime di Utoya e Peshawar, di Baghdad, di Baqa e di Parigi, nel Mediterraneo e a New York. Tutti quelli che credono che diritti, democrazia e libertà siano l"unico antidoto alla guerra, alla violenza e al terrore. Dove l"odio divide, i diritti possono unire».

Ed oggi, 11 gennaio 2015, a Parigi hanno marciato, uniti contro il terrore, un milione di persone, i rappresentanti delle diverse comunità religiose (a testimonianza del fatto che non di uno scontro di religioni si tratta) e decine di leader da tutto il mondo. La sensazione c'è stata, che lì si stesse compiendo un momendo storico (termine spesso abusato, ma in quest'occasione non pare affatto una esagerazione giornalistica).  Suggestive e di grande impatto le immagini dell'avanzare solenne, attraverso Piazza della Repubblica, del corteo dei rappresentanti della democrazia (che a volte mostra ombre, lati oscuri, oggi però messi da parte), tutti insieme, sottobraccio (non solo metaforicamente).

A manifestare pacificamente, "silenziosamente", contro l'inaccettabile violenza che ha spezzato quelle matite, irriverenti, da cui spesso sono stati presi di mira. A sfilare, assieme ad un movimento spontaneo di una folla sterminata di persone, che le strade sembravano non riuscire a contenere, ed incuranti dei rischi che le pur imponenti misure di sicurezza comunque non avrebbero potuto sventare, eppure senza paura, come dimostrato dalla presenza dei tanti bambini.

Tutti uniti, pur conservando le differenze. E non importa se non si era d'accordo con le vignette di Charlie Hebdo, feroci, spesso offensive, a volte volgari, blasfeme anche, e che non hanno risparmiato nemmeno il nostro sentimento religioso. Perchè questo è il senso della democrazia. Difendere la libertà di esprimere un pensiero anche se diverso e non condiviso: "disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo", diceva Voltaire.



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