Legislazione e Giurisprudenza, Interdizione, inabilitazione -  Rossi Rita - 2013-12-17

CHI VIENE INTERDETTO HA UN MOTIVO IN PIU PER SUICIDARSI - Trib. Milano, 27.08.2013, G.T. Buffone – Rita ROSSI

Chi viene interdetto ha un motivo in più per suicidarsi: è il commento contenuto nella mail che mi ha trasmesso questo provvedimento e altro titolo non poteva essere più azzeccato.

Se io prendo la sentenza della Cassazione che per prima, nel 2006, fissò il discrimen tra Ads e interdizione, e ne estrapolo un breve passaggio, ponendolo quindi – decontestualizzato - alla base della decisione di interdire, vorrà dire o che non ho compreso il senso di ciò che ha stabilito la Suprema Corte, oppure che intendo operare una forzatura interpretativa; in entrambi i casi, con un esito criticabile sul piano del rigore scientifico e ricostruttivo.

Una cosa è certa, comunque: saranno in pochi a pensare che davvero, oggi (quando sta per scoccare il decennale della nascita dell'Amministrazione di sostegno), si possa legittimamente interdire qualcuno per la sua attitudine a porre in discussione i risultati dell'attività di sostegno nei suoi confronti.

Se un siffatto criterio discretivo dovesse malauguratamente imporsi, ci troveremmo di fronte all'inaugurazione di un'Ads applicabile soltanto a coloro che versano in coma, ai soggetti catatonici, a coloro che sottoscrivono un impegno a non contestare mai l'attività del vicario.

Richiamo poi l'attenzione su quest'altro passaggio del decreto: "In un contesto del genere, l'Ads rischierebbe di pregiudicare in modo gravissimo la persona protetta".

Non soltanto, dunque, l'Amministrazione di sostegno viene giudicata non applicabile nella specie per i motivi di cui sopra, ma essa diviene vieppiù (e credo di non sbagliare a dire che è la prima volta che lo si legge) misura addirittura pregiudizievole per la persona, con una incomprensibile inversione a 360 ° del giudizio che la storia ha destinato alla misura dell'interdizione.

Eppure, proprio le decisioni di legittimità citate nel decreto dicono espressamente che l'Ads rappresenta la stella polare del sistema di protezione dei soggetti deboli, mentre l' interdizione ha comunque carattere residuale.

E perché l'Ads rischierebbe di pregiudicare in modo gravissimo la persona protetta?
Ecco la risposta del giudice lombardo: "perché le tendenze suicidarie non potrebbero essere inibite prontamente ed in modo efficace".

Ma, perché, con l'interdizione sì? Intendiamo dire cioè che se interdiciamo la persona che, a causa del male psichico che l'affligge, ha tendenze suicidarie, questi rinuncerà a togliersi la vita? Improbabile, no?

Oppure, intendiamo dire che all'interdizione corrisponde e si accompagna la possibilità di contenzione ?

Serve una incapacitazione assoluta, nominale? E perché? Non posso forse io giudice attribuire all'amministratore di sostegno il compito di prendere decisioni sul piano terapeutico, anche in sostituzione del beneficiario, quando ciò si rende necessario e inevitabile a causa della gravità della sua condizione psichica?
Perché non si può fare a meno, oggi ancora, di ricorrere a misure ipertrofiche e stigmatizzanti, quando vi sono misure più rispettose ma allo stesso modo efficaci?

Pare proprio, infine, che il provvedimento in commento abbia sorvolato totalmente sulla individuazione delle attività da compiere nell'interesse della persona, dato l'accento ripetutamente riposto sulla sua condizione psichica, sulle sue condotte antisociali, e non sulle esigenze gestionali: e ciò in aperto contrasto con il criterio funzionale additato dalla Cassazione quale criterio da seguire nella individuazione della misura da applicare.

A quando, dunque, scelte applicative più consone con il nuovo corso (inaugurato invero dieci anni orsono)?
Presto, speriamo. E confidiamo di non dover concludere, che questo avverrà quand les poules auront des dents.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati