Legislazione e Giurisprudenza, Animali -  Gasparre Annalisa - 2015-06-29

CIBO AI GATTI: E SI SCATENA LA LITE! - Cass. pen. 10372/15 - Annalisa GASPARRE

Il giudice di pace aveva condannato due imputate per lesioni e minacce. Il Tribunale di Genova ne aveva confermato la responsabilità.

Un'imputata era riconosciuta colpevole di aver colpito al volto l'altra imputata che, a sua volta, l'aveva minacciata e colpita con schiaffi.

Le imputate hanno presentato ricorso in Cassazione.

Da quanto emerge dalle sentenze si deduceva che la lite tra le due donne che abitavano nel medesimo condominio era sfociata a causa dell'abitudine di una di fornire cibo ai gatti. Le due donne si aggredirono reciprocamente e riportavano lesioni. Secondo i giudici, stante tale ricostruzione non ha senso accertare quale sia l'agente che ha dato inizio alla lite, in quanto anche la reazione dell'aggredita non si era risolta nel tentativo di neutralizzare gli attacchi dell'avversaria, ma si era concretizzata in un'aggressione vera e propria, tale da necessitare l'intervento delle forze dell'ordine. Non poteva quindi invocarsi la legittima difesa.

Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 13-11-2014) 11-03-2015, n. 10372

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAVANI Piero - Presidente -

Dott. FUMO Maurizio - rel. Consigliere -

Dott. PEZZULLO Rosa - Consigliere -

Dott. SETTEMBRE Antonio - Consigliere -

Dott. DE MARZO Giuseppe - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.G.;

nei confronti di:

N.G. - ANCHE PCN - N. IL (OMISSIS);

inoltre:

S.I. - ANCHE PCR - N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 43/2011 TRIBUNALE di GENOVA, del 26/03/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 13/11/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. MAURIZIO FUMO;

udito il Pg in persona del sost. proc. gen. dott. CEDRANGOLO Oscar, che ha chiesto dichiararsi inammissibili i ricorsi.

Svolgimento del processo

1. Il tribunale di Genova, in funzione di giudice d'appello, con la sentenza di cui in epigrafe, ha confermato la pronuncia del giudice di pace della medesima città (compensando tra le parti le spese), sentenza con la quale S.I. fu condannata alla pena di giustizia e al risarcimento danni, in quanto riconosciuta colpevole del delitto di lesioni in danno di M.G., che colpiva al volto con schiaffi; a sua volta la M. fu riconosciuta colpevole del delitto di minaccia in danno della S. e di lesioni in danno della medesima, anche ella colpita al volto da schiaffi. Anche la M. fu condannata al risarcimento dei danni. N.G.B., marito della S., originariamente imputato dei delitti di lesioni e minacce in danno della M., fu assolto.

2. Ricorrono per cassazione i difensori delle due imputate.

3. Ricorso S..

Si deduce mancanza, contraddittorietà, manifesta illogicità della motivazione ed erronea applicazione della legge penale, nella parte in cui la sentenza non riconosce, a seguito di evidente travisamento della prova, in capo alla ricorrente la sussistenza della scriminante della legittima difesa. Come emerge dalle parole dell'unica teste che ha assistito a tutta la scena (F.M.), fu la M. ad aprire le ostilità, lanciando, prima, un piatto di plastica verso la S. e, quindi, colpendola al volto con uno schiaffo. La ricorrente, dunque, altro non poteva fare, per difendersi, che reagire, opponendo violenza fisica a violenza fisica. Ciò giustifica ampiamente lo schiaffo che la S. "di rimando" dette alla M. (F. infatti ha affermato: "... rispose a sua volta con uno schiaffo"). E' del tutto evidente che circostanza non trascurabile è quella relativa all'accertamento di chi per primo abbia tenuto una condotta violenta, cui "di rimando" è seguita quella della vittima.

Altro profilo di illegittimità della sentenza deriva dal fatto che il tribunale ha disatteso immotivatamente le osservazioni difensive contenute nell'atto d'appello, violando l'art. 546 codice di rito.

Invero: il giudice non ha enunciato le ragioni per le quali ha ritenuto non attendibili le prove contrarie, tra le quali deve essere annoverato anche il certificato medico, il quale prova la sussistenza delle lesioni in danno della S., semplicemente costretta a difendersi.

4. Ricorso M.. Deduce quattro censure.

4.1. Con la prima, sostiene violazione dell'art. 612 c.p. e art. 49 c.p., comma 2, atteso che la frase "vi faccio arrestare", nel contesto in cui fu pronunciata e in considerazione della persona dalla quale proveniva (una privata cittadina e anziana pensionata) non aveva alcuna valenza intimidatoria, dal momento che certamente la M. non aveva la possibilità di determinare le forze dell'ordine ad eseguire l'arresto. Illogicamente la sentenza impugnata sostiene che, poichè la F. aveva chiamato i carabinieri e l'arrivo dei militari era atteso in loco, la minaccia aveva credibilità. La giurisprudenza di legittimità è concorde nel ritenere che si ha minaccia quando la verificazione dell'evento sfavorevole dipende dalla volontà dell'agente.

4.2. Con la seconda, sostiene violazione degli artt. 582 e 52 c.p. e art. 59 c.p., comma 4, atteso che illogicamente per la M. è stata negata la sussistenza della scriminante della legittima difesa, anche nella sua versione putativa. Il teste L.A., dalla finestra del suo appartamento, fu in grado di osservare l'interno svolgimento della lite. Ebbene lo stesso ha sostenuto che S. e N. aggredirono e colpirono la M., mentre la M. non colpì i suoi avversari. Al proposito, non può essere presa in considerazione la dichiarazione della F., in quanto la stessa, per sua ammissione, era stata distratta durante i fatti, in quanto occupata a chiamare le Forze dell'ordine. E' evidente allora che la M. si sentì aggredita da più persone; di talché, quand'anche si volesse sostenere che la stessa ha colpito al volto la S., si deve concludere che ciò ha fatto perché era o si considerava ragionevolmente in pericolo. Il teste L., d'altra parte, ha riferito di aver visto il N. (soggetto violento e da tutti temuto in ambito condominiale) raggiungere la M. alle spalle e di avere udito la donna gridare: "aiuto, mi ammazza" e subito dopo di averla vista in terra, nel roseto.

4.3. Con la terza, si duole, ovviamente ai soli effetti civili (come aveva già fatto con l'atto di appello), della assoluzione del N. dal delitto di minaccia e deduce, in merito, carenze dell'apparato motivazionale e violazione di legge, atteso che i giudici del merito hanno ritenuto non essere stata raggiunta la prova della responsabilità dell'imputato per il solo fatto che tale addebito si fonda unicamente sulla dichiarazione della M., non essendo stato presente all'episodio nessun'altro soggetto. Come si legge nel capo di imputazione, N., brandendo una pietra ebbe a pronunciare la frase: "Io vi ammazzo tutti, non ho nulla da perdere".

Ebbene, la giustificazione motivazionale è erronea ed illogica in quanto, da un lato, sembra affermare il principio in base al quale, quando un reato si sia consumato alla presenza della sola persona offesa, l'imputato deve sempre essere assolto, dall'altro, sembra ignorare la giurisprudenza consolidata che, viceversa, sostiene che anche la sola dichiarazione della persona offesa può valere a fondare il convincimento colpevolista del giudice.

4.4. Con la quarta censura, si duole, anche in questo caso ai soli effetti civili (come già aveva fatto con l'atto di appello), della assoluzione del N. dal delitto di lesioni in danno della M., atteso che, all'esito del corpo a corpo descritto dal L., la ricorrente cadde in terra e finì, come premesso, in un roseto. Anche la natura delle lesioni riportate dalla M., comprovate da certificato medico, appare tale che è ragionevole ritenere che ella, nella circostanza, sia stata aggredita e colpita da più di una persona.

Motivi della decisione

1. I ricorsi sono infondati, al limite della inammissibilità.

2. Secondo la ricostruzione dei giudici del merito (sfociata in una "doppia conforme"), la lite tra le due donne ebbe origine da una controversia verbale relativa al fatto che nel condominio nel quale le due famiglie abitavano si era diffusa l'abitudine - non da tutti apprezzata - di fornire cibo ai gatti del N..

Si legge nelle sentenze di primo e secondo grado che la S. e la M. si aggredirono reciprocamente, riportando ciascuna le lesioni successivamente refertate. Tale essendo la ricostruzione dell'accaduto, non ha senso (e neanche è stato possibile) accertare quale tra le due donne abbia dato inizio alla zuffa, atteso che comunque la ipotizzata (mera) reazione dell'aggredita non si è limitata al tentativo di neutralizzare "gli attacchi" dell'avversaria, ma si è concretizzata (come i referti dimostrano), a sua volta, in una azione aggressiva, tanto da necessitare dell'intervento dei carabinieri.

2.1. La ricostruzione operata dai giudici di merito si è avvalsa, oltre che delle dichiarazioni dei protagonisti della vicenda, anche di quella dei testi oculari (F., L., essendo stato il primo ritenuto più attendibile del secondo).

2.2. La frase pronunziata dalla M. è stata correttamente ritenuta indicativa di una concreta minaccia, atteso l'imminente arrivo dei militari, cui la donna ben avrebbe potuto rendere una versione di comodo, nel tentativo di ottenere l'arresto della sua avversaria.

3. L'assoluzione dello S. è stata adeguatamente motivata, avendo, come premesso, i giudici di primo e secondo grado motivatamente ritenuto che solo le donne si resero responsabili delle reciproche aggressioni.

P.Q.M.

rigetta i ricorsi e condanna ciascuna ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Così deciso in Roma, il 13 novembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2015



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