Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Covotta Giulia - 2015-05-04

CLIENTI RUMOROSI E MUSICA INVASIVA: IL GESTORE NON È RESPONSABILE - Cass. pen. 9633/2015 – Giulia COVOTTA

Diritto penale

Il titolare di un locale veniva indagato ex art. 659 comma 1 c.p. per non aver evitato gli schiamazzi notturni dei clienti

La Corte di Cassazione ha affermato che in taluni casi non è esigibile un controllo dei clienti

Con la sentenza qui allegata, la Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di schiamazzi notturni da parte dei clienti di locali ove si somministrano bevande alcoliche.

Al gestore di un bar veniva applicata una misura cautelare reale, nello specifico un sequestro preventivo, ed egli stesso veniva indagato per la fattispecie di reato prevista dall"articolo 659, 1° co., c.p. (disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone).

Ciò che veniva a questi contestato era la mancata assunzione dell"obbligo giuridico di controllo dei frequentatori del locale, al fine di evitare che le condotte di costoro divenissero contrarie alle norme di polizia di sicurezza.

Nel caso de quo, infatti, dal locale in questione si sarebbe diffusa musica ad alto volume, tanto da essere sentita anche sulla pubblica via attraverso le porte lasciate aperte e, inoltre, il gestore del locale veniva accusato di aver favorito lo stazionamento dei clienti sulla strada e nel cortile retrostante il locale stesso (ove i medesimi clienti avrebbero assunto bevande alcoliche schiamazzando in ore notturne).

Il riesame avverso la misura cautelare reale veniva rigettato e, conseguentemente, veniva proposto ricorso per cassazione.

Dapprima la Corte ha richiamato l"orientamento in materia di schiamazzi e rumori provocati dai frequentatori di bar, soprattutto nelle ore notturne (orientamento che lo stesso Tribunale aveva fatto proprio).

Il Tribunale, infatti, aveva aderito all"opinione prevalente secondo cui il gestore di un esercizio commerciale è responsabile ex art. 659, 1° co., c.p., per i continui schiamazzi e rumori dei propri clienti (poiché, proprio da tale qualifica, discende l"obbligo giuridico di controllare che la frequentazione del locale non sfoci in condotte contrastanti con le norme sulla sicurezza).

La Corte di Cassazione, tuttavia, ha specificato che nel caso di specie il gestore del bar aveva messo in atto tutto quanto era in suo potere per limitare i rumori e gli schiamazzi.

Costui, infatti, aveva apposto cartelli con i quali si invitavano gli avventori a non sostare sul marciapiede ed a non schiamazzare, adibendo, altresì, due collaboratori al controllo del rispetto di quanto sopra.

Secondo la Corte, inoltre, è opportuno distinguere il caso in cui gli schiamazzi od i rumori avvengano all"interno del locale (caso in cui il gestore ha sempre la possibilità di intervenire) dal caso in cui le citate condotte si verifichino all"esterno del locale.

Per configurare la responsabilità del gestore – ha proseguito la Suprema Corte – è dunque necessario che emergano elementi atti ad evidenziare che lo stesso non solo non ha esercitato il controllo, ma anche che tale omissione è riconducibile alla verificazione dell"evento.

La Corte ha dunque criticato le "cautele" suggerite dallo stesso Tribunale quale modo di scongiurare la verificazione di disturbi della quieta pubblica, come la non somministrazione di nuove bevande agli avventori: al riguardo la Cassazione ha ribadito che, affinché detta misura sia efficace e non discriminatoria, il gestore del bar avrebbe dovuto identificare i soggetti cui rifiutare la somministrazione di bevande come coloro i quali davano vita agli schiamazzi: nel caso concreto, tuttavia, avvenendo tali condotte al di fuori del locale, il gestore non avrebbe potuto mettere in atto una tale misura proprio per la natura intrinseca dell"esercizio pubblico del locale.

Nella sentenza in commento, infine, è stato richiamato l"art. 275 c.p.p. (criteri di scelta delle misure) unitamente ai principi di proporzionalità ed adeguatezza i quali, a detta della Corte, vanno applicati anche alla misura cautelare reale applicata nel caso de quo (non solo a quelle personali).

In forza di ciò, la Corte ha criticato la disposizione del sequestro preventivo sull"intero locale, potendosi restringere tale misura al solo impianto di amplificazione.



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