Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-11-09

COINQUILINI... VIOLENTI: QUANDO IL PERICOLO E' IN CASA - Trib. Genova, 8.11.2011 - A.G.

Un appartamento con coinquilini turbolenti il teatro dell'imputazione a carico di un uomo accusato di violenza privata, lesioni personali volontarie e ingiurie a carico del coinquilino.

Non è noto in quale clima sia maturato il reato, ma abbiamo solo l'ultimo flash di una convivenza che, per qualche ragione, deve essersi trasformata in un inferno.

E' dato intuire che i protagonisti (l'autore, la vittima, il testimone) fossero coinquilini che avevano in affitto una stanza all'interno di un appartamento. Una notte di giugno, uno dei tre si introduceva nella stanza della persona offesa che stava riposando e lo colpiva con una chiave inglese sulla testa, chiudeva la porta e gettava la chiave sotto al letto, trattenendo la vittima nella stanza almeno per un'ora e mezza, infine, la insultava sputandogli addosso e facendolo inginocchiare per terra.

Sussiste il reato di violenza privata. Si afferma che la condotta realizzata è stata intimidatoria perchè si è concretizzata in una violenza morale costituita dall'annuncio di un danno ingiusto futuro a una persona e può estrinsecarsi in qualunque comportamento o atteggiamento che, avuto riguardo alle condizioni ambientali, sia idoneo ad eliminare o ridurre la capacità di determinazione in capo al soggetto passivo, onde ottenere che, mediante tale intimidazione, la vittima sia indotta a fare, tollerare od omettere qualche cosa.

Trib. Genova Sez. I, Sent., 08-11-2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI GENOVA

PRIMA SEZIONE PENALE

In composizione Monocratica

D.ssa Alessandra Vignola

All'udienza del 04/11/2011 ha pronunciato e pubblicato, mediante lettura del dispositivo, la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

Be.Ch. nato (...) ivi residente in via (...) ed elettivamente domiciliato, ex art. 161 c.p.p., in via (...) presso lo studio dell'avvocato Fr.Pi.

Assistito e difeso di fiducia dall'Avv. Ve.Cl. del Foro di Genova

Libero presente

Imputato

per i seguenti reati:

p. e p. dagli artt. 81 cpv. 582 - 594 - 610 - 612 c.p. perché, in esecuzione del medesimo disegno criminoso, si introduceva nella camera di Za.Pa., sita nello stesso appartamento in cui egli era momentaneamente ospite, e dopo averne chiuso la porta con la chiave che poi gettava sotto al letto, gli impediva di fuggire e lo obbligava, brandendo una chiave inglese, ad inginocchiarsi a terra e quindi ne offendeva l'onore e la reputazione dicendogli: "Stronzo infame" e sputandogli in viso. Continuando ad ingiuriarlo lo colpiva al volto ed alla coscia causandogli lesioni personali guaribili in giorni sette; gli sputava ancora e lo minacciava di uccidergli il cagnolino. Dopo averlo obbligato a rimanere circa tre ore nella camera Be.Ch. intimava a Za.Pa., invalido civile all'80%, di scendere in strada ove lo avrebbe ancora picchiato, in Genova il (...) (querela del(...)).

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con decreto di citazione a giudizio, Be.Ch. veniva chiamato a rispondere dei reati a lui ascritti e di cui in epigrafe.

Nel corso dell'istruttoria dibattimentale, veniva sentito il teste Za.; su accordi delle parti, veniva acquisito il verbale di s.i.t. rese da Pe.; si procedeva all'esame dell'imputato; venivano altresì acquisiti i documenti ritenuti utili ai fini della decisione.

Esaurita l'assunzione delle prove, le parti venivano invitate a formulare le rispettive conclusioni.

La notte del 23/06/06 l'imputato, che aveva una stanza in affitto presso l'appartamento ove risiedeva anche la p.o., si introduceva nella stanza ove quest'ultima riposava, lo colpiva con una chiave inglese sulla testa; si posizionava sul limitare della porta, la chiudeva senza giri di mandata ma gettava la chiave sotto al letto, trattenendo nella stanza la p.o. almeno per un'ora e mezza; le si rivolgeva dicendole "stronzo, infame", sputandogli addosso e facendolo inginocchiare per terra.

Visionato l'album fotografico, la p.o. riconosceva senza ombra di dubbio l'imputato nella fotografia n. 2.

La deposizione della p.o. riceveva conferma dalle dichiarazioni rese da altra persona in quel momento presente in altra stanza del medesimo appartamento, che ricordava di aver udito nel corso della notte la voce della p.o. che si lamentava mentre qualcuno gli intimava di stare in ginocchio (cfr. verbale di s.i.t. rese da Pe., acquisito su accordo delle parti).

La descrizione dell'episodio di cui sopra evidenzia la commissione alcuni dei reati ascritti all'odierno imputato.

Sussiste la penale responsabilità del medesimo in ordine al reato di cui all'art. 582 c.p. La p.o. ha, infatti, riportato "trauma cranico, contusione padiglione auricolare, contusione coscia sn", giudicate guaribili in giorni sette (cfr. referto Ospedale Ga. in data (...)).

Tali effetti lesivi concretizzano quella alterazione anatomica o funzionale, ancorché localizzata o circoscritta, che importa un processo di reintegrazione sia pure di breve durata, richiesto dalla norma.

La violenza fisica esercitata dall'imputato, consistita nel colpire la p.o. alla testa con la chiave inglese, si profila in rapporto di stretta causalità rispetto al verificarsi delle lesioni in danno della p.o.

Nella condotta tenuta dall'imputato è ravvisabile il dolo generico richiesto dalla norma incriminatrice, consistente nella coscienza e volontà di colpire la p.o. con violenza fisica; ciò viene in evidenza dalle risultanze istruttorie che, in considerazione delle concrete modalità della condotta, delineano da parte dell'agente l'intenzione di colpire,.

In conseguenza dei colpi, la p.o. ha riportato le lesioni di cui alla documentazione medica prodotta agli atti: deve, pertanto, dichiararsi la responsabilità penale dell'odierno imputato per il reato di lesioni volontarie a lui ascritto, posto che "anche un semplice spintone, inferto con l'intenzione di colpire la persona offesa, può dar luogo a responsabilità a titolo di lesioni personali volontarie, quando queste siano diretta ed immediata conseguenza della caduta prodotta dallo spintone", cfr. Cass. pen., 24.09.1986, Gu.).

Sussiste, altresì, la penale responsabilità dell'imputato in ordine al reato di cui all'art. 610 c.p.

La condotta posta in essere dall'imputato, come detto a proposito delle lesioni procurate alla p.o., si è rivelata violenta; è, altresì, stata intimidatoria, essendosi posizionato l'imputato sul limitare della porta di accesso della stanza della p.o., impedendogli l'uscita: l'intimidazione, infatti, si concretizza in una "violenza morale costituita dall'annuncio di un danno ingiusto e futuro a una persona, e può essere esplicita od implicita" (Cass. pen., 24.04.1952), risolvendosi in "qualsiasi comportamento od atteggiamento intimidatorio che, avuto riguardo alle condizioni ambientali in cui il fatto si svolge, sia idoneo ad eliminare o a ridurre sensibilmente nel soggetto passivo la capacità di determinarsi e di agire secondo la propria volontà" (Cass. pen., 21.05.1986, Ca.), "onde ottenere che, mediante tale intimidazione, il soggetto passivo sia indotto a fare, tollerare od omettere qualche cosa" (Cass. pen., sez I, 28.01.1976 - 13.05.1976, n. 5824).

La violenza risulta volta ad imporre alla persona offesa una specifica condotta, consistente nel caso specifico nell'impedirne la fuga e nel costringerla ad inginocchiarsi a terra: in particolare, "l'azione o l'omissione, che la violenza o minaccia sono rivolte ad ottenere dal soggetto passivo devono essere determinate, poiché, ove manchi questa determinatezza, si avranno i singoli reati di minaccia, molestie, ingiuria ma non quello di violenza privata" (Cass. pen., sez. V, 18.04.2000 - 27.06.2000, n. 2480).

La costrizione esercitata nei confronti della persona offesa risulta "ingiusta", cioè "non autorizzata da alcuna norma giuridica" (Cass. pen., sez. II, 09.02.1984 - 24.02.1984, n. 1700), nel senso che "il reato viene meno se risulta che l'agente aveva il "diritto" di imporre con violenza o minaccia una determinata condotta positiva o negativa: ciò che avviene nei casi di impedimento della commissione di un reato o nelle situazioni previste dagli artt. 51, 52, 54 c.p., e non quando si voglia semplicemente costringere taluno a compiere un dovere giuridico o ad eliminare un atto antigiuridico" (Cass. pen., sez. V, 29.04.1977 - 02.08.1977, n. 9589). Nel caso di specie, la condotta costrittiva posta in essere non risulta scriminata dalla presenza di alcuna causa di giustificazione; al contrario, la condotta intimidatoria è stata posta in essere dall'imputato a seguito di una posizione conflittuale dallo stesso adottata nei confronti della p.o.

L'imputato è, altresì, responsabile del reato di cui all'art. 594 c.p.

Rivolgendosi alla p.o. con le espressioni riportate, recava offesa all'onore e al decoro della stessa, atteso che "l'ingiuria - secondo le espressioni letterali usate dall'art. 594 c.p. - è costituita dalla offesa all'onore, inteso con riferimento alle qualità morali della persona, o al decoro, cioè al complesso delle altre qualità e condizioni che ne determinano il valore sociale" (Cass. Pen., sez. V, 30.11.1988 - 04.04.1990, n. 4845).

Infatti, per il significato che le espressioni riportate hanno nel linguaggio comune, anche i accompagnate nel caso di specie dagli sputi, chiaramente emerge l'intento offensivo e denigratorio nei confronti della p.o.: in particolare, "in tema di ingiuria, il criterio cui fare riferimento ai fini della ravvisabilità del reato è il contenuto della frase pronunziata e il significato che le parole hanno nel linguaggio comune, prescindendo dalle intenzioni inespresse dell'offensore, come pure dalle sensazioni puramente soggettive che la frase può aver provocato nell'offeso" (Cass. pen., sez. I, 06.12.2006 - 21.02.2007, n. 7157), alla luce di un "criterio di media convenzionale in rapporto alle personalità dell'offeso e dell'offensore nonché al contesto nel quale detta espressione sia stata pronunciata ed alla coscienza sociale" (Cass. pe., sez. V, 03.06.1005 - 27.10.2005, n. 39454).

Nel caso di specie, le espressioni utilizzare risultano "di per sé obiettivamente lesive dell'onore e del decoro, tali cioè da offendere per il loro significato qualunque persona in quanto titolare di questi beni", differendo pertanto da "espressioni che, non avendo di per sé tale carica ingiuriosa, possono acquistarla in relazione a particolari circostanze, come la personalità delle parti, i rapporti tra loro eventualmente intercorrenti, l'ambiente in cui il fatto si svolge, gli antecedenti del fatto stesso e così via" (Cass. pen., sez. V, 17.03.1978 - 26.06.1978, n. 8407).

L'imputato va, invece, assolto dal reato di cui all'art. 612 c.p,., atteso che non è stata raggiunta la prova di un'ulteriore e diversa condotta intimidatoria concretamente posta in essere in danno della p.o., allusiva ad un male ingiusto dipendente dalla propria volontà: non è, infatti, emerso dalla deposizione della p.o. che avrebbe ucciso il suo cane.

In relazione a tale fattispecie delittuosa egli va, pertanto, assolto perché il fatto non sussiste.

Alla declaratoria della penale responsabilità dell'odierno imputato in ordine ai reati di cui agli artt. 610 c.p., 582 c.p., 594 c.p., segue la definizione del relativo trattamento sanzionatorio.

I reati appaiono unificati dal vincolo della continuazione, risultando commessi in esecuzione di un medesimo disegno criminoso. Più grave è il reato di cui all'art. 610 c.p.

Possono essere concesse all'imputato le attenuanti generiche, in ragione delle condizioni di vita del reo.

Alla luce dell'art. 133 c.p., si stima equa la pena di mesi otto di reclusione (pena base determinata in misura superiore al minimo edittale, in considerazione della gravità della condotta violenta e intimidatoria posta in essere in danno della p.o., ridotta per le generiche a mesi sei di reclusione, aumentata per la continuazione nella misura di mesi uno di reclusione per ciascuno dei reati residui), oltre al pagamento delle spese processuali.

Ricorrendone i presupposti di legge, può essere disposta la conversione della pena così inflitta in semidetenzione per pari durata.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533, 535 c.p.p.

Dichiara

Be.Ch. colpevole dei reati di cui agli artt. 582, 594, 610 c.p. unificati dal vincolo della continuazione e,ritenuto più grave il reato di cui all'art. 610 c.p., concesse le attenuanti generiche, operato l'aumento per la continuazione, lo condanna alla pena di mesi otto di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visto l'art. 55 L. 1981/689

Dispone conversione della pena in semidetenzione in pari misura.

Visto l'art. 530 c.p.p.

Assolve

Be.Ch. dal reato di cui all'art. 612 c.p. perché il fatto non sussiste.



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