Legislazione e Giurisprudenza, Obbligazioni, contratti -  Fabbricatore Alfonso - 2015-09-16

CONDIZIONI GENERALI DI CONTRATTO: QUANDO UNA CLAUSOLA PUÒ DIRSI VESSATORIA? - Cass. 17579/15 - di A.F.

Cassazione, sez. VI Civile, 3 settembre 2015, n. 17579, Pres. Finocchiaro - Lanzillo

Secondo la Cassazione, la vessatorietà di clausole contenute nelle condizioni generali di un contratto va accertata in concreto e tenendo conto di tutte le circostanze del caso specifico, anche quando il contratto sia stato redatto unilateralmente da un contraente o si presenti come classico "contratto per adesione".

Il caso che qui ci occupa, trae spunto da una controversia sorta tra due società: con atto di citazione del 2010 la società X conveniva dinnanzi al tribunale competente la società Y, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni per inadempimento di un contratto concluso tra le parti nel 2006, con il quale la convenuta si era impegnata a mantenere installate in esclusiva nel suo locale bar apparecchiature da gioco noleggiate dall"attrice per la durata di cinque anni, mentre aveva disattivato le macchine nel 2009, prima della scadenza contrattuale convenuta, installandovi macchinari di imprese diverse.    
La convenuta ha resistito, eccependo l'inefficacia di varie clausole del contratto, perché vessatorie ai sensi dell'art. 1341 cod. civ., trattandosi di condizioni generali predisposte dall'attrice e contenenti limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni e limitazioni nei rapporti contrattuali con i terzi. Assumeva la convenuta che il contratto, predisposto a stampa in un documento denominato "Bolla di consegna", le era stato fatto sottoscrivere solo all'atto della consegna dei macchinari, tanto che essa aveva anche eccepito l'annullabilità del contratto per dolo.

Con sentenza n. 956/2011 il Tribunale ha respinto la domanda attrice, ritenendo inefficaci perché vessatorie le clausole relative alla durata quinquennale del rapporto ed al divieto di installare macchinari della concorrenza, in quanto la dichiarazione di approvazione specifica delle clausole onerose era stata anch'essa predisposta a stampa e richiamava le clausole da approvare, indicandole con il solo numero e in blocco, unitamente a clausole non vessatorie.        
Anche in appello l"attrice risulta soccombente: adisce pertanto la S.C. per la cassazione della sentenza per violazione degli art. 1341, 1372 e 1373 cod. civ. (e di altre non attinenti al tema oggetto di controversia), nel capo in cui la sentenza impugnata ha dichiarato inefficace perché particolarmente onerosa ai sensi dell'art. 1371, 2 comma, cod. civ., anche la clausola che ha stabilito in cinque anni la durata del contratto, senza possibilità di recesso anticipato, sebbene tale clausola non sia compresa fra quelle che necessitano di specifica approvazione scritta ai sensi dell'art. 1341, 2 comma cod. civ., né sia particolarmente onerosa.

Secondo i Giudici di legittimità, La Corte di appello ha erroneamente assimilato la clausola del contratto intercorso fra le parti (secondo cui "Il presente contratto è valido cinque anni dalla data odierna") fra le clausole che pongono a carico della parte aderente "limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti con i terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto", mentre essa non rientra in alcuna di tali fattispecie.    
Le condizioni generali di contratto predisposte mediante moduli o formulali che, in relazione a rapporti ad esecuzione continuata o periodica, predispongano anche il termine di durata del rapporto non rientrano, di per sé sole, fra le clausole particolarmente onerose.  
Esse non equivalgono alla tacita proroga o rinnovazione del contratto, poiché attengono alla durata inizialmente stabilita; non all'obbligo di prorogarne la scadenza. E nella specie la società Y ha esercitato il recesso, e rivendica la sua libertà di recedere, prima ancora della scadenza del termine iniziale di cinque anni.      
Neppure si tratta di clausola limitativa della facoltà di opporre eccezioni, poiché la pattuizione di un termine appartiene alla disciplina normale dei contratti di durata e non viene a porre oneri peculiari ed inconsueti sul contraente aderente.        
Ma soprattutto, si possono considerare onerose le clausole che, nelle condizioni generali di contratto, vietino di opporre eccezioni che, nell'ambito di un contratto individuale, potrebbero essere indiscutibilmente proposte. Tale non è il divieto di recedere prima del termine stabilito dalle parti, divieto che vale anche per i contratti individuali, quale inadempimento di una specifica pattuizione.            
Vale a dire, sono clausole limitative della possibilità di opporre eccezioni, ai sensi dell'art. 1341, 2 comma, cod. civ., quelle che impediscano di eccepire atti o fatti estintivi o impeditivi dell'altrui pretesa che, secondo la disciplina conforme alla natura logico-giuridico-economica del rapporto di cui trattasi, la legge consentirebbe di esercitare (quali il divieto di eccepire i vizi della cosa nella compravendita; il divieto di opporre eccezioni prima di avere adempiuto alla prestazione – c.d. clausola solve et repete - e simili).          
La clausola con cui le parti stabiliscano la durata del rapporto, in un contratto ad esecuzione continuata o periodica, è del tutto normale e conforme alla natura del rapporto. Sempre che il termine, ovviamente, sia stato validamente pattuito.      
Nella specie, la clausola in oggetto è stata sottoscritta dalla società Y all'atto della consegna della merce, sulla parte posteriore della bolla di consegna, che recava a stampa - sotto il titolo "Accordo commerciale" - le clausole che avrebbero dovuto regolare il rapporto, e la sottoscrizione è stata apposta separatamente e in aggiunta a quella riguardante la prima facciata del documento, contenente la "bolla di consegna".          
È pur vero che il prospettare alla parte aderente le condizioni generali di contratto solo contestualmente alla consegna, in un documento designato come bolla di consegna e che quindi appare a tutt'altro destinato, è circostanza che potrebbe - di per sé sola – creare ambiguità.            
Resta il fatto che la resistente non ha proposto, nelle competenti sedi di merito, domande od eccezioni dirette a dimostrare l'inefficacia dell'accordo ai sensi del primo comma dell'art. 1341 cod. civ.; che la modalità descritta non è infrequente, nella prassi commerciale e che, soprattutto, nella specie il documento conteneva l'Accordo commerciale su altra facciata della bolla di consegna, che è stata separatamente sottoscritta, come si è detto. Sicché la resistente non può legittimamente eccepire di non essere stata in condizione di acquisirne conoscenza.



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