Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2016-03-01

CONDOTTA ADESIVA NELLA DIFFAMAZIONE ON LINE - Cass. pen. n.. 3981/16 - Chiara MENICATTI

Un soggetto viene condannato ai soli effetti civili per il reato di diffamazione aggravata per aver postato un messaggio offensivo e inserito in una discussione on line una opinione del tutto inoffensiva.

La questione sottoposta all"attenzione della S.C. attiene alla diffamazione realizzata con un mezzo pubblicitario, in specie Facebook, rientrante quindi nell"art. 595 comma 3 c.p.

Ormai è pacifico che integra l"illecito diffamatorio chiunque posti un commento offensivo sulla bacheca di un social network realizzando la pubblicizzazione e la diffusione di esso, in quanto il mezzo comunicativo utilizzato è idoneo a determinare la circolazione del commento tra diverse persone.

Gli Ermellini però, con la sentenza n.3981/2016 affrontano una problematica interpretativa molto singolare. Focalizzano l"attenzione sulla decisione della Corte d"Appello di Trieste che, in riforma della pronuncia assolutoria di primo grado, condannava ai soli effetti civili il ricorrente che aderiva alle frasi diffamatorie utilizzate da altri utenti mediante la condivisione di un post su facebook e commentava con una frase inoffensiva il medesimo; prestando, il soggetto, secondo la Corte una volontaria adesione e consapevole condivisione alle espressioni de quo.

Occorre, quindi comprendere se l"illecito diffamatorio possa estendersi ad una condotta che per sua natura è inoffensiva e diviene offensiva per la sola adesione, a quella a carattere diffamatorio.

Sul punto la Corte, con una interpretazione restrittiva, è stata chiara, ritenendo del tutto illogica e contra ius far rientrare nelle maglie applicative dell"allora reato di diffamazione una condotta che non ha portata offensiva.

Difatti, secondo la Corte, attribuire carattere offensivo ad una condotta di sua natura inoffensiva provocherebbe un duplice effetto; in primis l"interpretazione trasborderebbe il contenuto dell"art. 595 c.p., inoltre verrebbe eluso il principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, ai sensi dell"art.21 Cost.

Si ricorda che tra i connotati dell"illecito diffamatorio vi è oltre alla comunicazione con più persone, l"assenza della persona offesa, anche l"offesa alla reputazione della persona, offesa intesa come probabilità che l"uso di parole o di atti destinati a ledere l"onore, provochi una effettiva lesione.

Nel caso in esame, il soggetto ricorrente non ha utilizzato frasi o parole lesive dell"onore della vittima; nè tantomeno ha rafforzato la volontà dei suoi interlocutori di diffamare, non essendo l"offesa direttamente proporzionale alla comunicazione esperita dal medesimo mediante la frase "postata".

E' più logico pensare che si tratti di una libera manifestazione del pensiero e come tale tutelabile anche e soprattutto in situazioni di particolare creatività interpretativa.


SENTENZA

sul ricorso proposto dal difensore di:

T F , nato a ___;

avverso la sentenza del 25/6/2014 della Corte d'appello di Trieste;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Luca Pistorelli;

udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Enrico

Delehaye, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Con la sentenza impugnata la Corte d'appello di Trieste, in riforma della pronunzia

assolutoria di primo grado, ha condannato ai soli effetti civili TF per il reato

di diffamazione aggravata commesso ai danni di MC "postando" un

messaggio ritenuto offensivo della reputazione di quest'ultimo sulla rete sociale

"Facebook".

2. Avverso la sentenza ricorre l'imputato a mezzo del proprio difensore articolando

quattro motivi. Con il primo deduce errata applicazione della legge penale e correlati

vizi della motivazione in ordine all'attribuzione all'imputato della condotta ritenuta

offensiva in difetto della prova della riferibilità del messaggio oggetto dell'imputazione al medesimo ed avendo travisato od omesso di considerare la Corte territoriale l'effettivo contenuto delle dichiarazioni del teste D Sul punto. Con il secondo motivo analoghi vizi vengono denunziati con riguardo alla sussistenza dell'elemento materiale del reato contestato, rilevando il ricorrente come la frase rimproverata sarebbe priva di contenuto offensivo intrinseco o anche solo indiretto, mentre del tutto apodittica e comunque errata sarebbe l'affermazione dei giudici dell'appello per cui il "post" dell'imputato mutuerebbe la sua carica offensiva dall'implicita adesione attraverso il suo invio a quelli contenenti veri e propri insulti caricati da altri utenti.

Sotto altro profilo si lamenta altresì che difetterebbe la prova della comunicazione con

un numero indeterminato di persone, non essendo stato accertato se il "gruppo" di

discussione cui avrebbe partecipato il T fosse "aperto" o "chiuso". E sempre con

il secondo motivo il ricorrente deduce altresì il difetto di motivazione in ordine alla

sussistenza dell'elemento psicologico del reato, mentre con il terzo lamenta il mancato

riconoscimento dell'esimente dell'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero.

Con il quarto motivo viene infine dedotto il difetto di motivazione in ordine ai criteri

adottati nella determinazione del danno non patrimoniale liquidato in favore della

persona offesa costituitasi parte civile.

3. Con memoria depositata il 26 agosto 2015 il difensore e procuratore speciale della

parte civile costituita ha chiesto il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.11 ricorso è fondato nei limiti che di seguito verranno esposti.

2. Invero infondato e per certi versi inammissibile è il primo motivo di ricorso atteso

che la Corte territoriale ha attribuito al teste D l'identificazione dell'imputato

come il titolare dell'identíficativo attraverso cui è stato caricato su Facebook il

messaggio asseritamente diffamatorio. Quanto al travisamento o all'omessa

considerazione di alcune delle dichiarazioni del suddetto teste, l'obiezione risulta

generica nella misura in cui le stesse non sono state riportate o allegate nella loro

integralità impedendosi così al giudice di legittimità di apprezzare l'effettiva portata del  vizio (Sez. 4 n. 37982 del 26 giugno 2008, Buzi, rv 241023; Sez. F., n. 32362 del 19 agosto 2010, Scuto ed altri, Rv. 248141).

3. Manifestamente infondato è il secondo motivo nella parte in cui lamenta il difetto di tipicità della condotta per il difetto del requisito della comunicazione con una pluralità di persone. Contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso tale requisito richiede che l'autore della condotta diffamatoria comunichi con almeno due persone e non con un numero indeterminato di persone, talchè non essendo stato messo in dubbio nemmeno dal ricorrente che al "gruppo di discussione" partecipassero almeno due altri soggetti rimane del tutto irrilevante l'accertamento sulla natura "aperta" o "chiusa" dello stesso (e ciò anche a prescindere dalla genericità del rilievo difensivo che rinvia in proposito addirittura a documenti non acquisiti al processo), che eventualmente avrebbe assunto una qualche importanza qualora oggetto di contestazione fosse stata non la configurabilità del reato, bensì dell'aggravante di cui al terzo comma dell'art. 595 c.p.

4.Colgono invece gli altri rilievi svolti in ordine all'elemento materiale del reato nello

stesso secondo motivo, con il conseguente assorbimento di tutte le altre censure svolte

con il ricorso.

4.1 Come ricordato nella stessa sentenza impugnata, il Tribunale aveva assolto

l'imputato ritenendo che la frase riferita al M "postata" dall'imputato («spero solo

di vivere abbastanza x godermi il giorno ke andrà in pensione e prenderlo a bastonate

finchè basta») fosse priva di intrinseca portata offensiva. Valutazione in qualche modo condivisa anche dalla Corte territoriale, che però ha ritenuto di doverne affermare il carattere diffamatorio alla luce del contesto nel quale la stessa è stata "pubblicata" e cioè una discussione telematica nel corso della quale altri partecipanti avevano in precedenza inviato messaggi contenenti (non meglio precisate) espressioni che al contrario dovevano considerarsi palesemente offensive. In tal modo l'imputato,

attraverso la propria condotta - secondo i giudici dell'appello - avrebbe prestato "una

volontaria adesione e consapevole condivisione" di tali espressioni determinando la

lesione della reputazione della persona offesa.

4.2 Le illustrate argomentazioni devono ritenersi manifestamente illogiche e

certamente errate in diritto. La Corte territoriale in sostanza attribuisce tipicità ad una

condotta ritenuta intrinsecamente inoffensiva solo perché la stessa dovrebbe

considerarsi indirettamente e implicitamente adesiva a quella diffamatoria commessa in precedenza da altri in quanto a sua volta il T ha esternato un'opinione critica nei

confronti del M. Il che è per l'appunto errato nella misura in cui, per un verso,

attribuisce all'art. 595 c.p. contenuti ultronei rispetto a quelli effettivamente ricavabili

dalla lettera della disposizione incriminatrice e, per l'altro, finisce per negare qualsiasi

effettività alla libertà di manifestazione del pensiero garantita dall'art. 21 Cost.

4.3 Che l'imputato condividesse o meno i presunti insulti che altri avrebbero "postato"

è infatti circostanza irrilevante nella misura in cui la sua condotta materiale non

evidenzia oggettivamente alcuna adesione ai medesimi, rilanciandoli direttamente o

anche solo indirettamente. E' evidente che il T abbia inteso condividere la critica

alla persona offesa, ma non altrettanto che egli abbia condiviso le forme (illecite)

attraverso cui altri l'avevano promossa, giacchè egli non ha posto in essere un

comportamento materialmente apprezzabile in tal senso. Era infatti nel suo diritto

manifestare un'opinione apertamente ostile nei confronti del M, ma,

contrariamente agli altri partecipanti alla "discussione", egli lo ha esercitato - per

come riconosciuto dagli stessi giudici dell'appello - correttamente, senza ricorrere alle

espressioni offensive utilizzate da altri, né dimostrando di volerle amplificare attraverso il proprio comportamento.

4.4 La condotta contestata potrebbe assumere in astratto rilevanza penale soltanto

qualora potesse affermarsi che con il proprio messaggio l'imputato aveva

consapevolmente rafforzato la volontà dei suoi interlocutori di diffamare il M.

Ma è la stessa sentenza impugnata ad escludere implicitamente tale eventualità nel

ricostruire la sequenza degli interventi.

5. La sentenza deve conseguentemente essere annullata senza rinvio perché il fatto

non sussiste.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

Così deciso il 21/9/2015



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