Legislazione e Giurisprudenza, Consenso informato -  Todeschini Nicola - 2013-09-06

CONSENSO INFORMATO: NON INFORMARE INTEGRA IL VIZIO DELLA NEGLIGENZA - Nicola TODESCHINI

L'arresto di fine luglio qui in commento è particolarmente interessante non tanto e non solo perché conferma l'ormai consolidato orientamento della Suprema Corte in ordine alla centralità, nella prestazione, del dovere d'informare, ma soprattutto perché, tra i vizi della diligenza (che come è noto si individuano in: negligenza, imprudenza, imperizia) assegna al difetto d'idonea e completa informazione il vizio della negligenza. Afferma, testualmente, che attiene al profilo di "negligenza...non aver fornito al paziente un'adeguata informazione...".

Pertanto, nella ricostruzione dei lineamenti della colpa civile consistente nel difetto di informazione, ed isolate -ci si augura- definitivamente quelle pronunce che avevano posto il dovere di informare a margine della prestazione principale del sanitario, l'aver confermato che invece il difetto d'informazione attiene al nucleo della prestazione sanitaria ed integra il difetto di negligenza, quello per intenderci più odioso in quanto consistente nella mancata minima attenzione, significa anche, con riferimento a quanto disposto dall'art. 2236 c.c., che il biasimo nei confronti del difetto d'informazione è tale, pur al cospetto di casi di speciale difficoltà, da non scusare mai il sanitario, concretando l'inadempimento contrattuale.

Vale la pena ricordare, ancora una volta, che l'art. 2236 c.c., lungi dal contenere una limitazione secca di responsabilità al dolo ed alla colpa grave allorché il sanitario si trovi ad affrontare casi di speciale difficoltà, costituisce piuttosto spiegazione suppletiva del significato del II° comma dell'art. 1176 c.c.

Quest'ultima regola ricorda che il giudizio di diligenza, speciale, dev'essere commisurato alla natura del caso, e l'art. 2236 c.c. spiega in che termini modulare la severità del giudizio allorché la natura del caso sia caratterizzata dall'esistenza di problemi di speciale difficoltà.

Tuttavia, tale modulazione della severità del giudizio non si applica mai se il difetto di diligenza consista nella negligenza e nell'imprudenza, ma solo allorché sia integrato il difetto dell'imperizia.

In un panorama di pronunce che, difficilmente, prendono posizione sul punto, preferendo al più riferirsi, in via cumulativa ma un poco confusa, al trittico rappresentato dai tre vizi, senza assegnare il difetto di informazione ad uno di essi, tale arresto risulta quindi significativo.

Quanto, inoltre, alla categoria dell'imprudenza, l'arresto è ulteriormente utile per ricordare che tale vizio, consistente nel difetto di programmazione, nella sottovalutazione della storia del paziente, dei rischi di una scelta ovvero della sua omissione, è integrata anche allorché il sanitario non interpreti correttamente, come invece la letteratura suggerisce, fattori capaci di portare con sé significativi rischi, che pur debbano essere riscontrati.

Spiega, inoltre, che il contegno prudente, in tali casi, deve portare a sconsigliare un intervento, tanto più se non strettamente necessario come nel caso discusso in prime cure dal Tribunale di Bologna con la pronuncia di un'ordinanza anticipatoria di condanna ex art. 186 quater c.p.c. e capovolto, con una decisione incomprensibile e viziata da grave difetto di motivazione, dalla Corte d'Appello. Quest'ultima, invero, pur alla presenza di un'elaborata e dettagliata consulenza d'ufficio, decideva di accogliere l'appello dei sanitari condannati in I° grado al risarcimento del danno di € 800.000,00 per aver provocato la cecità nel paziente. Il supremo collegio non indulge a comprensione di sorta per l'errore esponendola ad una critica serrata, vale la pena ricordarlo nell'augurio che sia di monito ad altre improvvide decisioni, osservando addirittura che la pronuncia si è "ben guardata dal chiarire perché nella vicenda in esame non sarebbe stato possibile conoscere ex ante i fattori di rischio invece dal consulente tecnico d'ufficio indicati, sottolineando che la corte di merito "ha omesso di spiegare in maniera non solo esaustiva ma anche chiara e comprensibile quali sarebbero state le plurime interferenze" che, incidendo sul criterio di imputazione delle conseguenze lesive riscontrate, avrebbero suggerito di ribaltare l'articolato giudizio di I° grado.

Da ultimo, la Corte di Cassazione, tirando le orecchie ai giudici di seconde cure, ricorda che il vizio di motivazione sussiste, come peraltro dedotto dai ricorrenti, "quando nel ragionamento del giudice di merito sia rinvenibile come nella specie traccia evidente del mancato o deficiente esame dei punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti".

Fa specie riflettere su una circostanza: mentre il Tribunale pronuncia l'ordinanza anticipatoria di condanna a seguito di citazione notificata nel 1997, la Corte d'Appello interviene circa a dieci anni di distanza, depositando una decisione nel 2009, quando la giurisprudenza della Corte di Cassazione sulle conseguenze da attribuire al difetto di informazione del paziente non si era certo ancora espressa con il noto arresto del febbraio 2010, sentenza n. 2847, ma aveva pur già gettato chiaramente le basi del ragionamento che successivamente ha incontrato in quella pronuncia un occasione di adeguata illustrazione.

E' proprio un destino crudele quello che insegue il tema del cosiddetto consenso informato, elevato a rango di regola fondamentale nel rapporto medico paziente grazie al sostegno, indiscutibile, di principi di rango costituzionale, ma assillato da ondivaghe pronunce delle corti di merito che esitano, anche se oggi accade sempre di meno, ad assegnargli ruolo centrale all'interno dell'obbligazione; così omettendo di condurre a compimento coerente il ragionamento e finendo per recidere, incomprensibilmente, i fili che legano il rispetto del dovere di informare con l'inadempimento. L'errore si chiarisce anche allorché si rifletta sulla rifletta sulla circostanza che a sostenere il dovere di informare non v'è solo il principio di diligenza di cui all'art. 1176, II° comma, c.c., ma pure il principio di buona fede nell'interpretazione dell'esecuzione del contratto grazie al quale al debitore della prestazione, in tal caso il sanitario, è imposto di mettere nelle condizioni la sua controparte, ovvero il creditore della prestazione ed in tal caso il paziente, di vedere soddisfatte le legittime aspettative che pone a sostegno di una scelta, estremamente delicata che, vale la pena ancora una volta ricordarlo, consiste sia in un assenso che in un dissenso alla cura, altrettanto dignitoso e meritevole di rispetto.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati