Changing Society, Intersezioni -  Pant√® Maria Rosa - 2015-06-07

CONSIDERAZIONI MOLTO PERSONALI SU UN GIORNO DEVI ANDARE - Maria Rosa PANTÉ

Ho visto il film "Un giorno devi andare" del regista Giorgio Diritti, di cui avevo già visto e apprezzato il film "Il vento fa il suo giro". Questo film è del 2013, l'ho visto in questi giorni perché il regista e di conseguenza la protagonista, Jasmine Trinca, hanno a che fare con Simone Weil, la filosofa, mistica e tante altre cose francese.

Siccome ho in mente un progetto che riguarda anche Simone Weil, ho visto il film.

La storia è quella di un viaggio in Amazzonia, Augusta, una donna di 30 anni, parte dal Trentino e va appunto fra i poveri, con una missionaria amica della madre.

Nel suo viaggio legge l'Attesa di Dio di Simone Weil.

Perchè parte? Perché ha perduto un bambino, ha avuto un aborto che l'ha anche resa sterile e il marito l'ha abbandonata.

I luoghi sono mozzafiato, le riprese del Rio delle Amazzoni, i volti dei protagonisti, le favelas: anche il brutto è stato reso in modo, posso arrischiare a dirlo, bello.

Ma io stavo lì muta e ostile a guardare la protagonista.

Ah! - mi sono detta - possibile che 'sta donna perché ha perso un bambino faccia tutto questo? E come può permettersi un viaggio così? E altre obiezioni, altre obiezioni.

Quando la protagonista, dopo un'esperienza di lavoro e vita comunitaria nelle favelas a Manaos, va su un'isola per essere davvero terra e natura, per cercare il silenzio, quasi l'ho derisa, l'ho vista come una che ha tempo e sentimenti da perdere.

Non si fa così, no. È irreale.

Poi arriva un bambino piccolo piccolo a giocare con Augusta.

Giocano sulla spiaggia, da dove viene il bambino? Chissà. Lei sorride se lo stringe al petto insieme disegnano i contorni delle loro mani.

Ridono. Si cercano.

Alla fine si vede Augusta ancora sorridente, ma sola e il bambino su una barca vicino alla sua mamma, anche lei, timida, accenna un sorriso.

Augusta resta sulla spiaggia. Un giorno devi andare. Già.

Io ho cominciato a piangere.

Sì, se perdi un bambino e se il tuo ventre è secco vai alla ricerca di un senso, di Dio, vai alla ricerca di vita da dare.

Io, quando persi il mio bambino, 15 anni fa, mi buttai nella scrittura. E lavorai proprio su Simone Weil, ho scritto un piccolo testo sui suoi viaggi in Italia. Quando un'amica mi chiese: "e che nome vorresti dargli", che nome dare a questo seme, morto nella mia pancia a due mesi, a questo cuore fermo, io le ho detto: Simone perché sembrava un nome da maschio e da femmina, perchè ho pensato alla Weil.

Giorgio Diritti nel film ha descritto mirabilmente tante altre cose: la vita comunitaria, la corruzione del denaro, il lavoro che non salva, non salva.

C'è tutto questo. Io ho trovato il mio dolore e la Weil e, forse, davvero l'Attesa di Dio.



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immagine A3M

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