Articoli, saggi, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2017-02-19

Considerazioni sul romanzo di Paolo Cendon Lorco in canonica – Gemma Brandi

Gemma Brandi

Psichiatra psicoanalista

Responsabile Salute in carcere USL Toscana Centro

Dovevo a Paolo Cendon, al poeta del diritto, al funambolo delle sentenze, questa presentazione cui è ovviamente per me un piacevole onore prendere parte. Glielo dovevo per quella citazione, non importa se volontaria o involontaria, del mio nome affibbiato allo psicoterapeuta che accompagna l"uscita della protagonista dalle sabbie mobili che la stavano soffocando.

Mi accompagna in questo percorso, un Pubblico Ministero che a questi problemi ha dedicato una fetta importante della sua attività professionale, Ornella Galeotti, in sostituzione del Procuratore della Repubblica di Firenze Giuseppe Creazzo, che aveva immediatamente e generosamente sposato l"invito, ma che impegni nazionali hanno chiamato altrove proprio oggi. L"altro coéquipier è Don Andrea Bigalli, un prete che non ha esitato un attimo a condividere questa responsabilità e che solo per tale motivo ho trovato un esempio di forza e franchezza, tutto quello che serve per non restare impelagati nella melma di generalizzazioni facili quanto dannose. Se si intende avere la meglio sugli ostacoli, occorre andare incontro a questi e non contrapporvisi, aggirarli o erigere barricate difensive.

Ho trovato "L"orco in canonica" un romanzo che si fa leggere tutto di un fiato, e tanto basta per considerarlo una ottima prova d"autore, e soprattutto un libro utile, pieno di metafore riuscitissime, di citazioni azzeccate, di ingegnose soluzioni letterarie. Ogni buon libro è un amico silenzioso su cui contare, ma questo ha qualcosa in più: è un romanzo/manuale, potenzialmente buono per terapeuti, educatori, investigatori -avere colto il bersaglio della dinamica che sottende la nascita della vittima e del cinico e il loro vicendevole completarsi, rende davvero meritevole di una lettura formativa il testo- sulla scia di note opere, di Dostoevskij ad esempio: Memorie di una casa morta è un ottimo viatico per chi volesse lavorare in carcere e saperne di più del luogo prima di mettervi piede. E" che Fedor Michajlovic lo aveva scritto dopo avere trascorso anni in un reclusorio siberiano, era un documento romanzato di una esperienza, una sorta di reportage dal carcere.

Perché parlare di libro utile? Il romanzo di Paolo Cendon rende evidente, intanto, come le professioni di aiuto, e non si tratta solo dei ministri di culto, possano costituire un valido rifugio per il perverso: ricordiamo tutti Fratellino in Arancia meccanica, Zed in Pulp Fiction, Percy ne Il Miglio verde, o anche medici e infermieri accusati di sopprimere i loro pazienti, e ancora insegnanti che terrorizzano gli alunni, addetti agli asili nidi che malmenano i piccolissimi…

Nell"esercizio della mia professione di psichiatra psicoanalista in luoghi estremi come il carcere e l"OPG, non infrequentemente mi sono imbattuta in persone che asserivano di parlare con me, per la prima volta in vita loro, di violenze subite nei primi anni di vita, soprusi che avevano profanato la loro ingenuità, rendendoli meno genuini e fiduciosi. Ebbene, questo romanzo delinea dinamiche poco indagate, che solo terapeuti attenti catturano. E" un"opera che afferra e al tempo stesso insegna. Mette a fuoco, come sopra accennavo, il tema del senso di colpa improprio e la figura della vittima, costretta a rincorrere inconsapevolmente una pena giocoforza inadatta alla colpa originaria -quella che pretende espiazione- in quanto applicata a una colpa mutuata da qualcun altro, presa a prestito dal titolare, l"unico che possa pagarla, cui va pertanto riconsegnata, affinché la vittima interrompa una esistenza altrimenti autopunitiva a partire dal trauma. Faccio riferimento al trauma dei traumi, consistente, per il piccolo d"uomo, nel ricevere danno da una figura autorevole e amata, con il silenzio protettivo che ne consegue e l"inevitabile sfascio dell"adeguamento al senso di realtà, che spinge, ad esempio, Anna a ritenersi responsabile di avere, lei, scatenato "il lupo cattivo".

In più, il romanzo cendoniano esemplifica in maniera maestrale la reificazione dell"altro attraverso le foto dei corpi senza testa, senza identità, e con precisione geometrica mette a nudo la perversione che la sostiene, quel presentarsi diversi da chi si è, che può appunto indurre a esercitare professioni di aiuto solo per occultare intenzioni vicine al male mentre si ammantano di bene. La perversione genera follia, follia del corpo e della mente, come il caso di Anna prova.

Esperienze traumatiche siffatte portano a scelte per identificazione, come accade al giovane Rocco -il suo personaggio rende palpabile la nascita e l"affermarsi di un attore pornografico e di un perverso in erba che si disinteressa del danno procurato all"amica di un tempo con testimonianze malleabili- oppure a opzioni in antitesi, con la vittima decisa a rivestire dolorosamente i panni del personaggio creato per lei, piuttosto che quelli del carnefice; o ancora alla ricerca di uno stordimento autolesivo da sostanze, che inducono un travisamento della realtà, quando non di soluzioni psicopatologiche, quale è un delirio inverso che fa ritenere vero ciò che è falso e falso ciò che è vero e riduce la fede persino nelle proprie percezioni; o infine, a restituire la colpa a chi l"aveva, a dare "a ciascuno il suo" -azzeccata espressione di Leonardo Sciascia-, così aprendo la porta alla espiazione possibile. Questa uscita vantaggiosa avviene talora grazie a occasioni controtraumatiche e comporta un salutare, anche per coloro che si ritengono schiavi dal segreto, coming out. Il controtrauma si distingue dal trauma per rappresentare l"occasione opposta, il contrappasso benigno: ricevere un aiuto laddove ci si attende male o inconcludenza, come accade talvolta in carcere e come ad Anna capita nell"incontro con la Giustizia.

E" importante che qualcuno paghi, che ci sia un pubblico riconoscimento di quella colpa e che il resiliente riprenda a vivere la propria vita e non quella che il suo carnefice gli ha incollato addosso. Il colpevole deve pagare per consentire agli altri di ricominciare il cammino interrotto dal trauma, anche ai genitori che altrimenti si addosseranno la colpa di una disattenzione protratta, troppo fiduciosi per supporre che l"orco si nasconda in un luogo di culto.

Né va trascurata la descrizione della mancanza di ingenuità/genuinità del prete e della perdita di ingenuità di Anna, una fanciulla in erba. "Un indennizzo che adesso gli spettava", scrive l"Autore parlando di Don Fulvio e del suo presumibile amaro passato: si tratta della posizione del cinico, di chi ha pagato in anticipo e non soffre di sensi di colpa, ma va piuttosto a caccia di vittime, spinto dalla sua coazione a ripercorrere una strada a lui nota, schiavo di una dipendenza invincibile e di una necessità di vendetta gratuita.

Vorrei non dimenticare le efficaci metafore che descrivono alcuni vissuti: il perverso agire della detestabile maestra di religione che rivolta le carte, come quelle di un solitario, in modo da doverla ringraziare per quanto dovrebbe farla maledire; il conculcare che prende forma nella convinzione della piccola che Don Fulvio e l"Arneri, da quel tavolo in basso, avrebbero avuto il potere di soggiogare chiunque; la perversione polimorfa incolpevole che abita ogni bambino, delineata dalla curiosità della fanciullina, che mostra come ogni uomo abbia in sé il germe della trasgressive infirmity sapientemente citata da Thomas Browne, che però non sposta i termini della responsabilità adulta.

Vorrei aggiungere una mia nota da avvocato difensore in margine alle dotte puntualizzazioni giuridiche sulla deposizione di Anna: come avrebbe potuto una donna arrabbiata, innamorata del prete da cui si fosse sentita respinta, firmare la petizione per consentirgli di restare in parrocchia? A me pare questa la prova delle prove che impedisce ai Difensori di Don Fulvio di girare le carte come nel solitario dell"Arneri. Non c"è rabbia in Anna, solo stupefazione. E stupefatta sarebbe rimasta, nella impossibilità di essere la persona che è piuttosto che il personaggio che qualcuno volle farla diventare, se non si fosse imbattuta in un terapeuta accorto e in uomini di legge in grado di riconoscere il vero dal falso e audaci al punto da scegliere la parte più scomoda, quella del debole. "Dio ti salvi da malelingue, malincontranze e falsi testimoni!", mi augurava la mia preziosa tata maremmana, preparandomi a questo rischio senza scalfire la mia ingenuità. Dio ti salvi da tutto quello che ha ferito, quasi a morte, Anna.

Serviva davvero quel colpo di reni con cui l"Autore restituisce alla donna una chance di ritorno a una vita autorevolmente governata da chi la vive e di fede nella bontà degli sconosciuti. A concludere ogni terapia riuscita è l"ammissione che non tutto è andato storto, che ci sono stati incontri ed esperienze taumaturgiche accanto a quelle esiziali. E" il passo che permette di allontanarsi dal pantano di una sofferenza senza scampo e di riprendere in mano la propria vita, che non è mai, per nessuno, neppure per il colpevole, una vita senza luce e senza dignità, purché si abbia la modestia e la prodezza di riconoscere l"errore e di espiarlo, l"appuntamento che Don Fulvio manca.

Anna o dei passi necessari per non morire, del perdono possibile, della gentilezza mantenuta, della misura che la induce a non andare al di là del necessario, suggerendole di fermarsi al coraggio e di non spingersi in avventure, anche intellettuali, temerarie per cui forse le manca la forza. Anna che conosce i suoi limiti e li rispetta. Anna che coltiva la sua insperata funzione materna.

Vorrei ringraziare Paolo Cendon per il dono di questo libro, incluso il cameo insistito della descrizione degli abiti della bambina, il particolare che restituisce l"idea della normalità in cui l"orrore, in cui il trauma affondano, con l"appello di Michel Tournier alle mamme nel suo Re degli ontani: "Mamme siate attente ai vostri bambini, perché l"orco è sempre attento a loro!".



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