Legislazione e Giurisprudenza, Obbligazioni, contratti -  Colpo Elide - 2013-07-19

CONTRATTI A PRESTAZIONI CORRISPETTIVE E INADEMPIENZE RECIPROCHE -Cass.civ.16637/2013- Elide COLPO

Con sentenza n. 16673/2013 la II sezione della Corte di Cassazione, con riferimento ai contratti a prestazioni corrispettive, ha considerato il giudizio che il Giudice di merito è chiamato ad effettuare ai fini della pronuncia di risoluzione per inadempimento in caso di inadempienze reciproche.

La fattispecie concreta analizzata dalla sentenza in esame riguardava un contratto preliminare di compravendita di una casa. In primo grado l'attore, promissario acquirente, esponeva che in sede di stipula del preliminare il promittente venditore aveva dichiarato che l'immobile era stato realizzato in conformità alla concessione edilizia e che nessuna modifica era stata realizzata. Successivamente però accertava che all'immobile erano state apportate rilevanti modifiche rispetto al progetto approvato, tra le quali anche il mutamento della destinazione d'uso del piano cantinato. Chiedeva pertanto una riduzione del prezzo, depurato dalle spese per la demolizione delle opere illegittimamente eseguite, e sentenza ex art. 2932 c.c. .

Il promittente venditore, chiedendo il rigetto delle domande attoree, rilevava che il promissario acquirente si era reso inadempiente quanto al pagamento del prezzo alle scadenze stabilite e che dell'unico intervento edile eseguito, lo spostamento della cucina, il promissario acquirente ne era a conoscenza. In via riconvenzionale domandava la condanna dell'attore al pagamento delle maggiori somme dovute a titolo di interessi e rivalutazione monetaria per il ritardo nella stipula dell'atto pubblico. Nel corso della causa le parti stipulavano un accordo transattivo. Tuttavia il convenuto, deducendo che l'attore si era reso inadempiente anche alle obbligazioni assunte con la transazione, modificava la propria domanda e chiedeva di dichiararsi la risoluzione del contratto preliminare e della transazione per colpa dell'attore.

Il Tribunale di primo grado, con sentenza non definitiva, dichiarava risolto il contratto di transazione ed, altresì, per grave inadempimento del promissario acquirente, il preliminare, condannando il promissario acquirente a rilasciare l'immobile. Rigettava poi la di lui domanda e con ordinanza rimetteva la causa in istruttoria in ordine alla domanda riconvenzionale di risarcimento del danno.

Il giudice di primo grado osservava che con la transazione il convenuto si era obbligato a perfezionare la pratica di sanatoria e l'attore a dare corso al pagamento del residuo prezzo. Tuttavia, mentre il primo aveva adempiuto la propria obbligazione, il secondo si era reso inadempiente.

La Corte d'appello, in parziale riforma della sentenza non definitiva impugnata, dichiarava risolto per volontà delle parti il contratto preliminare e condannava il promittente venditore a consegnare al promissario acquirente le somme tutte versate, sia direttamente al promittente, sia agli istituti bancari, confermando nel resto l'impugnata sentenza.

Con ricorso per Cassazione il ricorrente censura la sentenza della Corte d'Appello in quanto ha pronunciato la risoluzione per comune volontà delle parti, pur in mancanza di una specifica richiesta in tal senso delle parti, avendo sia il promittente venditore che il promissario acquirente chiesto la risoluzione per colpa dell'altra parte.

La Corte di Cassazione, accogliendo detto motivo, rileva come "Il giudice che, in presenza di reciproche domande di risoluzione fondate da ciascuna parte sugli inadempimenti dell'altra, accerti l'inesistenza dei singoli specifici addebiti, non potendo pronunciare la risoluzione per colpa di taluna di esse, deve dare atto dell'impossibilità dell'esecuzione del contratto per effetto della scelta, ex art. 1453, secondo comma, cod. civ., di entrambi i contraenti e decidere di conseguenza quanto agli effetti risolutori di cui all'art. 1458 cod. civ." (Cass., Sez. II, 4 aprile 2000, n. 4089; Cass., Sez. II, 24 novembre 2000, n. 15167; Cass., Sez. III, 18 maggio 2005, n. 10389).

Tuttavia, precisa la Suprema Corte, questo principio, che la Corte territoriale ha richiamato a fondamento della decisione, presuppone che non sussistano i reciproci inadempimenti, ed è pertanto inapplicabile nella specie, perché la stessa Corte ha accertato l'inadempimento sia del promittente venditore che del promissario acquirente. Il primo in quanto ha ritardato la definizione della pratica di sanatoria a fronte di irregolarità urbanistiche nell'immobile oggetto della promessa di vendita e non ha reso possibile il superamento dell'ostacolo giuridico alla trasferibilità alla data originariamente stabilita per il rogito e a quella della pronuncia di primo grado. Il secondo in quanto non ha, anche dopo la transazione, versato alla controparte, alla scadenze pattuite, gli acconti sul prezzo.

Pertanto, per la Corte di Cassazione, "una volta accertata l'esistenza dei reciproci inadempimenti, e preso atto dell'impossibilità di accogliere la domanda principale del promittente acquirente ex art. 2932 cod. civ. per essere stato l'immobile nelle more trasferito dal promittente a terzi, la Corte d'appello avrebbe dovuto valutare quale dei due inadempimenti si presentava come prevalente" .

Ciò in applicazione del principio secondo cui, "nei contratti con prestazioni corrispettive, ai fini della pronuncia di risoluzione per inadempimento in caso di inadempienze reciproche, il giudice di merito è tenuto a formulare un giudizio di comparazione in merito al comportamento complessivo delle parti, al fine di stabilire quale di esse, in relazione ai rispettivi interessi ed all'oggettiva entità degli inadempimenti (tenuto conto non solo dell'elemento cronologico, ma anche e soprattutto degli apporti di causalità e proporzionalità esistenti tra le prestazioni inadempiute e della incidenza di queste sulla funzione economico-sociale del contratto), si sia resa responsabile delle violazioni maggiormente rilevanti e causa del comportamento della controparte e della conseguente alterazione del sinallagma contrattuale (Cass., Sez. III, 9 giugno 2010, n. 13840).

Difatti, il giudice non può isolare singole condotte di una delle parti per stabilire se costituiscano motivo di inadempienza a prescindere da ogni altra ragione di doglianza dei contraenti, ma deve, invece, procedere alla valutazione sinergica del comportamento di questi ultimi, attraverso un'indagine globale ed unitaria dell'intero loro agire, anche con riguardo alla durata del protrarsi degli effetti dell'inadempimento, perché l'unitarietà del rapporto obbligatorio a cui ineriscono tutte le prestazioni inadempiute da o-gnuno non tollera una valutazione frammentaria e settoriale della condotta di ciascun contraente ma esige un apprezzamento complessivo (Cass., Sez. I, 9 gennaio 2013, n. 336)."



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati