Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2013-11-10

CONTRATTI A TERMINE: SULLA PROVA DEL PROFILO ESISTENZIALE DEL DANNO - Trib. Roma 2.5.2013

Tribunale Roma, sez. lav., 2/5/2013, n. 6002, ha stabilito il principio che in caso di contratti a termine illegittimi con la p.a., il danno deve essere provato e non può ritenersi in re ipsa. Ecco il brano che affronta l"aspetto concernente il risarcimento del danno:

"Alla luce dei principi della direttiva europea, come interpretati dalle pronunce della Corte di Giustizia e della Corte di Cassazione sopra riportata, deve concludersi nel senso che, benché nel pubblico impiego il lavoratore assunto con contratto a termine illegittimo non possa aspirare alla trasformazione di detto rapporto in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, questi abbia il diritto al risarcimento del danno.

Tuttavia, la quantificazione del risarcimento del danno non può prescindere dal fatto che nessuno specifico danno sia stato rappresentato dalla parte ricorrente. In materia, non è sufficiente la deduzione - e la prova - dell'illegittimità della apposizione del termine, ma, dimostrata questa premessa, è necessario allegare e provare ciò che "concretamente" ha inciso in senso negativo sulla sfera del lavoratore. Non può infatti escludersi che la lesione di interessi connessi al rapporto di lavoro resti sostanzialmente priva di effetti nella sfera del lavoratore; e così, anche in presenza di prova dell'inadempimento, non c'è pregiudizio e quindi non c'è nulla da risarcire. Sia il danno patrimoniale che quello non patrimoniale vanno allegati e provati e, per di più, tale ultimo danno deve essere "serio", nel senso che il diritto essere inciso oltre una certa soglia minima di offensività nell'ambito di un sistema che impone una soglia minima di tolleranza (Cass. SS. UU. N. 26972-08). Ove fosse prevista la conversione del contratto, l'illegittima apposizione del termine cagionerebbe al lavoratore un danno immediato consistente nel fatto che il contratto a termine si è posto come alternativa al contratto a tempo indeterminato, per cui, se il datore di lavoro no avesse apposto la clausola, poi rivelatasi illegittima, il lavoratore sarebbe stato assunto con contratto a tempo indeterminato. In tal caso, il danno subito sarebbe facilmente individuabile nelle retribuzioni non godute dal lavoratore dalla (illegittima) cessazione del rapporto di lavoro al ripristino dello stesso. Nell'impiego pubblico, al contrario, l regola in base alla quale le assunzioni devono avvenire attraverso il concorso esclude la sussistenza del citato danno nel senso che qualora il lavoratore non fosse stata assunto con il legittimo contratto a tempo determinato egli certamente non avrebbe stipulato un contratto a tempo indeterminato dovendo prima superare una procedura selettiva. È vero che se la pubblica amministrazione al posto di stipulare illegittimi contratti a termine assumesse il personale a tempo indeterminato, il lavoratore avrebbe la possibilità, partecipando alla relativa selezione pubblica, di essere assunto, ma tale situazione investe più un profilo di perdita di chance (da valutare sulla base della concreta situazione in cui si viene a trovare ogni singola amministrazione) che un danno diretto ed immediato consistente nella perdita delle retribuzioni.

Sul punto, proprio in materia di risarcimento ai sensi dell'art. 36 del D.lvo n. 165-10 del danno conseguente alla stipula di contratti a termine illegittimi nell'ambito del pubblico impiego la Suprema Corte ha precisato che il pregiudizio non può in ogni caso ritenersi "in re ipsa" dovendosi quindi il lavoratore ritenersi esentato dal relativo onere probatorio contrastando tale assunto con il costante orientamento giurisprudenziale secondo il quale il danno va allegato e dimostrato in giudizio anche attraverso la prova per presunzioni sottoponendo alla valutazione del giudice precisi elementi in basi ai quali sia possibile risalire attraverso un prudente apprezzamento all'esistenza dei danni denunziati (v. Cass. 392-12 citata). La norma del resto, non contrasta con i principi espressi nella direttiva sul contratto a tempo determinato come interpretata dalle pronunce della Corte di Giustizia in quanto effettivamente consente di accedere in ipotesi di stipula di contratti a termine illegittimi ad una tutela risarcitoria. Tuttavia la circostanza che la norma preveda un risarcimento del danno non può portare automaticamente a riconoscere tale risarcimento a prescindere dalla allegazione di qualsivoglia danno patito dalla parte, trasformandosi altrimenti il risarcimento del danno in una mera sanzione non prevista dal nostro ordinamento. Nel caso in esame il docente si è limitato a chiedere in maniera del tutto apodittica il pagamento di alcune mensilità di retribuzione nonché a dedurre la sussistenza di un pregiudizio conseguente alla vita di relazione senza allegare né tantomeno offrire la prova di aver subito in concreto alcun pregiudizio a seguito della reiterata stipula di contratti a termine".

Si sofferma poi il tribunale sul risarcimento del profilo esistenziale del danno:

"In particolare con riferimento la profilo esistenziale del danno si osserva in maniera assorbente che non vi sono in ricorso deduzioni specifiche né viene offerta alcuna prova in ordine ad un pregiudizio provocato sul fare reddituale della lavoratrice, con alterazione delle sue abitudini di vita ed i suoi assetti relazionali, sconvolgimento della sua quotidianità, privazione di occasioni per la espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Anche tale profilo di danni va infatti provato non facendo riferimento a mere formule generiche e standardizzate ma fornendo indicazioni e la relativa prova, anche per mezzo di presunzioni, in ordina alla concreta alterazione delle abitudini di vita, oggettivamente accertabili con riferimento al caso specifico. Tale situazione peraltro non consentirebbe al giudice neanche una valutazione equitativa del danno in mancanza della indicazione di parametri oggettivi a cui ancorarsi (v. Cass. SS.UU. n. 6572-06)".



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