Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2016-02-10

CONVERSIONE APPELLO IN RICORSO PER CASSAZIONE: REQUISITI – Cass. pen. 897/16 – Annalisa GASPARRE

Reati venatori

Specie protette

Conversione atto d"appello in ricorso per cassazione per inappellabilità sentenza di condanna ma l"atto è privo dei requisiti

L"imputato è stato condannato dal Tribunale di Arezzo per reati venatori, segnatamente per avere abbattuto specie particolarmente protette e per avere abbattuto specie protette o non cacciabili e fringillidi in numero superiore a 5.

Le accuse rilevate erano giudicate fondate: decisiva la testimonianza della Polizia Provinciale che dichiarava  il rinvenimento, presso il congelatore dell"abitazione della madre dell"imputato, delle specie animali indicate nei capi di imputazione, ritenute prede venatorie dello stesso. Non era giudicata credibile la versione ex adverso secondo cui gli animali erano di proprietà della madre.

Secondo l"imputato la particolare circostanza che gli animali venivano trovati nel congelatore della casa della madre non era sufficiente ad individuare in lui l"autore dell"abbattimento.

Convertito l"appello in ricorso per cassazione, vertendosi in materia di sentenza non appellabile, la Cassazione afferma che l"atto non possiede i requisiti contenutistici propri del mezzo di impugnazione del ricorso per cassazione.

Invero, evidenzia la Corte, sono censurate valutazioni di merito, con particolare riferimento alla valutazione della prova testimoniale.

Per tali ragioni, il ricorso è inammissibile.

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Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 20-11-2015) 13-01-2016, n. 897 – Pres. Fiale – Rel. Manzon

1. Con sentenza in data 24/03/2014 il Tribunale di Arezzo - accertata la penale responsabilità di M.M. in ordine ai reati di cui alla L. n. 157 del 1992, art. 2, comma 1, lett. b e c, art. 30, comma 1, lett. b), per avere abbattuto specie particolarmente protette ed in ordine ai reati di cui alla L. n. 157 del 1992, art. 18 e art. 30, lett. h), per avere abbattuto specie protette o non cacciabili e fringillidi in numero superiore a 5 - lo condannava alla pena di Euro 3.000,00 di ammenda, disponendo la trasmissione della sentenza al Questore di Arezzo per i provvedimenti di competenza.

Il Tribunale in particolare riteneva raggiunta la piena prova della commissione da parte del M. dei reati a lui ascritti sulla scorta degli accertamenti di PG e specificamente della testimonianza di R.D. della Polizia Provinciale di Arezzo; secondo il primo giudice tali fonti probatorie dimostravano appunto la fondatezza delle accuse mosse al prevenuto, essendo state rinvenute presso l'abitazione della madre dello stesso le specie animali di cui ai capi di imputazione, ma dovendosi ritenere che si trattasse di prede venatorie del M.; la versione del quale, volta a sostenere che esse erano invece di proprietà della madre, non veniva giudicata attendibile.

2. Avverso tale decisione, tramite il difensore fiduciario, proponeva appello - convertito in ricorso per cassazione - l'imputato deducendo plurimi motivi di doglianza.

2.1 Con un primo motivo lamenta violazione ovvero errore nell'applicazione della legge penale. Sostiene il M. che, non essendo stato colto all'atto del cacciare gli animali il cui abbattimento gli viene contestato, bensì essendo stati gli stessi ritrovati nel congelatore della madre, ciò non possa integrare in concreto le fattispecie incriminatrici contestategli.

2.2 Con un secondo motivo si duole della falsa applicazione dell'art. 533 c.p.p., comma 1, in relazione all'art. 1 c.p., nonchè della manifesta contraddittorietà ed illogicità della motivazione del provvedimento impugnato.

In sostanza il ricorrente afferma che le valutazioni probatorie operate dal primo giudice non risultano conformi ai canoni logici ordinari, non potendosi in particolare inferire dalla circostanza che gli animali de quibus fossero conservati in congelatore presso la madre che ad abbatterli fosse stato proprio lui.

2.3 Con un terzo motivo censura la pronuncia del primo giudice per violazione degli artt. 1, 62 bis e 133 c.p., per l'eccessività della pena inflitta.

2.4 Con un quarto motivo lamenta la violazione della L. n. 157 del 1992, art. 32, non dovendosi a suo dire disporre alcuna trasmissione della sentenza all'Autorità di pubblica sicurezza, non avendo la sentenza del Tribunale natura di provvedimento definitivo come tale disposizione richiede.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è inammissibile.

1.1 In via preliminare si deve osservare che per consolidata giurisprudenza di questa Corte, che il Collegio condivide, qualora un provvedimento giurisdizionale sia impugnato con un mezzo di gravame diverso da quello normativamente previsto, il giudice che riceve l'atto di gravame deve limitarsi, ex art. 568 c.p.p., comma 5, alla verifica dell'oggettiva impugnabilità del provvedimento e dell'esistenza della volontà di impugnare e, conseguentemente, trasmettere gli atti al giudice competente, astenendosi dall'esame dei motivi al fine di verificare, in concreto, la possibilità della conversione (così, ex multis, Sez. 5, n. 7403 del 26/09/2013, P.M. in proc. Bergantini, Rv. 259532; Sez. 1, n. 33782 del 8/4/2013, Arena, Rv. 257117; Sez. 5, n. 21581 del 28/4/2009, P.M. in proc. Mare, Rv. 243888).

E' altresì pacifico nella giurisprudenza di questa stessa Corte che la conversione della impugnazione, secondo principio di conservazione degli atti, ha peraltro quale unico effetto giuridico processuale detta translatio judicii, ma non comporta affatto alcuna deroga alle regole proprie del giudizio di impugnazione correttamente qualificato. Pertanto, l'atto convertito deve avere i requisiti di sostanza e forma stabiliti ai fini della impugnazione che avrebbe dovuto essere proposta (in questo senso, v. Sez. 1, n. 2846 del 8/4/1999, Annibaldi R, Rv. 213835, Sez. 3, n. 26905 del 22/04/2004, Pellegrino, Rv. 228729; Sez. 4, n. 5291 del 22/12/2003 (dep.2004), Stanzani, Rv. 227092).

Ciò posto l'appello proposto dal M. avverso la sentenza del Tribunale di Arezzo, convertito - secondo il primo principio giurisprudenziale - in ricorso per cassazione, trattandosi di sentenza non appellabile ex art. 593 c.p.p., comma 3, non possiede tuttavia i requisiti contenutistici propri di tale mezzo di impugnazione.

Non deve in questo senso trarre in inganno la rubricazione e la partizione dei motivi di impugnazione secondo lo "stile" di cui ricorso di legittimità financo facendosi riferimento a censure sussumibili nelle ipotesi di cui all'art. 606 c.p.p., comma 1.

Ed infatti con il primo motivo si censurano le valutazioni meritali di fatto del primo giudice, con particolare riguardo alla valutazione di una prova testimoniale. Ugualmente, in forma argomentativa più articolata e diffusa, con il secondo motivo si ripercorre la motivazione della sentenza impugnata, ma non tanto evidenziandone vizi tra quelli tassativamente indicati nell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), quanto piuttosto ancora criticandone l'apprezzamento meritale delle prove, dirette ed indiziarie, acquisite al processo e quindi l'applicazione della regola di giudizio di cuiall'art. 533 c.p.p., comma 1. Con la terza censura si esprime una critica in forma univocamente gravatoria e non di legittimità, invocando una diversa determinazione meritale della pena ai sensi degli artt. 62 bis e 133 c.p.. L'unico vero e proprio motivo di legittimità speso è il quarto, con il quale si lamenta la violazione della L. n. 157 del 1992,art. 32, in relazione all'ordine di trasmissione della sentenza al Questore di Arezzo. Si tratta tuttavia di un motivo manifestamente infondato, poichè nel provvedimento non è affatto disposta la sua trasmissione immediata a detta Autorità amministrativa, sicchè nessuna violazione di detta norma, che subordina tale adempimento informativo alla sopravvenuta definitività del provvedimento che ne è oggetto, è in effetti ravvisabile.

1.2 In virtù dei rilievi che precedono, integrandosi nel caso in esame la prima previsione normativa di cui all'art. 606 c.p.p., comma 3, essendo stata formulata l'impugnativa per motivi diversi da quelli previsti dal comma 1, della medesima disposizione codicistica, il ricorso va dichiarato inammissibile. Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 c.p.p., l'onere delle spese del procedimento nonchè quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 1.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 20 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2016



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