Articoli, saggi, Orientamento sessuale -  Redazione P&D - 2013-08-24

COPPIE DI FATTO E MATRIMONIO OMOSESSUALE: QUALCHE CONSIDERAZIONE GIURIDICA E DI BUON SENSO - Matteo MATTIONI

L"istanza, oggi molto diffusa, per il riconoscimento delle coppie di  fatto si fonda sulla denunciata disparità di trattamento che  l"ordinamento riserva a situazioni uguali, a seconda che – oltre al ménage di fatto – ricorra o meno anche l"elemento "formale" del matrimonio:  solo in caso positivo, infatti, la legge riconosce ai soggetti una  tutela "di default", fatta di diritti e doveri reciproci.

Tuttavia – come segnalato in un precedente intervento – questo  problema non si pone per le c.d.f. eterosessuali, i cui membri possono  sempre sposarsi e, se non vogliono farlo, non possono che subire le  conseguenze della propria scelta (non potendosi attribuire ad essa una  qualche dignità sul piano dei diritti fondamentali). Un vero problema di  diritto eguale si pone, invece, per le c.d.f. omosessuali, ai cui  componenti la legge non riconosce la possibilità di unirsi in matrimonio  (o mediante un diverso istituto).

Più precisamente, che cosa osta al riconoscimento, ai sensi del diritto vigente, delle unioni di fatto tra omosessuali?

Non certo la Costituzione, nella cui cornice la diversità di sesso  non rappresenta un ostacolo ai fini del matrimonio o di altra forma di  unione civile. L"art. 29 Cost., infatti, sancisce che "La Repubblica  riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul  matrimonio", il quale "è ordinato sull"eguaglianza morale e giuridica  dei coniugi"; ma la stessa Costituzione non definisce il  matrimonio, rinviando piuttosto alla nozione fissata dalla legge civile,  cui spetta quindi la soluzione della questione se un matrimonio sia  possibile anche tra persone dello stesso sesso. Per ritenere ammissibile  un matrimonio siffatto, dunque, non occorrerebbe modificare la  Costituzione; e potrebbe anzi sostenersi, per altro verso, che questa  già tuteli le c.d.f. anche omosessuali, che rientrerebbero nelle  formazioni sociali di cui all"art. 2 Cost.

Ma neppure la legge civile contempla la diversità di sesso fra i  presupposti del matrimonio. Chi cercasse fra gli artt. 84 ss. del codice  (relativi alle "condizioni necessarie per contrarre matrimonio")  qualche indicazione sul sesso delle persone, resterebbe deluso: la  legge, infatti, menziona l"età, i rapporti di parentela o affinità, la  salute psichica e altri elementi, ma non il sesso. Ed è vero che alcune  norme fanno riferimento al "marito" e alla "moglie" (artt. 107, 108,  143, ecc.), ma ciò non sarebbe d"ostacolo all"interprete che, in base  alla legge vigente, volesse argomentare l"ammissibilità del matrimonio  tra persone dello stesso sesso: basterebbe sostenere che il legislatore  "storico" scrisse quelle disposizioni con riferimento alla sola ipotesi  concepibile in un"epoca in cui il problema delle unioni omosessuali non  era stato mai sollevato.

Bisogna però aggiungere, sotto quest"ultimo profilo, che tale  interpretazione del diritto vigente è del tutto minoritaria: infatti, si  sostiene in prevalenza – e non senza ragione – che, pur non avendo  sancito un espresso divieto di nozze tra persone dello stesso sesso, il  nostro legislatore, se ci avesse pensato, non avrebbe esitato a  farlo. E che, in ogni caso, l"importanza della questione non  consentirebbe di aprire un varco ai matrimoni omosessuali in via  meramente interpretativa: occorrerebbe piuttosto un intervento espresso  del legislatore, a garanzia della rispondenza del nuovo modello  legislativo al prevalente sentire sociale.

Ma che cosa osta, allora, a una modificazione della legge civile nel  senso di prevedere espressamente il matrimonio tra persone dello stesso  sesso, o all"introduzione di un analogo istituto per il riconoscimento  civile delle unioni fra tali persone?

Qui il sentiero del diritto giunge al termine, perdendosi nel terreno  (o, secondo i pessimisti, nel baratro) della morale familiare: un campo  sul quale si scontrano, fondamentalmente, una visione tradizionalista e  naturalista della famiglia (come può definirsi quella cattolica) e una  visione "progressista".

Conviene concludere, allora, con una semplice considerazione "di  metodo". Se davvero si ritiene che la laicità, spesso e volentieri  propugnata e rivendicata, sia un autentico valore e una guida necessaria  nella predisposizione delle regole destinate a valere per tutti i cittadini dello Stato, a prescindere dalle loro convinzioni morali e  religiose, occorre allora tenere ben distinto il campo di queste ultime  da quello dei diritti civili.

Quando si parla del matrimonio tra omosessuali o di altre forme di  unione civile, non si parla certo, com"è ovvio, del matrimonio religioso  (cattolico o non cattolico), bensì dell"unione di due persone davanti  allo Stato. Ne consegue che l"ammissibilità di un matrimonio civile (o  di altra forma di unione) tra persone dello stesso sesso non toccherebbe  minimamente l"istituto del matrimonio religioso: non si vede, pertanto,  come – ad es. – un cattolico laico, il quale non voglia imporre la sua  morale religiosa a tutti i propri concittadini, possa opporsi al  riconoscimento di una simile unione. È evidente, del resto, che la  possibilità di ottenere un riconoscimento civile da parte delle coppie  omosessuali non vincolerebbe nessuno, di per sé, a richiedere tale riconoscimento; mentre la perdurante inammissibilità di esso finisce con l"impedire a tutte le coppie omosessuali di ottenerlo e, quindi, di accedere a una tutela  che l"ordinamento offre invece alle coppie eterosessuali.

Tutt"altro discorso (che qui non affrontiamo) è quello relativo alla  possibilità, per due persone dello stesso sesso civilmente unite, di  adottare un minore o di accedere alla fecondazione artificiale. Si  tratta di questioni radicalmente diverse da quella appena esaminata,  coinvolgendo anche i diritti di soggetti terzi rispetto ai membri della  coppia di fatto – terzi i cui interessi dovrebbero essere presi in  considerazione in via autonoma e prioritaria. La legittimazione  all"adozione o all"accesso alla fecondazione artificiale non possono  farsi discendere automaticamente, come una sorta di corollario logico,  dall"ammissibilità del riconoscimento civile delle unioni omosessuali:  chi volesse usare tale riconoscimento come un ariete per aprire alle  coppie omosessuali le porte di altri istituti verserebbe nell"equivoco  di ritenere che questi – lungi dal coinvolgere anche soggetti terzi –  servano esclusivamente a realizzare un interesse dei membri della  coppia.

In tempi di crisi economica e istituzionale, la politica ha buon  gioco nello scansare queste materie, negandone l"urgenza. Ma è chiaro  che non è urgente solo ciò che riguarda, più o meno direttamente, il topos del "fine mese": urgente è tutto ciò che preme nelle coscienze civili e  che – riaffiorando periodicamente e puntualmente restando irrisolto –  contribuisce ad alimentare quel senso di inazione che conduce sempre più  persone a diffidare della classe politica attuale.

Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

Tratto da http://www.ilricostituente.it



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