Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Gasparre Annalisa - 2015-01-02

CORRELAZIONE ACCUSA-SENTENZA: A PROPOSITO DI ANIMALI - Cass. pen. 41905/2014 - Annalisa GASPARRE

La Cassazione torna sul tema del rispetto del principio di correlazione tra accusa e sentenza e lo fa a proposito dei reati contro gli animali.

Il Tribunale di Chiavari aveva condannato l'imputato per la contravvenzione prevista dall'art. 727 c.p. perchè deteneva un cane chiuso in un gabbiotto sporco di escrementi con acqua e cibo rancidi e in cattive condizioni di salute, vale a dire in condizioni incompatibili con la sua natura.

Condannato alla pena di sei mesi di arresto e alla confisca dell'animale sequestrato, la pena veniva sospesa condizionalmente dalla Corte d'appello di Genova. Non pago di una soluzione che, di fatto, congela la pena, l'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la nullità della sentenza per difetto di correlazione tra accusa e condanna, in quanto, a suo dire, i giudici avrebbero motivato le sentenze con riferimento ripetuto alla locuzione "gravi maltrattamenti" che sarebbero stati inferti all'animale, e che tale espressione presuppone la volontarietà dell'azione che non ricorrerebbe nell'ipotesi contravvenzionale ma solo in quella delittuosa ex art. 544 ter c.p.

La Cassazione non entra nel merito della doglianza, in quanto si tratta di censure già proposte in secondo grado e non consiste nella critica della decisione d'appello, limitandosi a sottoporre alla Corte di Cassazione la cognizione delle medesime questioni sulle quali il giudice d'appello si è già pronunciato.

Sia consentito, tuttavia, evidenziare che la decisione di merito è senz'altro corretta perchè affatto vero è che l'ipotesi contravvenzionale non possa realizzarsi in presenza di accertato elemento soggettivo doloso. L'ipotesi contravvenzionale allarga le maglie della contestazione di fatti che, se previsti come delitti, sono generalmente rimproverabili "solo" per dolo e non per colpa (salve le dovute tassative eccezioni). Non sarebbe ragionevole, del resto, punire un fatto solo a titolo di colpa e lasciarlo impunito se commesso con dolo, non essendo rintracciabili sempre "doppie" fattispecie delitto-contravvenzione, come nel caso del c.d. maltrattamento di animali. Al di là delle espressioni, di comune uso, le due fattispecie sono ben distinte, anche se limitrofe, avendo una struttura radicalmente diversa, così come un'applicazione giurisprudenziale. In sintesi, rinviando a contributi più specifici, la contravvenzione, punibile già solo per colpa, punisce la detenzione (colposa o dolosa) di animali in condizioni incompatibili per la natura dell'animale e produttive di sofferenze (n.b.: produttive non prodotte) mentre il delitto, punibile unicamente se la condotta è dolosa, richiede la realizzazione di un evento (la lesione) oppure la sottoposizione a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche (è palmare la maggiore gravità della condotta e delle conseguenze).

Diffusamente, sul principio di correlazione tra accusa e sentenza, su questa Rivista, "A PROPOSITO DI PRINCIPIO DI CORRELAZIONE TRA ACCUSA E SENTENZA" (22.12.2014)

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 16-05-2014) 08-10-2014, n. 41905

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SQUASSONI Claudia - Presidente -

Dott. SAVINO Mariapia - rel. Consigliere -

Dott. ORILIA Lorenzo - Consigliere -

Dott. ANDREAZZA Gastone - Consigliere -

Dott. SCARCELLA Alessio - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.G. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1407/2013 CORTE APPELLO di GENOVA, del 23/09/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 16/05/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. MARIAPIA GAETANA SAVINO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. SPINACI Sante che ha concluso per l'inammissibilità.

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con sentenza emessa in data 28.9.2012 del Tribunale di Chiavari, M.G. è stato ritenuto colpevole del reato di cui all'art. 727 c.p. perchè deteneva un cane in condizioni incompatibili con la sua natura (rinchiuso in un gabbiotto sporco di escrementi con acqua e cibi rancidi, tanto da essere in cattive condizioni di salute) ed è stato condannato alla pena di sei mesi di arresto con la confisca dell'animale in sequestro.

Proposto appello, la Corte di Appello di Genova, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, concedeva all'imputato la sospensione condizionale della pena, confermando nel resto la sentenza impugnata.

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione, tramite il difensore di fiducia, il M. lamentando la violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza, conseguente nullità assoluta delle sentenza di primo e secondo grado; manifesta illogicità della motivazione.

Assume il ricorrente che dal corpo motivazionale delle sentenze di primo e secondo grado risulta con tutta evidenza che i giudici di merito abbiano valutato la condotta dell'imputato con riferimento al più grave reato di maltrattamento di animali di cui all'art. 544 ter c.p. e non in relazione alla contestata contravvenzione di cui all'art. 727 c.p.; ciò emerge dal riferimento ripetuto ai "gravi maltrattamenti" che sarebbero stati inferti all'animale dall'imputato, espressione che sottende il riferimento alla volontarietà dell'azione, che non ricorre nel caso in esame, trattandosi di reato contravvenzionale punibile a titolo di colpa.

Così facendo sarebbe stato violato il principio della correlazione fra accusa e sentenza prevista dall'art. 522 c.p., ovvero l'imputato sarebbe stato condannato per un fatto diverso da quello contestato, essendogli stata applicata una pena elevata ricompresa nella cornice edittale dell'art. 544 ter c.p., pur trattandosi di arresto e non di reclusione. Discenderebbe dall'omessa correlazione fra l'accusa e la sentenza la nullità assoluta insanabile delle due sentenza di merito.

Il ricorso è inammissibile nella misura in cui ripropone le stesse censure già proposte con i motivi di appello, puntualmente esaminate e disattese dai giudici del gravame.

Invero, con la riproduzione di censure già prospettate in secondo grado si finisce per richiedere al giudice di legittimità una nuova cognizione della materia dedotta nel precedente giudizio, anzichè l'esame dei punti controversi della pronuncia impugnata. E difatti, i motivi che si risolvono nel semplice richiamo o nella testuale ripetizione dei motivi di appello non realizzano l'effetto tipico dell'impugnazione della sentenza, consistente nella critica della decisione assunta dai giudici di seconde cure sulla base di diversi, nuovi rilievi che scaturiscono dall'esame del suo contenuto. Al contrario si sottopone al giudice di legittimità la cognizione delle medesime questioni sulle quali il giudice di seconde cure si è già pronunciato.

In presenza di una sentenza di appello, come quella in esame, che ha fornito una risposta ai motivi di gravame, la pedissequa riproduzione degli stessi come motivi di ricorso per cassazione non può essere considerata quale critica argomentata rispetto a quanto affermato dalla Corte d'appello; di conseguenza i motivi sono privi di specificità in quanto non contengono i requisiti di cui all'art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c che impone l'esposizione delle ragioni di fatto e di diritto a sostegno di ogni richiesta.

La mancanza di specificità dei motivi, invero, dev'essere apprezzata non solo per la loro genericità, nel senso di indeterminatezza, ma anche sotto il profilo della mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione, la quale non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità, che comporta ex art. 591 c.p.p. comma 1, lett. c l'inammissibilità (ex pluris Cass. Sez. 5, n. 11933/2005 Rv. 231708).

Deve pertanto concludersi per l'inammissibilità del ricorso per difetto di specificità. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 16 maggio 2014.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2014



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