Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Todeschini Nicola - 2014-08-02

CORTE D'APPELLO DI VENEZIA: SI AL DANNO ESISTENZIALE E ALLE TABELLE DEL TRIBUNALE DI MILANO - Nicola TODESCHINI

Incontinente per errore del sanitario che l'ha operata, Luisa (nome di fantasia) ha chiesto giustizia delle gravi sequele che ha subito. Indicate nel 35% dalla CTU svoltasi su incarico del Tribunale di Treviso, sez. distaccata -ormai ex- di Conegliano, la giovane ha ottenuto un risarcimento importante di oltre 250.000 euro. Ma la pronuncia di prime cure, pur riconoscendo la necessità di personalizzare il danno non patrimoniale attese le gravissime sequele soprattutto esistenziali che subiscono gli incontinenti per errore medico (sono tanti, spesso nell'ombra per l'imbarazzo di raccontare la loro vicenda), ha commesso una serie di errori: anzi tutto di calcolo, dimenticando qualche migliaio di euro, ma soprattutto di scelte, poiché ha applicato le tabelle del Tribunale di Venezia peraltro in modo incongruo e finendo per dare, al caso delicatissimo, una risposta non definitiva sotto il profilo della riparazione.

Luisa non si è arresa, ed ha deciso di proseguire la sua battaglia, che all'epoca fece scalpore anche perché la struttura sanitaria, poco dignitosamente, tentò di attribuire le gravi sequele ad un pregresso incidente stradale inventandone esiti gravi quando invece si trattò di un banale colpo di frusta. Il caso accese l'interesse del pubblico, ma soprattutto diventò paradigmatico, ed è un tanto che in questa sede conta, sia del modo in cui le compagnie di assicurazione si difendono nei giudizi di responsabilità medica che soprattutto, sotto il profilo dottrinale, di come vada riparato un danno che presenti, a parità di valorizzazione biologica di punto d'invalidità, sequele assai diverse sul piano esistenziale.

L'argomento che passò, già in prime cure, e che è stato evidentemente accolto anche dalla Corte d'Appello di Venezia, consiste nella necessità di valorizzare il singolo caso senza farsi influenzare solo dalla componente biologica. Così già in prime cure fu rappresentato al giudice un paragone tra due lesioni di simile entità, sotto il profilo biologico: l'incontinenza totale, e l'amputazione parziale di un arto inferiore, entrambe valorizzate comunemente dalla medicina legale con il punteggio di 35 punti d'invalidità. La danneggiata fece osservare però al magistrato la differenza, notevole, che intercorre tra i 35 punti dell'incontinente e quelli dell'amputato, proprio per le sequele squisitamente esistenziali che compongono il corredo di privazioni che riguardano in particolare l'incontinente: dalla difficoltà ad avere rapporti all'impossibilità di frequentare luoghi affollati, piscine, saune, indossare un costume da bagno, esercitare sforzi (per indicarne solo alcuni), per il rischio di trovarsi imbrattati. Tutte attività alle quali l'amputato, pur con le limitazioni che derivano dalla grave lesione, può guardare.

E allora risulta privo di pregio l'argomento, spesso accampato nelle difese delle compagnie di assicurazione, immerse nel loro panbiologismo, secondo il quale nella valutazione  del danno biologico sono già contemplate le limitazioni al fare areddituale tipiche del piano esistenziale. Non è vero perché le conseguenze esistenziali non sono proporzionali alla lesione, ed il parallelismo dimostra, inequivocabilmente che, a parità di danno biologico, il pregiudizio esistenziale può manifestarsi in modo assai variegato ed in tal caso merita accurata personalizzazione.

La tesi da ragione inoltre a chi, come il Prof. Cendon, padre del danno esistenziale, ha sempre professato l'eventualità del danno esistenziale, proprio perché non declinato ad assecondare appetiti locupletori ma a soddisfare la necessità del risarcimento integrale ove la lesione abbia interessato anche l'universo, personalissimo, esistenziale.

E così la Corte d'Appello di Venezia, con la sentenza n. 1648 del 21 luglio 2014 ha accolto il ricorso presentato da Luisa, riconoscendo, quanto al danno non patrimoniale, che la necessità di personalizzazione andava accolta, per un verso, e che per l'altro i parametri per valorizzare il danno dovevano essere indicati, come richiesto sin dal primo grado, dalla Tabelle del Tribunale di Milano, ed ha condannato l'ULS7 a versare altri 70.000 euro, oltre ad interessi e spese legali.

Anche Venezia quindi si adegua alla riconosciuta affermazione, suggellata pure dalla suprema corte, delle Tabelle del Tribunale di Milano, alle quali si deve il merito di aver creato un sistema uniforme, equilibrato, che tiene conto della necessità di personalizzare il danno e che, proprio per tale ragione, è avversato dalle compagnie di assicurazione che vorrebbero "sovvenzionare" le nuova tabelle per le macro invalidità recanti un dimezzamento dei valori di Milano. In questo paese non si fa in tempo a raggiungere, con fatica, un criterio uniforme che i poteri forti tentano (dopo averlo sulla carta reclamato) di polverizzarlo per risparmiare denari e tentare di assimilare il risarcimento all'indennizzo.

La scelta dei collegio veneziano è importante perché da la misura dell'impegno della Corte d'Appello nel segno dell'uniformità, e farà venir meno quelle difese pretestuose delle compagnie di assicurazione che, contando sull'orientamento -che ci auguriamo ormai superato- delle corti veneziane, cercavano di contrastare le decisioni di merito che invece adottavano le tabelle meneghine.



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